mercoledì, 23 settembre 2009 - 13:19
Potremmo sbrigarcela in fretta, dire che
Aoi hana (é’ã„花, "I fiori blu", 2009) è la
versione fatta bene (o, almeno, fatta meglio) di Maria-sama ga miteru (マリア様ãŒã¿ã¦ã‚‹, "La Madonna ci sta guardando", 2004-2009), e chiuderla qui.
E invece c’è altro da dire; si può almeno provare a spiegare il perché; e vedere come i due titoli abbiano viaggiato su binarî e mezzi piuttosto differenti, e distanti, pur convergendo alla superficie nel loro
blending di divise scolastiche, rapporti tra ragazze in bilico tra amori e amicizie, narrazione sommessa, e quel vago sentore d'ottocento europeo ch'è ancora residuo persistente (per quanto ormai quasi impercettibile) dell'estetica degli
shÅjo manga d’un tempo.
Binarî e mezzi differenti e distanti.
Maria-sama ga miteru ha percorso il suo viaggio su quelli più
mainstream, con gran profusione di
media, dipanandosi in trentacinque (!) volumi di romanzo originale (ancora da finire, tra l’altro), otto di fumetto, tre serie televisive, e una d'OVA. Per ora. Il classico
best seller.
Aoi hana, di suo,
vanta un curriculum ben più modesto: il
fumetto, ancora in corso, ha all'attivo solo
quattro volumi, pubblicati con lentezza a partire dal
2004; e poi c'è
la serie televisiva, undici piccoli episodî trasmessi nel corso di quest'Estate 2009.
Shimura Takako (å¿—æ‘è²´å), l'autrice, ha però un retroterra già più vario, con
pubblicazioni su diverse riviste, anche di fumetti erotici (i suoi lavori di questo tipo, per sua espressa volontà , non sono stati mai riproposti in volume).
Il suo debutto è del 1997, su Comic Beam, rivista a bassa tiratura (per i criterî nipponici) ma con un zoccolo assai duro di
aficionados a reggerla. Tra i titoli di Comic Beam c'è, arrivato anche in Italia,
Emma (2002-2006) di Mori Kaoru (森薫), il
manga sulla cameriera
occhialuta dell'epoca vittoriana.
Almeno sino ad
Aoi hana i lettori lamentano che la Shimura, col suo
tratto essenziale e spartano, non racconti con sufficiente chiarezza, che lasci perplesso il suo pubbico anche su ciò che sta accadendo tra i personaggi. Con
Aoi hana le cose migliorano, l’autrice introduce un maggior descrittivismo grafico, ricorrendo a fondali e dettagli d’ambiente per costruire le situazioni.
In realtÃ
anche i primi capitoli di Aoi hana hanno un tratto estremamente scarno, che non concede nulla al superfluostilismo
underground, o comunque
adult oriented, quello che
rifiuta i fronzoli visivi per affidare i suoi stati d’animo alla sobrietà di situazioni e dialoghi puri; ma il piú delle volte
il sospetto è che le doti grafiche della Shimura siano ancora alquanto da sgrezzare, che le sue vignette spoglie non siano esito d’un lavoro di pulizia e sottrazione studiata, ma di capacità espressive spesso ancora sotto al minimo sindacale, per non dir dilettantesche.

cliccare per ingrandire
Aoi hana è pubblicato sulla rivista
Manga Erotics F (マンガ・エãƒãƒ†ã‚£ã‚¯ã‚¹ãƒ»ã‚¨ãƒ•), che a dispetto del titolo pubblica parecchia roba non erotica; anzi, i suoi fumetti, comunque destinati a un pubblico oltre-adolescente, sono piuttosto varî, e la rivista vanta nientepopodimenoché la supervisione di Urasawa Naoki. Forse la cosa meno ignota in Italia che v'è stata pubblicata è Ristorante paradiso (リストランテ・パラディーゾ).
Ora,
fosse solo per il fumetto, Aoi hana non emergerebbe certo tra le maree di titoli che quotidianamente diluviano sulla scena nipponica. Ma qui entra in gioco l’
anime, col quale invece è stato fatto un lavoro che merita piú di un’occhiata.
