venerdì, 09 maggio 2008 - 12:46

Dunque,
le differenze tra il vecchio e il nuovo Eva.
Le separo in maniera volutamente arbitraria e discutibile in
due insiemi: quelle trascurabili e quelle determinanti. Tenendo ben presente che i confini sono ancora
fluidi, e coi prossimi tre film ciò che ora appare trascurabile potrebbe rivelarsi determinante e viceversa.
L’avevo già accennato: il quinto “angelo†della serie tv nel nuovo film diventa il sesto. Tutti gli “angeli†scalano di un numero! Non solo: pare che saranno di meno (quattordici in tutto?). Modificati anche altri dettagli narrativi: alcune cose tolte, altre variate, altre aggiunte, altre spostate. Ma
per ora sono modifiche minime, senza intaccare l’ossatura della trama: nei capitoli successivi potrebbero mantenersi tali o comunque non eccessive, oppure dare il via a evoluzioni a cascata, verso sviluppi del tutto inaspettati, imprevedibili, nòvissimi e inusitati.
È dunque il caso di lanciarsi in un confronto serratissimo e passo passo con la serie televisiva? Sinceramente, mi sembrerebbe un giochetto troppo facile, forse quasi un abboccare a quelli che potrebbero essere
falsi indizî, mosse di superficie, se non specchietti pelle allodole, esche disseminate apposta per quel pubblico affamato di
nozionismo minuto e fine a se stesso: e a me non interessa granché verificare di quanti millimetri sia piú lunga (o piú corta) la barba di GendÅ; se la scena dell’Eva 01 in Berserk duri qualche decimo di secondo in piú; se la giacca di Misato abbia lo stesso numero di bottoni. Sono cose che lascio volentieri a chi s’è divertito a imparare a memoria & catalogare ogni singolo
frame della vecchia serie tv.
Sono altre, le cose che eventualmente possono fare (stanno facendo) la differenza. Sicuramente
una diversa modulazione, sottile ma comunque percepibile, nell’atmosfera generale: piú cupa, piú tesa, piú densa. L’effetto nasce da piccoli dettagli ma anche ampie sforbiciate. Qualche esempio: manca la musica trionfale che accompagna la prima visione di Shinji del Geofront; manca lo sguardo compassionevole con cui i dipendenti della Nerv osservano il primo (duro) (re)incontro tra Shinji e il padre; manca l’incontro/dialogo tra Shinji in fuga e Keisuke in bivacco. In generale, poi,
i comprimarî scivolano sullo sfondo rispetto al protagonista, che ora spicca molto piú netto in primo piano, facendo risuonare tutto il suo dramma di solitudine, depressione, e totale mancanza d’autostima (dentro cui s’intravvede suo malgrado anche un po’ di
sadismo autocompiaciuto da parte degli autori).
È quasi come se si fosse cercato di risolvere
due dei problemi che piú minacciavano la riuscita del primo Eva:
1) Innanzi tutto, quell’
ondivagare incerto e irrisolto, di episodio in episodio, tra il tragico
dramma psicologico, una
farsa quasi da
sit-com e il continuo spargimento di pizzichi di
scenette consolatorie spesso assai superficiali.
2) Soprattutto. Il
grave conflitto tra, da una parte, il perennemente risorgente
feticismo per i
mecha e le loro mirabolanti a(nima)zioni (quasi residuo di un’ammirazione
rétro, piú infantile che adolescenziale, per la tecnologia del mondo a venire) e, dall’altra, la (coraggiosa?)
messa in discussione di questa stessa estetica e di tutto il mondo mediatico che a sostenerla vi orbita intorno...
Due problemi che rispecchiano una questione sola: l’indecisione del vecchio
Evangelion, se
uscire dall’estetica con cui a torto o ragione si identifica(va?)no gli
anime (operazione che altri avevano già fatto ben piú pienamente: Ōtomo in
AKIRA, ad esempio) o se candidarsi ad esserne
la massima concretizzazione.
È qui che si può toccare uno dei punti piú caldi.
Sicuramente piú coerente e compatto e scorrevole rispetto al vecchio
Eva, cos’ha da dire
You are (not) Alone su questi temi, su tutto quell’armamentario metanarrativo/metaestetico, sul famigerato mondo degli
otaku, che aveva decretato il
rovinoso trionfo della serie televisiva, dentro e fuori di essa? Quel mondo degli
otaku che sicuramente negli ultimi due episodî della serie TV e forse anche in
The End of Evangelion era stato scomposto e decostruito a tratti con genuina ferocia?
Per ora
Your are (not) Alone ne parla ben poco; anzi, quasi per niente.
Di rotture formali non vi è quasi traccia, di riflessioni (pseudo?)metafisiche nemmeno. Tutto quel che c’è da fare in
Your are (not) alone è
godersi un’animazione spettacolare, programmaticamente patinata e ottimamente rifinita, in alcuni punti piacevolmente orchestrata e dotata di una sua forza visionaria (ad esempio nella discesa di Shinji e Misato al Central Dogma); in un film che non sembra mostrare molto interesse per una destrutturazione/rimodellazione del proprio genere di appartanenza (quello robotico) o degli stereotipi dell’animazione giapponese.
E forse è anche
giusto cosÃ. Finalmente
ridimensionato rispetto alle sue velleità piú pretenziosamente autoriali-didascaliche,
You are (not) Alone potrebbe essere persino l’occasione per
riconsegnare Evangelion a quella matrice a cui apparteneva e appartiene, quella di un’animazione narrativa destinata a deliziare un pubblico che desidera stupirsi, identificarsi in un dramma anche spietato, ma a quanto pare senza porsi troppe domande sulla natura stessa del dramma e, soprattutto, sui possibili drammi metapsicosociologici che si agitano torbidi oltre lo schermo (nella mente dei suoi creatori, nelle vicende social-esistenziali del suo pubblico, in quel discorso mediatico-giornalistico che ha contribuito ha costruire il mitologema dell’â€otakuâ€).
Si sarà notato: ho usato molte congetture, scrivendo.
You are (not) alone è il primo film d’un gruppo di quattro. Un
incipit, un prologo. GiÃ
gli ultimi minuti segnano una decisa sterzata rispetto alla riproposta pedissequa della serie tv, e il
trailer del secondo film sembra confermarlo.
Segno buono o cattivo? Chissà . Ma grande è il sospetto (il timore?) che anche i nuovi film di
Eva, pur cercando di ribaltarla, anzi, proprio cercandolo, finiscano per seguire la stessa macrostruttura della serie tv... Quella struttura che giÃ
The End of Evangelion aveva ripreso: un
inizio tutto sommato regolare, animazione patinata, adesione agli stereotipi otakuistici;
progressiva inflazione simbolica e narrativa, distruzione metodica delle psicologie e dei ruoli dei personaggi;
confusa catastrofe finale a tutti i livelli: grafico, narrativo, concettuale, eccetera. È stato questo, grosso modo, il percorso della serie tv. Ed è stato anche quello di
The End of Evangelion, che della serie tv è in parte anche una sorta di
cinica parodia. Con una piccola grande differenza: il lieto fine (posticcio?) della serie tv, in
The End of Evangelion diventa un’apocalisse grottesca, gelida, deforme.
