venerdì, 30 settembre 2005 - 20:12
Ancora un primo episodio: KURAU - Phantom Memory (così il titolo, anche in originale). La produzione è dello studio Bones (ボンズ), ultimamente tanto elogiato un po' da tutti. Qualche riga sullo studio: nato una decina d'anni fa da fuorisciti dallo studio Sunrise, il nome deriva dall'intenzione di Minami Masahiko, uno dei fondatori, di "fare anime che abbiano un'ossatura". Cioè, robusti. Personalmente, di quel che hanno fatto mi è piaciuto non poco (pur coi dovuti distinguo) il "robotico" RahXephon (ラーゼフォン), ma il resto... non ho visto moltissimo, ma non ho trovato nulla di troppo interessante: penso all'insignificante Hagane no renkinjutsushi (鋼ã®éŒ¬é‡‘術士; titolo internazionale: Full Metal Alchimist), o a Wolf's Rain. Quest'ultimo ha le stesse pecche di KURAU: troppa patinatura, troppo costruito ma poco elaborato. Con Wolf's Rain non sono andato oltre una diecina di episodî, e di KURAU non penso ne cercherò altri oltre il primo.
L'anime è tratta da un'omonimo manga pubblicato sul mensile Magajin Z (マガジンZ), edito da KÅdansha. La trasmissione televisiva è cominciata nel giugno 2004, e mi pare non sia ancora terminata: credo debba finire proprio in queste settimane. Viene trasmesso a notte fonda, come molte altre serie, abitudine ormai consolidata da un bel po' di anni.
La storia. Ci troviamo poco dopo il 2100. La prima metà dell'episodio viaggia in formato compresso: cinque minuti per presentare la protagonista dodicenne (con una faccia che sembra abbia almeno quattro anni in più), su una base lunare, col padre vivo e la madre morta anni addietro, per poi farla invadere, il giorno del suo compleanno, da una ignota entità aliena(?):la dodicenne si chiama Kurau (クラウ), l'entità aliena Rynax (リナクス). Altri cinque minuti per affrontare, attraversare e risolvere il dramma del padre, sconvolto di fronte al corpo dell'amata figlia posseduto da un'intelligenza all'apparenza fredda e distante; giusto prima della pubblicità, il babbo riesce a scorgere tra le pieghe della personalità aliena la presenza dell'animo della bambina... celato in profondità, ma vivo! Lacrime, baci, abbracci. Stacco pubblicitario. Da notare che Kurau/Rynax ora possiede straordinarî poteri fisici, corre salta balza vola ecc. non come Superman ma quasi. Però non la rinchiudono per l'eternità in qualche laboratorio militare: le fanno qualche esame in una specie di stadio, e per il resto la lasciano ancora stare col suo papà, come se nulla fosse accaduto. Mah.
Seconda metà dell'episodio. Stacco narrativo di dieci anni e KURAU si trasforma nel Ghost in the Shell dei poveri. Kurau/Rynax è cresciuta (ventiduenne) e si trova sulla Terra, fa l'agente speciale, si occupa di spionaggio induastrial-informatico e simili: armi, balzi, lotte contro i meka kattivi, appostamenti nel bujo, spari, ecc ecc. Violenza e azione, raffiche di mitra e l'unico risultato è un'auto sfasciata: nessuno muore, né si vede una sola goccia di sangue; e temo sarà così per tutti gli episodî. Un vizio comune di troppi anime, ultimamente (penso a Noir, che ho visto giusto qualche mese fa). È una cosa che puzza un po' d'ipocrisia, specie quando le pretese vorrebbero essere "realiste", come in questo caso. Notazioni sparse: musichette un po' pop, un po' superficialmente intimistiche; veli di romanticismo a basso costo, proprio quello che secondo me azzoppava Wolf's Rain; soprattutto: la tecnologia mostrata è troppo povera per quello che ci dicono sia il 2110: qualche schermo olografico, automobili volanti senza ruote (cimelio visuale della fantascienza Settanta/Ottanta!), e dei chip quasi uguali alle chiavette USB del giorno d'oggi. Viva la fantasia. Appunto: il Ghost in the Shell dei poveri.
Un po' di links:





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Abbiamo parlato di: serie tv, animazione, anime
mercoledì, 28 settembre 2005 - 08:52
KamiChu! (ã‹ã¿ã¡ã‚…ï¼) è una serie tv giapponese d'animazione, la trasmissione è iniziata in patria nel giugno di quest'anno (2005). Dovrebbe terminare al XII episodio, ma la fine sarà col XVI: gli ultimi quattro saranno pubblicati unicamente in DVD.
Alcuni commenti dopo aver visto il I episodio.
Ambientazione scolastica. Hitotsubashi Yurie, seconda media (quattordici anni, dunque), un giorno diventa una divinità. Così, all'improvviso, senza alcun motivo. E senza alcun cambiamento esteriore. Rimane una normalissima studentessa, divisa scolastica e tutto il resto: soltanto, quando con convinzione dice "KamiChu!", può manifestare il suo potere. Nulla di troppo speciale, non ci sono trasformazioni majokkose o sbrilluccicanti. Però pare possa intervenire sugli eventi naturali. Tra l'altro ha anche modo di vedere gli altri spiriti e spiritelli che popolano il Giappone. Nel I episodio crea e poi placa un tifone.