Costretto a riempire in qualche modo il grande vuoto in cui si muovono i personaggi della Shimura, lo
staff della versione televisiva (
staff quasi totalmente privo di nomi significativi, è da precisare) ha pensato bene di dar vita ad
ambienti soffusi e silenziosi, coi fondali stessi che si fanno protagonisti, creati con la consueta abilità dal veterano
Kobayashi SichirÅ (å°æž—七郎): spazî urbani e scolastici pennellati, appena accennati, mai eccessivamente invadenti e chiassosi, ricchî di una vegetazione di teneu verde tenue e morbide luci. L’ambientazione, cosà dotata di un
equilibrio grafico non dissimile da certa quotidianità proposta dallo Studio Ghibli (difficile non pensare a
Mimi o sumaseba, pur con le dovute differenze), riesce a
insufflare illusione di vita vera in personaggi che rischiavano di trascinarsi su schermo quella bidimensionalità che li appiattiva su carta; e riesce a trasformarsi in un commento musicale composto di
delicati luci e colori, per reggere quel complesso di relazioni che variamente s’intesse tra le ragazze protagoniste, commento ora dolcemente armonico, ora assai burrascoso, fatto di sogni, speranze, disperazioni e piccole rinascite.

La costruzione dei caratteri sta in bilico tra stereotipÃa e costruzione studiata, senza riuscire mai a decidersi del tutto: se consegnare
Aoi hana agli stilemi classici e altamente codificati della
fiction giapponese d’argomento omosessuale come concerto di stereotipi esplicitamente irreali, idealizzati e convenzionali; o se virare verso le acque d’un realismo che miri a discutere i codici, e magari a farsi, piú o meno esplicitamente, strumento di rivendicazione sociale, o perlomeno di indagine programmatica sul conflitto tra l’irriducibilità individuale e le leggi non scritte che regolano gli umani consorzî.
È proprio qui che stanno
i maggiori pregi e difetti di Aoi hana. Da una parte c’è tutto
un lavoro anche meticoloso, nel distribuire frammenti di dialoghi e gesti, per poi lentamente raccoglierli e mostrare, tra passato e presente (e aspirazioni d’un incerto futuro) gli animi dei personaggi; dialoghi e gesti ripresi con gran fedeltà dal fumetto stesso, ma arricchiti, come s’è detto, dai tempi, dalle pause e dai ritmi d’una regia attenta, e da luci e colori dei fondali; dall’altra sempre gli stessi personaggi non riescono a nascondere il loro
altro lato, quello dei
ben riconoscibili tipi dell’animazione giapponese, fatto spesso e volentieri di psicologie esasperate e ruoli prestabiliti:
la ragazza bassina, semplice e ingenua ma piena di vita e premurosa, sempre pronta a incoraggiare le amiche in difficoltà ;
la timida con gli occhiali, dalla flebile voce e perennemente sull’orlo delle lacrime; la maschiaccia, alta, decisa, se non egoista ed egocentrica. E cosà via. Inutile dire che
Maria-sama ga miteru inclina molto, molto piú in questa seconda direzione, ed è ciò che ne impedisce l’originalità e, forse, ne ha anche decretato il successo verso un pubblico relativamente ampio.
Ed è anche per questo che in
Aoi hana l’omosessualità oscilla costantemente tra
due diversi statuti: da una parte
postulato aproblematico, fondamentale per la costruzione d’un
mundus irreale e ideale fatto di sole ragazze, mondo altro purificato dai dissidî e le asperità di quello “realeâ€, da cui lo spettatore possa cosà fuggire; e dall’altra, invece,
condizione complessa che i personaggi stessi vanno a scoprire dentro di sé e vivere ora con sorpresa, ora con sgomento, ora con la
coscienza delle difficoltà che questo può comportare in una società in cui, il piú delle volte, le donne cercano gli uomini e viceversa.

Ma
le indecisioni di Aoi hana sono anche un suo punto di forza. Fedele alla sua natura di spaccato frammentario di istanti di vita, viene lasciato ampio spazio all’intuizione sui prima e sui dopo, su ciò che precede il primo episodio, e su ciò che seguirà l’ultimo. Come le vite dei personaggi,
i fili narrativi scorrono, si incontrano, a tratti si sfiorano e intrecciano, ma senza mai saldarsi in nodi definitivi. Il titolo d’ogni episodio, che ci viene dato solo alla sua conclusione, è suggello e conferma di quel abbiamo visto, ma è anche apertura verso ciò che verrà . E quei
fiori blu la cui importanza scopriamo soltanto giunto al fine non sono punto d’arrivo, ma stazione intermedia tra un’età e l’altra, tra una trasformazione e l’altra, tra la riscoperta del già vissuto e la prosecuzione di un viaggio ancora tutto da fare.
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mercoledì, 23 settembre 2009 - 00:00
Oggi, 23 Settembre, Equinozio d'Autunno dell'anno 2009.
Mancano 1185 giorni alla Fine del Mondo.
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sabato, 12 settembre 2009 - 23:27
È mentre si comincia ad avvicinarsi il finale, che saltano fuori
alcune cose che non si capiscono.