Il nuovo
Eva seguirà la stessa strada? Quasi mi auguro di no:
lo stesso trucco stupefacente, se usato troppe volte, non riesce a stupire piú. Sarebbe invece davvero sorprendente, quasi sottilmente provocatorio, se questo nuovo
Eva riuscisse a concedersi(/ci) uno sviluppo e un finale piú “normali†del previsto... Nient’altro che un
anime, dopotutto.
E mentre c'è chi guarda a dieci anni indietro per rifare da capo(?)
Evangelion, il resto del Giappone va avanti a produrre nuova animazione...
lunedì, 05 maggio 2008 - 23:40

Mentre il resto del Giappone va avanti a produrre nuova animazione, c'è chi guarda a dieci anni indietro per rifare da capo(?)
Evangelion...
Evangelion, dunque, ovvero il
Rebuild of Evangelion, serie di
quattro lungometraggi sparsi a partire dallo scorso anno sino a (pare) il 2009. Un
remake della vecchia serie televisiva per proporla alle nuove generazioni, e per raccontare meglio una storia che, ai suoi tempi, aveva avuto mooolti problemi produttivi & narrativi, e senza che si sia mai riusciti a distinguere tanto bene i primi dai secondi... per tacere dei
tormentati rapporti col pubblico. Ma su questo si son già versati fiumi d’inchiostro e parole e ingolfati gli spazî virtuali di internet anche oltre misura.
Titolo giapponese esatto:
Wevangeriwon [sic!]
ShingekijÅban: jo (ãƒ±ãƒ´ã‚¡ãƒ³ã‚²ãƒªãƒ²ãƒ³æ–°åŠ‡å ´ç‰ˆï¼šåº). Sottotitolo inglese (che è poi quello piú noto):
Evangelion:1.0 YOU ARE (NOT) ALONE. Classico affollamento di titoli & sottotitoli, grafia variata ma dalla pronuncia identica (“Wevangeriwon†si pronuncia tale e quale a “Evangerionâ€, ovvero “Evangelionâ€), gioco di minuzie e particolari, nozionismi provocatorî lanciati allo spettatore. E già questo potrebbe far sospettare che tiri una certa aria...
Ma procediamo con calma.
(quel che è certo è che, ancora una volta, non si può rinchiudere l’oggetto dentro una qualche gabbia monodimensionale. magari saranno anche poco sostanziosi, ma i livelli da approcciare sono diversi e non semplici)
Nuovo Eva e vecchio Eva: cambiare tutto per non cambiare nulla? Forse sÃ, forse no.
Già mi dolevo, mentre il film stava per cominciare (lo schermo nero aspettava l’accendersi di colori & movimento), di non aver ancora avuto modo di rivedere per bene la serie tv, operazione che da diverso tempo attendo di fare. Perché con quei ventisei episodî sono ancora rimasto fermo a dei ricordi semi-sbiaditi, vecchî di parecchî anni: una serie di videocassette con un nastro di pessima qualità , dai colori sfalsati & sfarfallanti, un audio giapponese che ai tempi m’era davvero ostico, e senza alcun ausilio di sottotitoli...
Avrei voluto poter rivedere per bene la serie tv, prima di
You are (not) Alone, anche solo per dovere deontologico(?), almeno per rimettere alla prova le mie impressioni sul vecchio
Eva, e nel caso aggiornarle, e poi confrontarle con l’
Eva nuovo.
Poi ho capito che
non serviva.
La serie tv è già dentro al film. SÃ, era già stato annunciato, l’ho già scritto: uno degli obiettivi dei nuovi film è far conoscere il vecchio
Eva a un nuovo pubblico. Che evidentemente viene giudicato un po’ troppo pigro per andare in videoteca a procurarsi la serie tv e guardarsela direttamente. E allora tanto vale
replicare nel film le scene della serie tv. Non riprenderle, rifarle, cambiarle, variarle. No:
replicarle, clonarle, ricalcarle. Al millimetro. Uguali identiche nei minimi dettagli. Le stesse sequenze, le stesse inquadrature, lo stesso montaggio, gli stessi dialoghi, tali e quali, parola per parola.
Una buona parte del film (almeno il 50%, direi) se ne va dunque cosÃ: copia carbone dei primi episodî della serie tv. E la cosa è a tratti quasi indisponente, snervante. Per fortuna
c’è altro. Tuttavia, anche in questo altro,
le variazioni sono formali, di impostazione visiva, di regia, montaggio, eccetera, mentre la storia resta
a grandi linee quella già nota.
Per certi versi la tentazione sarebbe quasi quella di dire:
You are (not) alone quasi solo come un Eva rifatto & pompato graficamente, grazie a massicce iniezioni di impegno visivo. Impegno riversato soprattutto nelle sequenze
piú spettacolari, che, bisogna dirlo, raggiungono un notevole impatto: l’operazione Yashima, con le incessanti trasformazioni geometriche del sesto “angelo†(che nella serie tv era il quinto... ma su questo: vedi sotto!), quello a forma di cuboide azzurro... be’, queste sequenze per certi versi sono una gioja per gli occhî. Impegno visivo, poi, riversato soprattutto nella realizzazione del
dettaglio tecnico: gli automezzi, gli oggetti meccanici, i fondali, i macchinarî, qualunque tipo di
hardware è portato su schermo con una cura generosa e a tratti quasi stupefacente, quasi memore dell’enorme potenza visiva di un film come
Innocence. Contraccolpi: poi purtroppo il contrasto risulta forte, piú del dovuto, tra le sequenze pompate, su misura per il grande schermo, e le altre, quelle riprese dal vecchio
Eva, ancora prigioniere degli angusti confini di un’estetica tutta televisiva: quelle in cui ci sono i personaggi in primo piano ad agire e interagire.
Ma a parte questo, per il resto
del vecchio Eva c’è proprio tutto, tutto quel che si poteva
desiderare o odiare, a seconda dei gusti: le depressioni parapsicopatologiche di Shinji, i sottintesi edipici e psicanalitici, le scenette leggere a far da stacco, le tettine di Rei sempre in bella mostra e siliconose al punto giusto(?), la resa maniacale del dettaglio oggettistico (già detto), quel vago(?!?) velo di retorica adolescenziale, i fast(idio?)osi paramenti mitologico-religiosi...
E poi... poi ci sono le differenze (piú o meno) effettive...