Il regista si chiama Masunari KÅji (舛æˆå­äºŒ), già autore di un bel po' di roba, tra cui Foton (フォトン), Read or Die (R.O.D.) e Risky & Safety (臣士魔法劇場 リスキー☆セフティ). Quasi sempre titoli rivolti al famigerato pubblico degli otaku. KamiChu! per certi versi vorrebbe distaccarsene, di ripulirsi dalle incrostazioni del pubblico di nicchia, per farsi più leggibile anche a un pubblico generalista. Il risultato è ottenuto solo in parte: con tre protagonista in divisa scolastica è sin troppo chiaro quale sia il pubblico di riferimento, mentre gran parte del nulla narrativo del I episodio è tipico di molti prodotti per otaku. Un classico del genere è Azumanga DaiÅ!, di cui ho subìto una decina di episodî. Insomma, come molti altri del suo genere KamiChu! rischia spesso di sembrare una dÅjinshi ad ambientazione quotidiana trasposta in animazione.
Però in qualche modo si salva. Cioè, si salva dall'essere una di quelle troppe serie decifrabili unicamente ai maniaci di animazione. Tanto per capirci: ad esempio, c'è una citazione a Ken il guerriero (åŒ—æ–—ã®æ‹³), ma è del tutto accessoria, coglierla è tutt'altro che fondamentale per capire la storia. Insomma, KamiChu! non è Excel Saga. Ed è già qualcosa. Per il resto però non raggiunge chissà quali vette. Soprattutto, l'ispirazione a Miyazaki è troppo evidente. Non si tratta tanto di citazioni precise, ma di una ripresa quasi spudorata delle atmosfere, dei colori, e poi la protagonista che può vedere gli spiriti nipponici e così via: siamo troppo vicini a La città incantata (åƒã¨åƒå°‹ã®ç¥žéš ã—); ovviamente in chiave molto minore.
Comunque Yurie, la protagonista, non è insopportabile, anzi. Il maggior pregio è quello di essere sì normale e anche graziosa, ma la statura piccolotta e il viso largo la allontana da molte altre recenti bamboline sin troppo sfacciatamente kawaii. La kawaisa di Yurie nasce da una quieta normalità. Anche qui comunque il debito a La città incantata è forse non piccolo. Poi, che Yurie sia timida e un po' goffa, ciò la fa già rientrare negli standard: anche se un minimo di complessità caratteriale ce l'ha. Piuttosto, quel che, almeno a me, fa girare le scatole, è che tutte queste protagoniste, che magari sembrano dotate di una personalità e un modo d'essere anche interessate, molto spesso sanno avere gli occhî luccicanti unicamente per il fighetto di turno, tutto fumo e nulla arrosto, tutto aspetto (ルックス) e niente cervello. E qui perdono dei punti, e neanche pochi.
Ancora qualche considerazione sui dettagli minuti. L'animazione è buona, ma pare quasi abbondanza sprecata, è concentrata in inutili fluttuazioni dei capelli dei personaggi e simili; soprattutto, in diversi punti, non sembra usata nemmeno benissimo. Poi, dalla seconda metà dell'episodio, c'è un vistoso crollo: proprio quando cominciano le scene d'azione. Mah. Di solito il calo è col secondo episodio, qui già da metà del primo c'è un netto stacco qualitativo.
Alla fine abbiamo lo happy end. Mi chiedo perché 'sti otaku si perdono tante volte con 'ste storielle di valori positivi, gli studenti che amano la loro vita, che si impegnano per migliorarsi, eccetera eccetera... insomma, tutti quei valori "tipici" della società giapponese odierna, o da essa propagandati, che, almeno per come la vedo io, dovrebbero fare a pugni con l'"ideologia" otaku. Eppoi quando vanno a infilarci i valori positivi, in queste storie, il risultato è sempre un dolciastro mezzo e mezzo (中途åŠç«¯), sommesso, un po' ipocrita e compromissorio verso la realtà.
Ultima cosa: l'autore del soggetto si firma "Besame Mucho" (ベサメムーãƒãƒ§). Eh, be'...
Alcuni link, tutti unicamente in giapponese:
- Il sito ufficiale di KamiChu!. Contiene alcune immagini.
- Pagina di Wikipedia su KamiChu!.
- Pagina di Wikipedia sul regista: contiene la lista dei suoi lavori.