Non si capisce per che motivo Juno, quasi di punto in bianco,
decida di rimettersi col biondino iniziale; che, vabbe', è stato lui a impregnarla, ma per tutto il film i due non hanno fanno molto più che scambiarsi
quattro parole smozzicate e balbettate: un po' poco per (ri)costruire un rapporto. Ma forse, come purtroppo è suggerito anche da uno degli ultimi scambi di battute, quel che conta è il
richiamo biologico della gravidanza, l’unione genetica madre-padre-figlio. Forse la qualità del rapporto viene dopo. Quando viene. Se viene.
E però non è comunque chiaro come mai Juno
il bimbo non se lo tenga, lo dia comunque in adozione. Nonostante l’intero film lavori
proprio in direzione opposta, demolendo, un pezzettino alla volta, la sbrigativa leggerezza con cui la ragazza aveva deciso di sbolognare via il pupo che aveva in pancia; nonostante Juno sia arrivata ormai a provare qualcosa di solido & saldo per il suo concepito: se lo sente scalciare in pancia, se lo vede nell’ecografia, se lo vive nell’appetito moltiplicato, e tutta la solita trafila della gravidanza, che per lei è scoperta nuova... e poi lo consegna comunque alla madre adottiva; quella che si dichiara pronta ad avere un figlio
perché ha letto i manuali pediatrici giusti, e che ha già la casa piena di plasticoso giocattolame.
Cose che non si capiscono. O che forse si capiscono sin troppo bene.
Come la
mirabile figura del padre. Nella prima parte genitore eccellente nel suo ruolo di far sentire una merda incapace la figlia ogni volta che ve ne sia l’occasione (ovviamente “per il suo beneâ€; tanto, chi gli dice niente?), verso la fine subisce una
curiosa metamorfósi in padre saggio e avveduto, dispensatore del consiglio giusto al momento giusto.
Padre saggio, che in una scena sin troppo scoperta nel suo simbolismo, con una doppia manata sulle spalle al biondino, consegna Juno al suo ritrovato ragazzo: la relazione della figlia non può prescindere dalla
sanzione patriarcale. La ragazza va
consegnata dal padre al futuro marito: altrimenti, da sola, come farebbe?
Quando uscà (2007) ci si chiedeva se Juno fosse un film anti-abortista.
Non credo lo sia. C’è un breve quadretto che potrebbe essere visto come tirata vagamente critica/satirica verso l’aborto, ma è, appunto, breve, e
la questione pro-life/pro-choiche viene liquidata molto rapidamente, mentre la pellicola si svolge verso altre direzioni. Già , ma quali?
C’è, chiarissimo,
il percorso della protagonista, che da ragazza impulsiva e incostante, va costruendo passo passo la propria “maturità †(orrida parola...). Ma cos’altro? C’è un film che vorrebbe essere sugli e per gli adolescenti, ma che non riesce a cancellare del tutto
l’intrusione costante dello sguardo genitoriale. Il classico film che nelle scuole superiori d’Italia viene mostrato alle classi a
fini educativi; il film che l’adulto può ammannire all’adolescente, fidando che a quest’ultimo piacerà perché “parla la sua lingua, fatta di musica & slangâ€; un film che però
non va mai troppo sopra le righe, e che ovviamente fornisce le giuste
tematiche d’attualità e interesse sociale per far riflettere i virgulti, e scrivere tanti temi d’italiano in classe il giorno seguente.
Intanto, però, lo slang giovanile che riempie la bocca dei personaggi di
Juno, e soprattutto di Juno stessa,
riesce con gran difficoltà a nascondere la propria artificiosità ; e a volte non ci riesce e basta.
Juno è un film sopravvalutato...
[...certo, come “film sull’adolescenzaâ€
Juno è comunque
molto meglio dell’
orridicolo (orrido+ridicolo)
Thirteen - 13 anni (2003): quest’ultimo è il film costruito su misura di genitore ansioso e preda dei panici teen-fobici; il film che t’insegna a stare attenta, madre!, perché se la famiglia ha perso il suo valore ed è priva d’una salda figura paterna, poi rischi che la giovine figliuola finisca a letto col ragazzo nero (evidente indice di somma degradazione!!); per quanto mi riguarda,
il film sull’adolescenza rimane ancora il corrosivo e svedese
Fucking Åmål (1998)...]
Juno è un film sopravvalutato.
Non è un film brutto, ma comunque sopravvalutato. Quando uscà diede parecchio a parlare, e
visto dalla prospettiva degli Stati Uniti si capisce perché. Perché colà , oltreoceano, il disagio e i
moral panics sugli argomenti di
Juno sono ben piú vivi che in Europa, ancor piú rispetto all’Europa mediterranea. Argomenti: aborto o non aborto, ma soprattutto la sessualità adolescenziale, il terrore per le (sovrastimate?) epidemie di gravidanze tra le ragazzine, il corpo e i suoi tabú d’ascendenza puritana ed evangelica risorgenza e cosà via.