ã¤ã¥ã・・・ (continua...)
mercoledì, 30 aprile 2008 - 22:08
Grazie a
YouTube ho finalmente recuperato un
cortometraggio d’animazione che avevo già visto un bel po’ di tempo fa... e che non ero piú riuscito a dimenticare, ma nemmeno a ritrovare.
C’è gente che si segue
intere serie televisive tramite YouTube, pratica che personalmente ho sempre trovato
oltremodo barbara. Non è tanto una questione di
copyright, ma di qualità visiva, che su YouTube va dall’appena sufficiente allo scarso sino all’assolutamente inguardabile.
Purtroppo a volte YouTube rimane l’unica/ultima risorsa...
Quest. Animazione con pupazzi. Regia e fotografia di
Tyron Montgomery, prodotto e animato da
Thomas Stellmach.
Premio Oscar 1996 per l’animazione in cortometraggio, e un’altra quarantina di riconoscimenti in giro per il Mondo.
Un omino di sabbia giace in un desert... anzi, no, non mi metto a raccontare la storia. Lascio direttamente due
link a YouTube (appunto), due versioni, con rispettivi pregi e difetti.
Quest va innanzitutto guardato. Piú sotto, dopo averlo visto, i miei commenti, per quel che valgono.
-
Prima versione. La definizione dell’immagine è piú buona della seconda, ma i colori sono sfalsati e piú opachi rispetto all’originale (per come me lo ricordo), e il finale è troncato di qualche decimo di secondo. Si vede tutto, ma lo stacco finale è quasi brutale: niente titoli di coda e la musica interrotta.
-
Seconda versione. Qualità dell’immagine
di sopravvivenza, parecchio
spixellata. I colori però sono piú vicini all’originale. Inoltre, questa volta il filmato è integro, titoli di coda compresi.
I miei commenti... In teoria
non ci sarebbe bisogno proprio di alcun commento. Questo è uno di quei casi in cui le immagini e il movimento bastano a se stessi, parlano da soli, non chiedono ulteriori aggiunte, chiose, postille. A maggior ragione perché
Quest è
muto.
Il rischio maggiore, poi, è che il tentativo degeneri in
tristissimi balbettî pseudofilosofici tanto piú vaghi e banali quanto piú generici e “universaliâ€. Non molto distanti dai commentini a piè di pagina delle antologie scolastiche, dove tutti i poeti novecenteschi, nessuno escluso, “danno voce alla condizione dell’uomo moderno†e blablabla. Dire tutto senza dire niente, riusciendo nel frattempo a impoverire clamorosamente le poesie stesse.
Quest, poi si presta facilmente al giochetto dell’interpretazione “filosoficaâ€
da manuale: già il titolo (la Ricerca) rimanda a idee gravate da secoli di tradizione letteraria e non. Il resto rincara la dose: l’essenzialità quasi astratta dell’ambientazione, la scansione ordinata delle sequenze, un finale che già è presagito nel percorso, la struttura ciclica...
Ed ecco che mentre spiego perché forse sarebbe il caso di
non scrivere nulla su
Quest, già ne sto scrivendo...
Ma forse queste righe sono solo qualcosa a metà tra un
caveat e una
captatio benevolentiæ, per sottolineare ben ben che quanto segue (ma anche quanto già precede) non vuole assolutamente essere
una spiegazione di
Quest. Per carità ! Forse nemmeno opinioni personali. Ma: solo un tentativo di cogliere ed esporre le pulsioni personali che mi portano a guardarlo e riguardarlo e poi ricominciare.
Che poi, alla fine,
effettivamente non c’è molto da dire, da notare. Solo alcune cose.
L’omino è di sabbia e possiamo immaginare appartenga al mondo deserto:
cerca l’acqua, disperatamente. Che la ricerca sia disperata, lo si capisce presto: è nato cercandola, ed è in questa ricerca (inconclusa) che troverà la morte.
Sabbia e acqua. Le possibilità sono due. Prima: la sabbia desertica ha un bisogno disperato di acqua perché tende ad assorbirla e consumarla all’istante; quand’anche l’omino trovasse un po’ d’acqua, non gli basterebbe mai. Seconda: i due elementi sono in antitesi; la sabbia assorbe l’acqua, ma l’acqua può dissolvere la forma delle sabbie; dunque l’incontro è impossibile. Le due possibilità non si escludono a vicenda. E in entrambi i casi,
la ricerca è minacciata sin dall’inizio da un finale tragico.
I mondi che l’omino attraversa sono
mondi assoluti, dominati da un unico elemento: il mondo di sabbia, di carta, di roccia, di metallo... e l’acqua, sul fondo, sostegno abissale. Escludendo il mondo di sabbia, cui l’omino sembra appartenere (ma in cui manca ciò che piú cerca, l’acqua, appunto), gli altri sono tutti
mondi alieni, ostili, regolati da logiche proprie e incomprensibili. Quand’anche l’omino non fosse spinto alla sua ricerca,
difficilmente potrebbe trovare un luogo dove fermarsi.
La fine dell’omino. Mi sono fatto una domanda. Mi sono chiesto se qui gli autori abbiano valutato due possibilità , scartandone una, o la seconda non gli sia nemmeno venuta in mente. È una domanda importante, perché la possibilità scartata (o forse nemmeno considerata) avrebbe avuto un
valore simbolico molto forte all’interno di tutto il filmato. L’omino di
Quest non riesce a raggiungere l’acqua.
Non integralmente. Prima che possa aprire una breccia sul pavimento per raggiungerla, viene stritolato da uno dei tanti macchinarî che agiscono (vivono?) nel mondo di metallo. È cosà che la sua ricerca rimane incompleta.
Non sappiamo cosa mai sarebbe successo se l’omino fosse riuscito ancora vivo a raggiungere l’agognato liquido. O forse questo è un modo per suggerirci che la sua ricerca era condannata sin dall’inizio. Condannata sin dall’inizio? Non proprio: l’omino viene distrutto da un
fatto contingente, dal macchinario; forse poteva semplicemente fare piú attenzione, avrebbe potuto anche evitarlo... Mi sono accorto che sarebbe stato possibile organizzare un altro finale. Sarebbe stato ben diverso,
molto diverso permettere all’omino di sabbia di raggiungere l’acqua indenne; poi, però, nel momento in cui la tocca o addirittura vi si immerge gioioso, ecco che si disfa nel liquido, magari con un’espressione sul volto di stupore atterrito o sconsolato. In quest’ultimo caso, sÃ, il cerchio si sarebbe chiuso, ben piú stretto e angoscioso.