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Abbiamo parlato di: serie tv, animazione, anime
lunedì, 26 settembre 2005 - 19:31
Ho appena visto Kigeki (喜劇: "commedia"), cortometraggio d'animazione giapponese. Una diecina di minuti. Prodotto dallo studio 4°: un piccolo studio d'animazione che da una parte si mantiene fornendo le animazioni per titoli di altre produzioni, dall'altra confeziona in proprio piccoli lavori molto particolari, quasi sempre libere sperimentazioni. Lo studio fa capo a Morimoto KÅji, che ha fatto un bel po' di roba, di cui comunque non ho visto molto. Quel che ho visto di Morimoto:
· Furanken no haguruma (ãƒ•ãƒ©ãƒ³ã‚±ãƒ³ã®æ­¯è»Š: "Gli ingranaggi di Franken"), corto contenuto nel lungometraggio Robot Carnival (1988).
· Kanojo no omoide (å½¼å¥³ã®æ€ã„出: "I ricordi della signora"), prima parte del lungometraggio Memories, di ÅŒtomo Katsuhiro (1995).
· Aldilà, cortometraggio contenuto in Animatrix (2003). In quest'ultimo lo studio 4° ha curato anche la fattura dei due spezzoni de Il secondo rinascimento (il regista è Maeda, quello dell'orrido Blue Submarine n.6 (é’ã®å…­å·)), Detective Story e Storia di un ragazzo (questi ultimi regia di Watanabe, l'autore di Cowboy Bebop).
Poi di Morimoto ho visto anche un ottimo videoclip che accompagna un pezzo di Ken Ishii (autore di musica elettronica). Mostrato qualche volta su MTV un bel po' d'anni fa (sette? otto? nove?), lo stile grafico era decisamente Åtomoso, e c'era anche un bel po' di computer graphic, per l'epoca usata in modo egregio. Torniamo a Kigeki: non è di Morimoto, ma del suo studio. Realizzato al risparmio, e si capisce che la volontà è proprio questa: mostrare come si può fare dieci minuti di ottima animazione con mezzi minimi. Un mio conoscente, che lavora nel campo, mi diceva lo scorso anno che Kigeki, se non ricordo male, deve misurare più o meno un migliajo di cel, cioè di diversi disegni. Per dieci minuti è pochissimo, siamo ai livelli delle serie televisive degli anni Settanta, quelle scattosissime che hanno segnato l'infamia: "cartoni giapponesi fatti male e a compiuter [sic!]". Ma in Kigeki di scattoso non c'è nulla, men che meno le scene d'azione, fatte di cavalli al galoppo, spade roteanti e scontri rapidissimi. Merito dell'alternanza tra sequenze statiche e dinamiche, e dell'ottimo uso di regia, montaggio e inquadrature. E anche un pizzico di computer: i cavalieri al galoppo sono replicati in digitale, ma l'effetto non è dei peggiori.
Poi c'è la storia... Irlanda, un guerriero sconosciuto, una bimba che chiede il suo ajuto per difendere il villaggio dagli inglesi malvagi. Storia di dieci minuti. I disegni e le atmosfere sono ottime, diciamolo: colori diafani, fotografia ritoccata per dar l'impressione "di vecchio", e via così. Dal titolo si capisce comunque come vada a finire: "commedia". Qui ne rimango un po' insoddisfatto. La storia rimane così, un po' sospesa nel vòto, le cose accadono e tanti saluti. È inevitabile, in dieci minuti è dura farci un poema epico. Ma quando i tempi sono limitati e si deve fare i cortometraggi gli autori, molto spesso, decidono di giocare sulla ciclicità. Sarà anche per questo che apprezzo diversi cortometraggi, perché scelgono storie claustrofobiche. Le storie cominciano e si concludono tornando all'inizio. O, alternativamente, giungono a una meta che, anche se un gradino più in su, si trova, isomorficamente, allo stesso punto di partenza: il canone eternamente ascendente di cui parla Hofstadter in Gödel, Escher e Bach, o ShirŠMasamune in alcuni suoi manga (ad esempio la postfazione all'edizione giapponese di Dominion; o forse mi confondo con Appleseed o Black Magic). Struttura ciclica significa storia conchiusa e del tutto priva di fuga, un labirinto dotato di una sua logica definita e definibile, ma non di un senso per chi lo abita: il serpente che si morde la coda conosce il suo stesso confine, ha esaurito ogni conoscenza nella completezza: ma intanto divora sé stesso. Nella tragedia per eccellenza(?), l'Edipo Re, tutto è già stato stabilito sin dall'inizio, non si può far altro che ripercorrere passi già tracciati: uccidere il padre per ripeterne le gesta proprio nel tentativo di evitarlo.
Tutto questo sproloquio insensato per dire che, tecnicamente, Kigeki è una bella cosa, impressionante e robusto, ma ci si poteva un po' più spremere in fatto di idee. Diverse cose rimangono sospese, ripeto, e temo che gran parte dei suoi estimatori si facciano affascinare dalla bella visualità senza badare a una storia secondo me un po' lasciata lì. Ma forse sto sbagliando tutto. Magari dovrei rivederlo.
Alcune immagini si trovano qui (è il primo sito che mi è saltato fuori browsando la rete con Gooooogle).








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Abbiamo parlato di: animazione, anime, cortometraggi, studio 4°c