Juno non è un film contro l’aborto e, come già detto, s’interessa anche poco, forse solo tangenzialmente, delle polemiche (anti)abortiste; ma, anche suo malgrado, si fa comunque
sintomo della situazione paradossale in cui, negli Stati Uniti a cavallo del millennio e oltre, s’è andata a ficcare una cultura sostenuta da una singolare
alleanza intragenerazionale tra un conservatorismo religioso piú o meno destrorso e una sinistra istituzionale affetta da un’ideologia paternalista di “difesa delle vittimeâ€: una cultura che da una parte
guarda con spavento alla sessualità dei minori, e di conseguenza cerca di passare sotto silenzio i metodi contraccettivi; che da destra considera
l’aborto un crimine e da sinistra una tragedia, al piú da regolare legalmente; e che, di seguito,
guarda ancora con sospetto alle famiglie non tradizionali, quelle prodotte da divorzî e convivenze, in cui i bambini crescono “senza riferimenti sicuriâ€.
Ma allora, date queste premesse, se la ragazza resta incinta “troppo prestoâ€, che si fa? Abortire non può, perché altrimenti
tradirebbe il ruolo materno che la società le cuce addosso
in quanto donna; ma nemmeno tenersi il pargolo può, perché la ragazza non sposata e ancora studentessa non può tradire nemmeno l’altro suo ruolo cucitole addosso, quello della
figlia dipendente dal potere dei genitori.
Juno, la
sedicenne ancora figlia e già madre, scandalo che farebbe saltare le classificazioni odierne,
non ha comunque diritto d’esistere. Deve partorire, ma poi deve comunque separarsi da quel figlio che s’è portata dentro per nove mesi. E quel che le resta, sono solo le lacrime.
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domenica, 06 settembre 2009 - 22:50
"Sappho, Σαπφώ, nel dialetto Ψάπφω e Ψάπφα, la più grande fra le greche poetesse, la quale nacque a Mytilene di Lesbo [...]. Dei particolari della sua vita si conosce assai poco. [...] Passò [...] i suoi ultimi anni a Mytilene, circondata da una schiera di fanciulle sue amiche, alle quali insegnava la musica e la poesia. Secondo le idee morali da lei espresse nelle sue poesie, come anche per le testimonianze dell'antichità più degne di fede, Saffo realmente fu una donna onorata di costumi puri e severi; tuttavia nelle età alla sua posteriori non si ebbe scrupolo alcuno di abbassarne la fama e di dare un'interpretazione poco morale ai rapporti della celebre poetessa con le sue giovani amiche. Anzi, per soprammercato si inventò un suo sozzo amore per un giovinotto di nome Faone, il quale la avrebbe disprezzata ed abbandonata, onde essa per disperazione si sarebbe dalla rupe di Leucade precipitata nel mare. Tali calunniose invenzioni provengono in gran parte dai comici ateniesi [...]"
(tratto da: Federico Lübker, Lessico ragionato della Antichità Classica (Reallexikon des klassichen Altertums), Roma: Forzani e C., 1898)
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culture
martedì, 01 settembre 2009 - 23:00
Non so quanti se ne saranno accorti, ma di recente
ho rimescolato un attimo i link esterni, quelli sulla colonna qui sùbito a destra.
Alcuni ne ho aggiunti, alcuni ne ho tolti.
Ne approfitto dunque per
segnalarne tre, che forse meritano attenzione: due siti e un blog.
1.
MELON FARMERS - CENSORSHIP WATCH
Primo sito. Lo seguo ormai da diverso tempo.Il titolo penso dica tutto: nello specifico, i
coltivatori di cocomeri riportano
casi di censura d'ogni tipo, e relative persecuzioni collegate alla libertà di pensiero ed espressione o all'autonomia individuale, segnalà ti da chiunque desideri contribuire. Nota bene: il sito non ha affiliazioni politiche e, soprattutto,
ha il coraggio e l'intelligenza di non fare distinzioni di parrocchia o bandiera. Riporta
qualunque caso di censura e persecuzione,
senza star lì a fare distinzioni di parte tra censura buona e censura cattiva. C'è di tutto e ce n'è per tutti: le persecuzioni anti-cristiane in Pakistan o Egitto, quelle omofobe nell'Est Europa, le leggi di diversi paesi europei contro il negazionismo dell'olocausto, le campagne sessuofobiche (religiose e/o laiche) in Gran Bretagna e Stati Uniti, i tentativi australiani (e non solo australiani) di imporre filtraggi "alla cinese" a internet, e così via.
In genere, le notizie sono introdotte da titoli piacevolmente ironici e beffardi.