Il cerchio si chiude comunque. Polvere alla polvere, sabbia alla sabbia. E senza l’intervento di divinità dispensatrici di vita e provvedenziali, l’omino si rialza, sente ancora, immemore, il richiamo della goccia, e ricomincia la sua ricerca inesausta, inconclusa, inconcludente. Questo mi preme farlo notare:
in Quest non c’è una mistica della ricerca. La mistica della ricerca: quell’idea per cui ciò che conta non è la meta ma il percorso, e nel percorso si può trovare la realizzazione (un esemplare animato radicalmente diverso da
Quest che incarna in modo esplicito quest’idea può essere ad esempio
Millennium Actress, di Kon Satoshi).
Quest impedisce quest’interpretazione proprio per la sua struttura ciclica: la ripetizione, presumibilmente infinita, fa diventare la ricerca insensata.
Sia nel suo scopo che nel suo percorso. Che poi la ricerca si svolga in mondi ostili, desolati, monotoni e in totale solitudine rafforza ulteriormente l’insensatezza.

E intanto l’omino di sabbia continua a scavare, quasi meccanico, alla ricerca di quell’acqua che non potrà mai ottenere...
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Abbiamo parlato di:
animazione,
abisso,
cortometraggi
domenica, 27 aprile 2008 - 19:31

Ogni giorno, dal lunedà al giovedÃ. E già questa è quasi una novità , in Giappone, dove per gli
anime la norma è la trasmissione settimanale.
Ogni episodio durerebbe tre minuti. Ma circa trenta secondi sono occupati dalla sigla: quindi, in tutto rimangono
due minuti e mezzo. Molto poco. E in effetti di storia quasi non ce n’è. O meglio, va costruendosi di puntata in puntata, anche se resta sempre molto
loose. Ogni puntata consiste solo in qualche piccola scenetta (piú o meno) autoconclusiva.
È tratto da un fumetto pubblicato ormai da quattro anni (2004) da KÅdansha sulla rivista
Morning; quindi per un pubblico di supraventenni.
Chī’s Sweet Home (ãƒãƒ¼ã‚ºã‚¹ã‚¤ãƒ¼ãƒˆãƒ›ãƒ¼ãƒ ), tuttavia, potrebbe essere scambiato per un prodotto per bimbi. Storia quasi inesistente, dicevo. La premessa: un gattino ancora piccino si separa per distrazione dal gruppo della mamma e dei fratellini senza riuscire piú a ritrovarli. Viene accolto da una giovane famiglia, che, tra l’altro, nel proprio piccolo appartamento non potrebbe tenere animali. Gli episodî si compongono delle situazione minime e minimali di questa convivenza un po’ precaria, e dagli sporadici tentativi del gattino, ribattezzato
Chī, di uscire dalla sua nuova casa in cerca della mamma, che a volte tanto gli manca. Fine.
Perché guardarlo? Innanzi tutto perché dura poco. Vantaggio non trascurabile, nei tempi dell’accelerazione globale, del tempo alla gola e blabla. In secondo luogo perché
MadHouse, che si occupa delle animazioni, da una parte adotta il classico e facile
stile piatto tipico degli
anime umoristici; ma dall’altra, specie nei fondali, copre tutto con
un velo di colori soffusi, dolci, pastellosi. Se a questo aggiungiamo gli occhî a punta di spillo dei personaggi, che fanno un po’ “fumetto europeoâ€,
Chi’s Sweet Home diventa un discreto e, a tratti, molto buono
esemplare di kawaii. E anche per questo un’occhiata la merita. E lo scrive chi, con gli animali domestici, animati o meno che siano, non ha certo un ottimo rapporto... Peggio della retorica sui bambini c’è forse solo la retorica sugli animaletti graziosi...
Sito ufficiale del
manga:
http://www.e-morning.jp/chi/index.html
Sito dell’
anime:
http://www.madhouse.co.jp/works/2008-2007/works_tv_chees.html
Al sito, scheda di AnimeClick, con numerose immagini:
http://animeclick.lycos.it/anime.php?titolo=Chi+s+Sweet+Home
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serie tv,
animazione,
anime,
kawaii,
madhouse
mercoledì, 23 aprile 2008 - 18:39
RD sennÅ chÅsashitsu (RD潜脳調査室)
Ne avevo già scritto
diversi mesi fa, quando era appena stato annunciato. Avevo anche tradotto un’introduzione alla serie, presa dal sito ufficiale. A rileggerla adesso mi rendo conto di quanto
male (intendo, come italiano) l’avessi tradotta... e ci avevo anche ficcato dentro
due grossi errori (per certi versi quasi inevitabili, viste certe particolarità del giapponese e vista l’assenza di un contesto preciso): avevo spacciato per
una protagonista quello che in realtà è
il protagonista. E il suo nome esatto è
Haru Masamichi (波留真ç†), e non “Haru Mariâ€, come avevo scritto! Nel frattempo ho anche scoperto che
RD sennÅ chÅsashitsu è noto fuori del Giappone anche come
Real Drive. Piú semplice e diretto. D’ora in poi chiamiamolo cosÃ.

Primo episodio, dunque: episodio spesso, episodio
denso; e cosà senza dubbio saranno anche tutti i seguenti e
l’intera serie. Quanti, in tutto? Ancora non si sa. Immagino, in totale, i classici
ventisei. Episodio impegnativo, episodio persino strano. L’impressione che mi ha lasciato è
doppia. A tratti entusiasmo, a tratti dubbî. Cose interessanti e cose perplimenti, affiancate in una singolare convivenza. Sarebbe facile, poi, volerci vedere in tutto questo un chiaro influsso di
ShirŠMasamune (noto ai piú semplicemente come
Shirow), presente nei
credits, i cui gusti e tematiche sembrano informare prepotenti
Real Drive: ma è un esercizio forse un po’ sterile, perché una serie TV è soprattutto un lavoro di
staff e non è mai chiaro dove cominci e finisca l’influenza di un nome o dell’altro. Il regista,
Furuhashi Kazuhiro (夿©‹ä¸€æµ©) afferma comunque che ShirÅ si sarebbe limitato a fornire i tratti generali dello scenario, della trama e poi i personaggi. Be’, effettivamente non sembra nemmeno poco...
Sempre creato dalla Production I.G, sempre su un soggetto di ShirÅ: la tentazione sarebbe quella di affiancare
Real Drive all’immediato predecessore,
Ghost Hound, ma
le differenze sono maggiori delle somiglianze, e gli autori stessi del primo dicono che se si vuole, una filiazione è da cercare con le due serie televisive di
Ghost in the Shell – Stand Alone Complex; le analogie sono effettivamente palesi, anche se ovviamente
Real Drive non è una mera prosecuzione: ha
una sua personalità , e a quanto sembra anche piuttosto forte; per quanto, come già detto, stranamente ibrida, o almeno cosà appare ai miei occhî.