Segnalo comunque che il sito è adornato da banner che rimandano a siti più o meno porno, ovvero rivendite
on-line di giocattoli o film erotici,
et similia... be', in qualche modo il server bisognerà pur pagarselo!
(tra parentesi, il sito presenta anche una
ampia copertura, con corposa documentazione relativa, sull'attuale tentativo da parte del Regno Unito di estendere il divieto di "pornografia minorile" anche al fumetto. Un tentativo contro cui si sono mobilitati, tra gli altri, artisti del calibro di Bryan Talbot e Neil Gaiman.)
2.
SP!KED
Sp!ked è un
sito di notizie o, più precisamente, un ricettacolo di
commenti quasi sempre molto approfonditi e articolati sui fatti che girano per la maggiore. Questo ho cominciato a seguirlo da pochissimo, quindi devo ancora farmi un'idea precisa su come collocarlo... o forse è lo stesso sito che
sfugge alle classificazioni? Il che non è un male, anzi. A questo punto traduco direttamente (e liberamente) l'autopresentazione che
trovasi sul sito in questione:
Sp!ked è un fenomeno on-line indipendente, che ha il forte obiettivo di ampliare l'orizzonte dell'umanità ingaggiando una guerra cultural-discorsiva contro la misantropia, la pedanteria, i pregiudizi, il luddismo, l'illiberalità e l'irrazionalismo in tutte le loro forme, antiche e moderne. Sp!ked è sostenuto da liberi pensatori quali John Stuart Mill e Karl Marx, ed è odiato da gente con la mentalità ristretta, tipo Torquemada e Stalin. O lo sarebbe, se fossero così fortunati da essere in giro per leggerlo.
Umanisti, libertari, razionalisti, antitecnofobi... vabbe', al di là delle dichiarazioni di principio, cosa c'è di interessante
in concreto in questo sp!ked?
La cosa migliore penso sia indicare le sezioni del sito che ho trovato più interessanti, e poi magari anche spendere due parole su posizioni che, invece, non condivido e/o mi lasciano perplesso. Molte sezioni comunque devo ancora esplorarle.
Condivido:
-
Challenging China-bashing. Articoli che affrontano & smontano i pregiudizi e i discorsi
anti-cinesi, soprattutto quelli che circolano nell'alta politica e nei mezzi d'informazione. Ce n'è bisogno:
l'ostilità anti-cinese, specie in Europa, penso sia altamente sottovalutata.
-
Parents and kids. Famiglie, bambini e gggiovani... serie di articoli che prendono posizione contro la dilagante
paranoia sull'"infanzia" (dove infanzia significa tutti i minori di 18 anni) da "difendere" a tutti i costi da pericoli reali o (più spesso) immaginarî. Qui, dando un'occhiata veloce, ho trovato un'idea che finora avevo considerato solo distrattamente: chi scrive su sp!ked sostiene che l'isteria paranoide sulla "difesa" dell'"infanzia" non venga tanto dai genitori, ma soprattutto da
agenzie statali assai interessate a far cassa sulla paura diffusa. C'è da rifletterci.
-
Obesity. Obesità ! Oh, bene: mi sa che è la prima volta che finalmente trovo chi
mette in discussione tutto l'attuale can can sull'obesità . L'ossessione per l'obesità (e magari anche quello correlato per l'anoressia) come discutibile tentativo di patologizzare, se non criminalizzare, determinate fasce di popolazione, inventando nuove categorie (o allargando a dismisura quelle già esistenti) di "sub-umani", categorie di
individui da compatire & temere al contempo; e ovviamente, come sopra, foraggiando numerose agenzie statali e para-statali che si occupino di
sorvegliare & punire, e di disciplinare ricondurre nei ranghi chi non è sufficientemente normale. Chi, in questo caso, è
diversamente pesante.
Ora, le perplessità :
-
Animals. Qui non ci siamo proprio. Ok, sull'argomento personalmente non ho ancora le idee chiare, ma quelle di chi scrive su Sp!ked in questo caso mi sembrano sin troppo nette:
nessun diritto per gli animali, sono bestie, sono bruti, sono inferiori, l'intelligenza umana e quella animale sono incommensurabili, ed è persino dubbio che molti animali provino dolore o piacere. Onde per cui, se è a vantaggio dell'uomo, si faccia pure quel che si vuole degli altri animali.
Mah! Più che altro qui, a dare una scorsa veloce agli articoli, mi pare che negli articolisti agisca un forte pregiudizio (per non dir dogmatismo) di stampo umanistico...
-
Anti-semitism. Articoli...
filo-israeliani? Forse gli autori li chiamerebbero anti-anti-semiti, o anti-anti-israeliani, o in chissà quale altro modo. Vabbe', non mi infilo nell'
infame ginepraio delle parole giuste o sbagliate da usare quando si parla di Israele, Palestina e annessi e connessi, però anche in questo caso mi sembra di sentire l'odore di un pregiudizio aprioristico che non mi sfagiola del tutto...
Ovviamente, essendo Sp!ked originato nel Regno Unito, anche se spesso ha comunque una prospettiva globale, molti articoli riguardano la realtà locale. Qualcuno magari domanderà : e a noi checcenefrega di quel ch'accade tragl'inglesi? E io rispondo: ce ne frega, perché molte tendenze nascono colà (o nel mondo anglosassone in genere), e poi si diffondono altrove, nel resto d'Europa sin giù nel nostro Stivale, che ora come ora è quasi totalmente cultura tributaria. Quindi si può guardare alle isole britanniche oggi per capire cosa bollirà nella nostra pentola domani.
3.
GIAPPO PAZZIE
Il sottotitolo è più che esplicativo: "Questo blog nasce come un
sito alternativo per conoscere il Giappone nascosto, il lato oscuro di un bellissimo paese". Un
blog, gestito da un tale
Luca da ÅŒsaka che, con un italiano molto... alla portata d'ogni lettore (non saprei com'altro definirlo!), ci racconta della sua vita nel paese del Sol Levante, con interessanti dettagli che dubito si trovino altrove. L'autore vuole
"smentire tutte quelle stupidaggini che certa gente scrive quando si parla di Giappone e giapponesi"; a volte tende a essere parecchio tranciante e poco rifinito nei suoi giudizî, e ciò tende a generare
codazzi di polemiche nei commenti a ogni
post (molti lo accusano di spalar letame sul Nippone...), polemiche comunque interessanti, perché di solito partecipa gente che in Giappone ci sta, o c'è stata parecchio, o comunque di cose giapponesi ne sa. Insomma, da seguire con distacco e interesse, prudenti come colombe e astuti come serpenti (o qualcosa di simile).
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lunedì, 24 agosto 2009 - 19:37
Magari può essere d'interesse generale.
Copincollo qui, preso da aNobii e con alcune lievissime modifiche, un mio breve commento, piuttosto asettico e tecnico, a proposito di
Underground, il libro di
Murakami Haruki sull'
attentato alla metropolitana di TÅkyÅ del 1995.
Tra l'altro è un commento che inizialmente avrei voluto scrivere, poi non l'ho fatto per mancanza di voglia/tempo (più la prima che il secondo), e infine, stimolato dall'esterno, mi sono messo a buttarlo giù. Ed eccolo qua.
Scomponiamo il libro in tre parti:
- Le testimonianze delle vittime dell'attentato.
- Le testimonianze dei membri (in alcuni casi ex membri) dell'Aum ShinrikyÅ
- Gli scarni commenti di Murakami, avvolti intorno alle due parti precedenti.
Le testimonianze delle vittime sono semplicemente troppe. Mi pare sulle 250pp. (non ho il libro sottomano, vado a memoria). Alla lunga si ripetono, e stancano. Anche perché parecchio ripetitive non tanto nei dettagli, ma nel tono generale.
Non ho capito se tutto questo spazio sia stato voluto, per trasmettere una qualche idea o sensazione al lettore, ma secondo me si poteva semplicemente scorciare.
Le testimonianze dei membri o ex membri dell'Aum ShinrikyÅ, invece, sono estremamente interessanti, specie se si ha una cognizione superficiale dei fatti in questione. Permettono di farsi un'idea. Permettono uno sguardo dal di dentro, e soprattutto consentono una prospettiva sfaccettata e poliedrica. Insomma, per usare un'espressione non mia, sicuramente qui il libro "mette in moto il cervello".
Il contrasto con il primo gruppo d'interviste, poi, è nettissimo. Al di là dei fatti accaduti in Giappone e in cui entrambi i fronti furono coinvolti, non si può non notare la normalità (quasi la piattezza, se non la banalità ) delle vittime e delle loro vite, cittadini qualunque che più qualunque non si può, e la densità , la problematicità e la sfida al senso comune che pongono le parole di molti membri dell'Aum ShinrikyÅ.
Vale la pena notare che tutti i membri o ex membri intervistati non hanno avuto alcun coinvolgimento diretto (o nemmeno indiretto) con l'attentato alla metropolitana, e molti di essi nemmeno avevano avuto sentore di quel che covava nel gruppo religioso di cui facevano parte.
Questo secondo insieme di interviste permette poi di dare una sbirciata, neanche tanto indiscreta, ai discutibili metodi d'indagine messi in atto dal sistema poliziesco giapponese...
Poi, i commenti di Murakami.