Il
design è
fortemente realistico, cura il dettaglio dei volti e delle espressioni; ma in mezzo ai personaggi maschili dai tratti decisi e spigolosi abbiano anche un’androide morbida e formosa, e per soprammercato
dotata di occhiali(!) e (semi)invincible nella lotta corpo a corpo; e poi, soprattutto, c’è quella la probabile coprotagonista: la
15enne Aoi Minamo (蒼井ミナモ), simile a certe
idol anni Novanta, tondeggiante e bambolosa, con minigonna corta assai (e svolazzi malandrini a mostrar le mutandine), carattere candido e l’inevitabile corredo di mossettine
kawaii. Nonostante tutto però, riesce a risultare quasi simpatica.
C’è poi una strana alternanza tra momenti (per fortuna non troppo lunghi) in cui i personaggi si spiegano a vicenda (in realtà : a noi spettatori) i dettagli di questo mondo futuro, e altri in cui troppe cose anche assai complesse non sono degnate della minima didascalia verbale: un po’ come se gli autori non avessero saputo decidersi quale punto di vista adottare, se interno (quindi: non spieghiamo nulla e lo spettatore si arrangi) o esterno (quindi: spieghiamo tutto o almeno quanto basta, anche se sembra innaturale che i personaggi si raccontino cose che già dovrebbero sapere a josa... come ad esempio avviene nelle primissime scene).
Lato visivo! Colori, immagini, atmosfere:
tutto molto bello, curato, sorprendente. Colori vivi, vividi, brillanti, luminosi, molto lontani dalle tinte tetre & cupe che si vorrebbe (o forse lo vorrebbero solo certi stereotipi) siano il marchio del
cyberpunk (categoria che comunque m’ha sempre lasciato un po’ perplesso: un po’ abusata?). Colori forse anche troppo vividi. C’è una resa chiaramente semi-misticheggiante della Rete e dell’immersione della mente umana nei mari elettro-telematici: nulla di cosà nuovo e, anzi, del tutto apprezzabile. Ma pare che
Real Drive già in questo primo episodio bordeggi pericolosamente un
vago senso di new age. Se poi sentiamo gli autori parlare di tematiche come il “ritorno alla Natura†(è‡ªç„¶ã®æ–¹å‘ã¸ã®æºã‚Šæˆ»ã—) o della ricerca di una armonia (argh!) con la stessa (自然ã¨èª¿å’Œ)... Poi, piú volte i personaggi stessi nominano questo arcano fenomeno ancora inspiegato, denominato “ritmo della Terra†(地çƒå¾‹). Be’, sono tematiche con cui è sin troppo facile svaccare in certe facilonerie cui, purtroppo, molti
anime non sono esenti...
Ma
Real Drive è appena iniziato, deve ancora giocare tutte le sue carte, che sicuramente sono molte e molte di queste saranno valide. Che venga fuori un’ottima serie TV o qualcosa di discutibile, in ogni caso difficilmente passerà inosservato...
Da segnalare infine la
scelta musicale: molto particolare, inusuale, sicuramente coraggiosa. Spero, dal basso della mia ignoranza, di non sta per sparare qualche castroneria, ma il tentativo mi pare proprio quello di replicare certa
musica russa d’inizio novecento: Stravinskij, ÄŒajkovskij o giú di lÃ.
Sito ufficiale:
http://www.ntv.co.jp/RD/
Kaiba (カイãƒ)
Kaiba, dunque. La regia è di Yuasa Masaaki (湯浅政明):
Mind Game e
Kemonozume. In teoria per
Kaiba ci sarebbero pagine e pagine e pagine da scrivere già solo sul primo episodio. Provo quindi a essere breve, impressioni sommarie e poco articolate, limitandomi(?) ad alcuni punti (sufficientemente) fermi.

- Non so come saranno gli altri, ma questo primo episodio, per quanto mi riguarda,
è eccezionale. Basterebbe già da solo. E chissenefrega se i seguenti saranno abbominevoli schifezze, tutti (e fatico a credere lo saranno).
-
Regia. Solo i primi minuti per rendersi conto dell’
abilità di Yuasa. Strumenti semplici usati in modo complesso e senza darlo a vedere.
Catena di soggettive, dettagli, e pochi rapidi campi lunghi, sempre in soggettiva; non serve altro e subito afferriamo la situazione: il personaggio inquadrato si è appena risvegliato completamente privo di memoria, non capisce bene in che luogo si trovi e sta cercando di capirlo. Yuasa ci projetta senza preavviso alcuno dietro ai suoi occhî, dentro la sua mente che brancola in cerca di informazioni, ci scaraventa con lui (personaggio/regista) nel bel mezzo di un mondo (animato) di cui non sappiamo nulla, totalmente inaspettato, e che dobbiamo anche noi scoprire da cima a fondo. Per farlo gli bastano immagini e regia:
niente inutili monologhi, niente lunghi dialoghi con altri personaggi o (peggio ancora) commenti narrativi fuori campo. E in
Kaiba, in genere si parla molto poco, ma quel poco basta e avanza perché sono
immagini, colori, azioni e prospettive che, da soli, costruiscono in venti minuti un mondo nuovo, quasi astratto, metafisico, eppure densissimo e totalmente presente.
- Ho detto “il protagonistaâ€. Ma forse è
una protagonista. Non (mi?) è molto chiaro. Rispetto al co-protagonista, che invece è un palese maschietto, ha le ciglia piú pronunciate, evidenti. Tuttavia, l’aspetto è
piuttosto androgino: capelli biondi, sul corto, sguardo innocente, segno di un animo ancora privo d’esperienze (
tabula rasa lockiana). Si risveglia in questo mondo ignoto, con un pendaglio al collo celante la foto sfocata rossastra d’
una individua sorridente. Si risveglia con un ampio
buco nel petto (a quanto pare del tutto indolore) e, piú sotto, sul ventre, un
simbolo triangolare che pare essere di grande importanza. E subito c’è chi le (gli?) dà la caccia. Un primo episodio parecchio rapido, in cui si scappa e si insegue.
- Lo
spunto su cui è basato questo mondo: è possibile
separare i corpi delle persone dalle memorie, conservate in piccoli
chip a forma di cono. Le conseguenze: la possibilità di cambiare facilmente corpo, o di trovarne uno nuovo in caso di Morte. Via, dunque, alla
caccia di corpi nuovi: da rivendere ai piú ricchi, magari, che vivono al di sopra delle nuvole, lontani dai formicaî in cui i s’accalcano le classi dei poveri (ma felici?). Scenario tragico & terrificante di possibili futuri? Yuasa sembra preferire riderci su, magari in maniera un po’ amara, ma senza perdere tutta la sua tipica e sottile
ironia, e mostrando come dallo spunto iniziale tutta una normalissima (per chi la abita) realtà (trans?)umana riesca a svilupparsi, una realtà fatta di una sua economia, di relazioni e abitudini alla fine non troppo distanti dal nostro non ancora disumano(?!) presente...
-
Stile grafico. E per raccontarci scene e temi solitamente classificati come “fortiâ€, Yuasa sceglie uno stile che uno sguardo superficiale
potrebbe labellare come “controcorrenteâ€.
Stile retrò, quasi a ricordare il primissimo Tezuka o, addirittura, se si vuole, pre-Tezukiano, a guardare certa animazione e fumetto e grafica
pre-anni Sessanta o anche anteguerra. Stile sicuramente controcorrente rispetto ai precedenti lavori di Yuasa, che pur aperti a un liberissimo
pastiche visivo si reggevano comunque su una sorta di (iper?)realismo, alquanto anomalo rispetto all’iconicità dell’
anime medio. Il mondo di
Kaiba, invece, Yuasa lo visualizza tramite
scenarî astratti, irreali, quasi metafisici, geometrici e concettuali, materializzando una città formata da
canyons di palazzi e grandi meccanismi urbani dalle funzioni ignote; qui si muovono i suoi personaggi,
piccoli pupazzi (innocenti o crudeli che siano) trascinati da/in vicende piú grandi di loro. Pupazzi coinvolti in truci fatti di corpi distrutti, scambiati, (s)venduti, violati.
Destrutturazione del kawaii? Ultima adesione alle provocazioni di certa “arte†giapponese contemporanea (
Murakami Takashi, ovviamente)? O forse l’esatto contrario: semplice e
naturalissimo recupero di quello che già Tezuka faceva piú di cinquant’anni fa, quando prendeva (sapeva prendere)
terribilmente sul serio le avventure, le speranze e le tragedie, le gioie e i terribili dolori dei suoi personaggi, pupazzi stilizzati dai grandi occhioni...
Sito ufficiale di
Kaiba:
http://www.wowow.co.jp/anime/kaiba/
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animazione,
anime
mercoledì, 16 aprile 2008 - 23:28
Proseguo con le prime impressioni su alcuni
anime cominciati in Giappone questo Aprile. Pensavo di scrivere due righe, e invece stanno venendo lunghissimi papiri.
Nihil sub sole novum. Seconda puntata di tre. In realtà , poi, diventeranno quattro: ci sarà una
gattosa appendice! ^^
Kurenai (ç´…)
Tratto da una serie di libri di un certo
Katayama KentarŠ(片山憲太郎). Ma è una mia impressione, o la quantità di
anime tratti da romanzi di vario tipo è in aumento, quasi vertiginoso?... Forse è meglio precisare che questi romanzi sono nella maggior parte dei casi
letteratura di puro consumo, che non cerca raffinatezza nello stile (o magari sÃ, ma con pochi risultati...), e destinata a un pubblico popolare, spesso adolescenziale o poco piú.
Il regista di
Kurenai è
Matsuo KÅ (æ¾å°¾è¡¡). Oltre ad aver lavorato
sotto Kon Satoshi in
Perfect Blue e
Millennium Actress, è stato regista di
Red Garden, curiosa serie TV di due anni fa. Ne avevo visto un primo episodio, non ero andato oltre per motivi di tempo e altri. In quell’unico episodio avevo notato una vaga ispirazione alle
fiction di produzione USA. Ma piú di tutto si notava una spiccata personalità , nella grafica e nella regia. Insomma,
Red Garden cercava sicuramente di uscire da quell’anonimato omologante che di tanti altri
anime è invece la condanna. Ma non essendo andato oltre il primo episodio, di piú non voglio dire.
Ma che Matsuo abbia una sua impronta è
piú che palese: non serve neanche verificare i
credits, il primo episodio di
Kurenai ricorda all’istante proprio
Red Garden. E
la cura grafica è sempre in primo piano, e anche se forse un po’ meno caricata che in
Red Garden rimane quasi estetizzante nel tratto sottile con cui traccia i contorni e i dettagli dei volti, e soprattutto le espressioni dei personaggi; tratto sorretto da un’animazione di livello molto buono, anche se un po’ altalenante.
La storia? Dunque...
Kurenai ShinkurŠè un sedicenne che, per motivi ancora ignoti, svolge lavori poco chiari al servizio di una donna elegante di nome JÅ«zawa Benika, con la quale pare avere avuto un qualche strano rapporto in passato. Il mestiere di ShinkurÅ dovrebbe essere quello di “risolutore di controversie†(æ‰ã‚事処ç†å±‹), attività che svolge soprattutto con l’uso della forza fisica, e quando cala la notte... In effetti, lo si deve ammettere, il primo episodio di
Kurenai preferisce alludere, nascondere e lasciare intendere che dietro le quinte c’è un ampio retroscena in movimento ma ancora tutto da scoprire. Tanto da chiedersi se e fino a che punto verrà poi mostrato, e quanto invece rimarrà nell’oscurità , confidando nell’intelligenza degli spettatori, o che questi già conoscano i libri da cui
Kurenai deriva... (e questo ne limiterebbe le possibilità di una libera fruizione). Tra l’altro l’
anime dovrebbe durare in tutto dodici episodî, che non sono tantissimi per articolare al meglio una storia che promette d’essere piuttosto complessa, almeno nei suoi risvolti.

La storia, dicevo. Un giorno ShinkurÅ si trova nella sua misera e piccolissima camera in affitto,
una bimba di sette anni, Murasaki. Suo compito sarà farle da custode e proteggerla da eventuali assalti... essendo Murasaki figlia di KuhÅin RenjÅ, potentissimo uomo d’affari che, per motivi di convenienza, non avrebbe mai permesso alla figlioletta d’abbandonare la lussuosa residenza. Ma per il sedicenne ShinkurÅ badare alla settenne Murasaki forse sarà un compito piú arduo del previsto, anche considerando il caratterino estremamente spigoloso della piccola... Ma come dice la
catch phrase dell’
anime: «è quando trovano qualcosa da proteggere che gli uomini diventano forti» (守るã¹ãã‚‚ã®ãŒè¦‹ã¤ã‹ã£ãŸã¨ã人ã¯å¼·ããªã‚Œã‚‹)!
A questo punto a me
Kurenai è sembrato quasi
uno strano ibrido. Da una parte ambienti piú o meno sordidi, bassifondi abitati da animi ancora innocenti e logge luccicanti del potere economico dove si nascondono i peggio segreti:
atmosfere adult(istich)e,
noir,
hard boiled, se si vuole; anche un po’ manierate, ma in fondo il miglior modo per gestirsi all’interno di un
genere specifico è quello di affrontarlo con un po’ di ironia tra le righe e qualche piccola caricatura sottesa. Dall’altra, invece, è difficile non notare che, a fronte di un unico protagonista maschile, abbiamo (almeno per ora)
una folta schiera di comprimarie unicamente femminili, e variamente assortite, schema tipico di
un certo genere di anime; l’impressione è rinforzata da ShinkurŠche, coi suoi sedici anni da liceale, rischia quasi di finire incastrato nel classico stereotipo del “protagonista da
animeâ€. Ma può darsi che queste impressioni si dissolvano col procedere degli episodî (almeno spero). Anche perché, da quel che è dato capire, l’attenzione dovrebbe centrarsi soprattutto sulle evoluzioni del rapporto tra ShinkurÅ e la piccola Murasaki; che per altro, almeno attualmente, risulta
capricciosa sino all’insopportabile...