Scarni, ho detto. Molto scarni, e questo è il problema. D'accordo, l'intento può essere di lasciar parlare gli attori riducendo al minimo la presenza di un regista. Ma già qui, tra parentesi, si potrebbe dire: che un intervento è sempre inevitabile, anche solo per la selezione degli intervistati, e delle interviste, e della sequenza di pubblicazione, e così via.
A ogni modo... I commenti di Murakami, per quanto scarni, li ho trovati parecchio interessanti, anche perché privi di quella retorica "dalla parte delle vittime" e/o "contro la società moderna senza valori" che, invece, un caso del genere sarebbe quasi d'obbligo, e che persino m'aspettavo. Anzi, se non erro mi par di capire che Murakami stesso sia stato accusato, con questo suo libro, di non aver preso sufficiente posizione nei confronti delle vittime. Murakami, a mio giudizio, dimostra intelligenza e non affatto dà risposte preconfezionate.
Più che altro, tra le sue righe si intraleggono parecchie allusioni implicite a tutta la polemica che in Giappone è seguita all'attentato. Polemica sicuramente enorme, conoscendo i media nipponici: oceani d'inchiostro sparsi su tonnellate di libri e riviste, e inondazioni interminabili sui palinsesti televisivi.
La polemica è soprattutto rivolta ai media stessi, al mondo in cui hanno trattato l'attentato. Ne accenna Murakami, e ne accennano parecchî degli intervistati, su entrambi i fronti. Peccato che non si capisca precisamente l'oggetto del contendere! Cos'hanno fatto di male, i media? Hanno parlato troppo e inutilmente dell'attentato? Non ne hanno parlato abbastanza? Hanno sciacallato sulla privacy delle vittime? Non si sono concentrati sulle responsabilità politiche? O hanno buttato tutto inutilmente in politica? Hanno trattato in modo troppo benevolo l'Aum ShinrikyÅ? O ne hanno fatto un capro espiatorio? O hanno trattato le vittime come capro espiatorio? O che altro? Non si sa. In Giappone lo sanno sicuramente. Ma noi, in Italia, sull'attentato abbiamo praticamente solo questo libro di Murakami, e tutti gli altri pezzi rimangono in giapponese, per chi abbia voglia, tempo e tanta pazienza di cercarseli e scartabellarseli.
Peccato, perché sarebbe stato forse uno degli aspetti più interessanti della vicenda.
(poi, magari, scopriremmo che la polemica contro i media altro non è stata che parte dello stesso rituale mediatico post-catastrofe, com'è tipico)
Infine, ma questa è una riflessione tutta mia personale: il commento di Murakami a volte mi è sembrato assai ostico alla comprensione, m'ha dato quella sensazione di oscurità tipica del discorso astratto giapponese tradotto in italiano. Tradotto bene o tradotto male? Il problema è dal lato della lingua di partenza o di arrivo? Non so. Ma spesso ho notato questo: quando un giapponese intervistato si mette a parlare in termini astratti, diventa estremamente difficile capire cosa stia dicendo, a cosa si riferiscano i termini usati, in che modo si connettano; come leggere un testo di scolastica essendo digiuni d'Aristotele, immagino.
La difficoltà di traduzione e resa in italiano credo venga di conseguenza.
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giornalismo,
societÃ
venerdì, 21 agosto 2009 - 21:07
Proviamo a tirare le fila.
Zielenziger scrive il suo
Non voglio piú vivere alla luce del Sole: si annuncia come libro sugli
hikikomori, ma in realtà è una sorta di disordinata cavalcata in tutto ciò che fa Giappone, con un obiettivo generale, cioè
additare la barbara arretratezza del Giappone da ogni punto di vista, sociale politico economico; e poi c'è l'obiettivo più particolare e concreto, se non urgente, quello per cui alla fine l'autore ha fatto tutto 'sto po' po' di epica mobilitazione storico-intellettuale. E finalmente ci arriviamo.
Il Giappone, dice Zielenziger, sicuramente è cattivo perché arretrato e retrivo di per sé; ma soprattutto e in particolare per due cose,
due cose che non vanno per niente bene: da una parte
i giapponesi non consumano abbastanza, dall'altra
esportano troppo. E queste due cose non vanno bene per diverse conseguenze: un Giappone che non consuma è un Giappone che non si apre ai consumi, cioè ai beni esteri, cioè ai beni a stelle e strisce; inoltre, bassi consumi significano alto risparmio e basso indebitamento; significa che le banche nipponiche, piene di capitali, possono acquistare dollari americani a manetta; quindi le banche giapponesi finanziano l'indebitamento degli Stati Uniti. Un meccanismo in cui di recente si è inserita anche la Cina: non è un segreto che
quasi metà del debito pubblico americano sia nelle mani di Cina & Giappone.
Zielenziger non fa quindi che ripetere quella cantilena che, da parte U.S.A., è stata continuamente recitata almeno da inizio anni Novanta nei confronti del paese asiatico:
il Giappone deve aprire il proprio mercato e incentivare i consumi interni, cioè aprire il proprio mercato a prodotti e capitali americani e magari spingere i cittadini a consumare a livelli americani (livelli assai probabilmente del tutto insostenibili per il pianeta stesso su cui viviamo, almeno attualmente).
Qui il Giappone che, economicamente, si rifugia nel protezionismo e nell'isolamento politico è esplicitamente paragonato agli
hikikomori che non riescono a uscire dalle proprie stanzette. Il Giappone come bambino incapace che attende la mano paterna dell'"Occidente" per maturare e crescere, il Giappone come paese minore, se non minorato, il disadattato, l'handicappato della scena mondiale, il diversamente normale con cui ogni comunicazione è sempre un gioco d'azzardo e pericolo...
E se c'è un che di
sadico nei toni con cui Zielenziger illustra la stagnazione in cui si dibatte da molti anni l'economia giapponese, è però ironico che questo volume di quattrocento pagine costruito per fustigare politica ed economia (e società ) giapponesi in nome di un ultraliberismo tipicamente neo-con,
è ironico che questo volume sia stato dato alle stampe praticamente pochissimo prima della catastrofica crisi economica che, partendo proprio dagli Stati Uniti, sta facendo danni un po' in tutto il Mondo... crisi generata da quell'ultraliberismo incontrollato che, a sentire Zielenziger, il Giappone dovrebbe prendere a esempio per salvarsi...
Alla fine dei conti,
cosa rimane di questo libro? Perché potrebbe valere la pena leggerlo?
Non vale certo la pena leggerlo per le sfilze dei dati che riporta sul Giappone, dati spesso di dubbia validità , quasi sempre scarsamente contestualizzati, e quindi da prendere con le molle, o da non prendere affatto;
vale poco anche per il confronto che opera tra Giappone e Corea: vista la superficialità e rozzezza con cui tratta il primo, il sospetto che non renda adeguato servizio alla seconda è forte. Tra l'altro Zielenziger
la Corea la tira in campo solo per farne gli elogi... e per quali motivi? Perché la Corea ha saputo occidentalizzarsi, perché a differenza dell'ottuso Giappone ha accolto il cristianesimo, e soprattutto
le ricette ultraliberiste del Fondo Monetario Internazionale.
E ovviamente, come già detto ampiamento, il libro,
non vale molto a proposito del fenomeno hikikomori.
Vale invece, anche se in modo praticamente
involontario, come ulteriore tassello per capire non tanto il Giappone, ma
l'immagine che del Giappone si produce al di fuori del Giappone stesso; e che poi, spesso, di rimbalzo e di concerto, va a innestarsi anche sull'autorappresentazione che produce il Giappone stesso o, meglio, determinati suoi strati intellettuali.
Non voglio piú vivere alla luce del Sole si inserisce appieno in quel filone che potremmo chiamare
il filone della giappocatastrofe, un genere a metà tra saggistica, letteratura e giornalismo che si compiace nel dipingere il paese del Sol Levante con le tinte più fosche possibili, pulpeggianti e scandalistiche, giocando con un connubio di sicuro successo: il senso d'orrido generato dal diverso e dall'alieno, e il morboso e malcelato voyeurismo sbavante di fronte al peccaminoso e al deviante.
Guardare le stranezze e perversioni nipponiche per rabbrividire e rassicurarsi di non essere "come loro", e nel frattempo godere segretamente dello spettacolo proibito. E sotto sotto ricevere anche
la rassicurazione che un popolo di stirpe "non bianca" non riuscirà mai a costruire una società sana e normale...
Si tratta di un filone ricco, ben rappresentato anche nell'editoria italiana (prodotta e tradotta), il cui capostipite è l'ormai canonico
Baburu - I figli della grande bolla, il primo testo (per quanto ne so) che nell'immaginario collettivo
sostituì il Giappone dei lavoratori robotici e inquadrati con quello della pornodecadenza e dell'alienazione sociale estrema.
E nel libro di Zielenziger, com'è da prassi in questa tradizione, ci finisce un po' tutto ciò che fa giappocatastrofe, di vecchio e di nuovo... a fianco degli
hikikomori, questi nuovo mostri, ce ne sono altri già più o meno noti, alcuni quasi dei veterani:
dal bullismo pervasivo nelle scuole alle minorenni che si cedono per denaro. E, ovviamente, non possono mancare loro... i
"voluminosi manga pieni di violenza sadomasochista" che gli impiegati nella metro "sfogliano avidamente [...] senza un briciolo di imbarazzo".
完 (fine)