Sito ufficiale:
http://www.samidareso.com/
Pagina su AnimeClick, con tante immagini:
http://animeclick.lycos.it/anime.php?titolo=Kurenai
Toshokan sensŠ(図書館戦争)
A me ricorda
Patlabor. Sarà lo scenario di questo
Giappone del prossimo futuro (2019) molto simile a quello attuale (non fosse per un piccolo particolare, che è motore della vicenda); sarà per
l’ambientazione militar-poliziesca; sarà che
Toshokan sensÅ (noto anche come
Library Wars) è realizzato dalla
Production I.G, che proprio intorno a
Patlabor cominciò a comporsi e prender vita; sarà che la protagonista è una ragazza dalla forte volontà , in grado di imbracciare le armi e coi
capelli corti, ma... insomma,
a me ricorda molto Patlabor. Ma forse è solo una vaga impressione. Già meno vaghi sembrano essere i richiami (o perlomeno una minima ispirazione) al
Fahrenheit 451 di Bradbury... Anche se il futuro di
Toshokan sensŠè comunque molto meno distopico e visionario...

Nel 2019, dunque, in Giappone è attiva da tempo una legge severa per “proteggere†i cittadini dalle informazioni dannose per l’ordine pubblico o
lesive per i diritti umani (sic!). In pratica, la possibilità per lo Stato o, meglio, per i suoi organi speciali, di
censurare senza mezze misure tutto ciò che puzzi di devianza rispetto alla morale e al buon costume. Nient’altro che un’estremizzazione (ma forse neanche tanto estrema...) di tendenze in atto da diversi anni anche nel nostro presente. Ma mentre oggi si parla tanto di Internet, nel 2019 di
Toshokan sensŠla guerra per l’informazione libera ruota intorno al venerabile
medium che è
il libro stampato! E per difendersi dai soprusi degli organi di censura, le biblioteche giapponesi, ora unificate a livello nazionale e dotate di larga autonomia, si dotano di
un proprio corpo armato, le “squadre bibliotecarie†(図書隊).
Kasahara Iku (ç¬ åŽŸéƒ), la protagonista, decisa a seguire l’esempio di un misterioso individuo che, quand’era piccina, la difese in una libreria dalle prepotenze dei censori, una volta adulta si sottopone al duro addestramento per entrare nel corpo armato bibliotecario, per poter cosà difendere i suoi amati libri e seguire l’esempio del suo eroe dell’infanzia... Peccato che l’addestramento e la vita militari possano rivelarsi piú duri del previsto.
Lo spunto è indubbiamente interessante, ma se, leggendo la trama, si poteva pensare a una serie dai toni impegnati, dall’elevata drammaticità , e dalla volontà di far riflettere su tematiche importanti, be’... quello magari lo farà anche piú avanti. Perché per ora
Toshokan sensÅ si distingue soprattutto per
una forte e insospettata dose di umorismo; scelta effettivamente molto buona per sviluppare al meglio delle premesse che rischiano fin troppo di far scivolare nelle peggiori retoriche. E in tal modo evita anche un altro rischio: di trasformarsi in una sorta di illustrazione a metà tra il maniacale e il celebrativo dell’ambiente militare, tendenza tanta cara a certo pubblico giapponese...
Un dubbio può rimanere: che
Toshokan sensŠnon riesca a far incontrare da una parte il suo scenario socio-futuristico (che rimarrà cosà a far da puro sfondo) e dall’altra quella che sembra sarà soprattutto una storia sentimentale tra la protagonista e il suo severo addestratore (fino a che punto riuscirà a salvarsi dalla banalità ?). Ma forse neanche si vuole ambire troppo: come per
Kurenai, anche
Toshokan sensŠnon dovrebbe superare i dodici episodî.
E anche
Toshokan sensÅ deriva dalla solita serie di
romanzi! A firma di una certa
Arukawa Hiro (æœ‰å·æµ©), che pubblica per Media Works, di solito storie d’ambientazione militare.
Toshokan sensŠè ospitato sulla collana Dengeki Bunko... ora, riprendendo il discorso di cui sopra, questa collana, come le molte consimilari, si sa che non brilla per la qualità letteraria dei suoi titoli. Va comunque segnalato che l’autrice, con alcune sue opere, anzi, proprio con
Toshokan sensÅ, pare essere uscita dal suo ghetto, raggiungendo anche un certo apprezzamento critico.
Da segnalare, da ultimo, la
particolare scelta grafica di Production I.G di puntare, specie nelle scene di primo piano, su una singolare e morbida
“fumettosità †dei personaggi, evidenziata da bordi dei personaggi, quasi come fossero tracciati col pennino; piú facile a vedersi che a descriversi, purtroppo... In ogni caso, si tratta di una scelta tecnica innovativa che cerca di (e riesce ottimamente a, tra l’altro) rendere il tratto tipico delle illustrazioni che accompagnano i romanzi in questione.
Disegni animati nel vero senso del termine, insomma...
Vorrei scrivere anche qualche considerazione non troppo seria in stile
cultural studies sulla protagonista femminile, ma... ho già fatto fin troppo. Magari un’altra volta!
Sito ufficiale di
Toshokan sensÅ:
http://www.toshokan-sensou.com/
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sabato, 12 aprile 2008 - 22:43
Provo a scrivere qualche
riga veloce di prime impressioni su alcuni
anime televisivi della Primavera di quest’anno, tutti partiti questo mese, questa settimana o quella precedente (pochi giorni fa, dunque).
Qualche riga veloce, prime impressioni, e tutte unicamente sul
primo episodio d’ogni titolo. Impressioni provvisorie, quindi,
da prendere con le pinze, col beneficio del dubbio, che potranno essere corrette piú avanti e blablabla.
Una cosa però va notata. La stagione appena conclusa (autunno/inverno) m’era sembrata
alquanto fiacca. Ho seguito molto poco (anche per motivi di tempo), ma non è stato un problema, perché di stimolante, anche solo basandomi su immagini & info beccate qua e là in modo sparso, m’è sembrato di scorgere
ben poco. Continuativamente ho guardato unicamente
Ghost Hound (神霊狩), serie interessante ma tutt’altro che indiscutibile; anzi, in parte quasi una delusione: il regista di
serial experiments lain, Nakamura RyÅ«tarÅ (䏿‘隆太郎), anche in
Ghost Hound ha mantenuto tutti quelli che i suoi estimatori riterranno pregi, ma che a me sembrano soprattutto difetti (soprattutto di comunicazione). Ma magari ne scriverò un’altra volta...
Tornando in argomento. La stagione scorsa ho faticato a trovare qualcosa di interessante da seguire, ora che è giunto Aprile, e i miei tempi continuano a essere ridotti all’osso, eccomi costretto a operare una
rigorosa selezione, perché i titoli che sembrano
appetitosi sono parecchî, quasi troppi...
Per ora ho visto il primo episodio di almeno
sei serie, ma ancora non ho idea se riuscirò, nei mesi a venire, a seguirle tutte...
Come già detto, qui mi limito a tracciare un po’ di impressioni rapide sul visto fin’ora. Il tutto diviso in tre
post, due titoli al colpo. Procedo in ordine ascendente:
dalla serie meno interessante alla piú stimolante. E lo dico subito: l’ultima credo abbia tutte le potenzialità per candidarsi a essere (udite udite)
una delle migliori del decennio in corso (a fianco di
Paranoia Agent e
Kemonozume). Ma staremo a vedere.
Allison e Lilia (アリソンã¨ãƒªãƒªã‚¢).
Tratto da una serie di romanzi di Shiguwasa Keiichi (時雨沢æµä¸€), già autore di altre due serie di libri a loro volta trasposti in animazione: il relativamente noto
Kino no tabi (ã‚ãƒŽã®æ—…) e l’esecrabile(?)
Bokusatsu tenshi Dokuro-chan (撲殺天使ドクãƒã¡ã‚ƒã‚“).
Allison e Lilia, dunque.
Ambientazione simil-europea di inizio novecento, con paesaggi ampi e verdi, cieli azzurri, aerei a elica piccoli e grandi,
college di bianco marmo e studenti in divisa diligenti e rivolti verso un futuro di progresso. E con un continente diviso in
due federazioni politiche coinvolte in una guerra sterile (ovviamente sterile).
Allison (アリソン) è un’energica ragazza bionda che, trascinandosi appresso il piú posato Vil (ヴィル), parte alla ricerca di un misterioso tesoro in grado di portare la pace...

Un
character design chiaro e accattivante, di stampo quasi classico, una cura grafica di medio livello, una regia discreta per una storia avventurosa, movimentata e rapida... anzi, forse persino un po’ troppo rapida e che, almeno nel I episodio, si affida a
diverse coincidenze lievemente forzate purché i personaggi si trovino (guarda caso!) al posto giusto nel momento giusto, sà che il motore narrativo riesca a partire senza troppi impacci.
Ma tutto sommato,
Allison e Lilia promette di essere una visione gradevole e piacevole e, almeno da quanto sembra finora, soprattutto
leggera e ariosa, semplice senza essere troppo semplicistica, e senza accampare troppe pretese di profondità . Poi, magari, piú avanti cercherà anche di addentrarsi (qualche spunto già c’è) in riflessioni piú impegnate, approfittando ovviamente del contesto bellico; sarà da vedere quanto rischierà di (s)cadere nella faciloneria, nel moralismo o nella banalità , rischio alto in questi casi, purtroppo.
Sito ufficiale:
http://allison-web.net/index.html
Pagina su AnimeClick, con tante immagini (da cui ho impudicamente
grabbato l’immagine usata sopra!):
http://animeclick.lycos.it/anime.php?titolo=Allison+e+Lillia
La torre di Druaga - the Aegis of Uruk (ドルアーガã®å¡” 〜the Aegis of URUK〜)
Tratto da un vecchio
videogioco del 1984 (che tra l’altro ha avuto un fracco di
sequelz).

Druaga, dunque. Druaga... almeno nei nomi ci sono
riferimenti ai miti mesopotamici, ok; anche se sembrano fatti
a casaccio, ma questo non è per forza un problema. L’ambientazione, però, è quasi smaccatamente
fantasy, anzi, oserei dire
giocodiruolistica: c’è il gruppo di eroi dosatamente assortito, c’è una
quest, ci sono i
dungeon, ci sono i mostri da (ab)battere in sequenza... E fin qui è tutto chiaro. Il resto no. Perché con questo primo episodio non ho capito bene quale direzione voglia prendere l’
anime. O forse spero di aver capito male... Dopo una manciata di minuti molto serî, se non drammatici, il primo episodio è una
parodia spudorata, piú o meno riuscita a seconda dei momenti, dei piú triti luoghi comuni del
fantasy e appunto dei giochi di ruolo. Negli ultimi minuti poi, tutto torna serio. Sembra tornare serio. Ora: questo primo episodio potrebbe rivelarsi ed essere un puro
divertissement degli autori, un’introduzione giocosa per una serie che poi procederà per con tutt’altri toni. E questo sarebbe anche interessante: spiazzare lo spettatore con variazioni di registro imprevedibili e sincopate di puntata in puntata, eccetera. Oppure potrebbe servire proprio per settare tutto l’andazzo successivo, senza troppe sorprese. Quest’ultima possibilità mi lascia molto perplesso. Perché il parodismo può anche essere piacevole (se ben fatto, e in
Druaga a volte è un po’ troppo facile e grossolano), ma sulla lunga distanza rischia di stancare e ripetersi tristemente, di farsi prevedibile, e quindi nojoso. Facendo sembrare troppi anche solo tredici episodî.
Tecnicamente (visivamente), poi,
Druaga non si difende neanche male... Questo può persino irritare, se si vuole. La domanda: perché spendere tempo, fatica e risorse per un umorismo che rischia d’essere scontato o banale, o commestibile unicamente da chi conosca i bersagli che prende di mira?...
Però devo dire che fa un certo effetto vedere
Gilgamesh raffigurato come un qualunque Re fumettoso da medioevo europeo...
Druaga, comunque, è da ricordare anche perché: è uno dei titoli scelti da GDH International (società partner dello studio Gonzo, che produce
Druaga) da
distribuire in streaming sul Web in contemporanea con la trasmissione in Giappone... distribuzione con sottotitoli inglesi, e destinata unicamente al mercato estero; ennesimo tentativo di dare l’assalto in maniera innovativa a questo mercato, fortemente ambÃto da parte dall’animazione giapponese almeno dalla metà degli anni Novanta, o
nuovo sistema per combattere i fansub che, si dice, rischiano di danneggiare le esportazioni di
anime fuori dell’arcipelago nipponico?...
Sito ufficiale:
http://www.druaga-anime.com/
Pagina sul solito AnimeClick, con tante immagini (da cui ho di nuovo impudicamente
grabbato le immagine di cui sopra!):
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