domenica, 27 novembre 2005 - 09:33
Con un bel po' di ritardo rispetto a quanto annunciato, finalmente ho letto l'ultimo volume di Bone uscito in Italia.
L'assedio, secondo volume dell'edizione Panini (penultimo prima della fine, se ho fatto giusti i conti). Il prossimo volume, l'ultimo, dovrebbe essere anche piuttosto sottile. Già qui sorge la grande domanda: riuscirà Jeff Smith a riannodare in modo degno tutti i fili ancora in sospeso?
Ma intanto io non so nemmeno bene cosa scriverne, di questo ultimo volume. O forse, come scriverne. Un indizio di delusione, questo? Ma nemmeno saprei se mi abbia effettivamente deluso, e quanto. Quel che è certo è che queste pagine scorrono via velocemente, forse troppo, senza pause, senza troppo pathos: i colpi di scena, i momenti tragici ed eroici, o commoventi, le rivelazioni... rapide sequenze da una cosa all'altra in vista del gran finale; speriamo sia davvero grande, o quantomeno valido. Certo, Bone riesce a riprendersi dalla grave stanchezza che piegava gli episodî precedenti; ma non del tutto. Piuttosto, questo volume svela ulteriori debolezze, e proprio nel disegno: la grande carta giocata (con maestria) da Jeff Smith è sempre quella dell'allusione, del nascondere tra le ombre e mostrare solo in parte, innescando così il potere dell'immaginazione. Ma ora siamo alla resa dei conti, e le battaglie devono uscire alla piena luce: peccato che non se ne riesca a sentire sino in fondo l'odore, l'odore del sangue, del ferro e del fuoco. La mano di Smith tenta di forzare i suoi limiti, ma li raggiunge troppo presto, e non ha altra energia cui attingere. Ho scritto "sangue"? Già, ecco qualcosa che mi lascia perplesso: una grande battaglia fatta di fiamme e strida di brandi e alabarde... ma di morti ne vediamo pochi, troppo pochi: uno scontro a suon di botte e non una lotta per la vita. Ormai molto distanti dal fiabesco surreale dei primissimi episodî, Jeff Smith sembra muoversi un po' goffamente in questa nuova dimensione, più "seria", più drammatica. I radi stacchi umoristici (la lotta delle api, le martellate di Smiley e Bartleby) non sono certo del tutto inefficaci, ma rimangono comunque debolucci. C'è poi un passo in cui si vede chiaramente quanto Bone sia cambiato dai suoi primi passi, senza però che il mutamento sia riuscito in pieno: è nel racconto della battaglia tra i Draghi e la loro Regina, Mim: c'è qualcosa di più stonato della faccia del Grande Drago Rosso? E il problema è che un tempo Smith sarebbe riuscito a non farla stonare: si torni indietro, a quella scena grandiosa, del sogno di Fone Bone, sul vascello di Moby Dick, dove il volto del Grande Drago, immenso, emerge dalle onde dell'oceano; ecco, qui vi è l'equilibrio, la compenetrazione, tra l'atmosfera arcana, il fiabesco, il mitico e il surreale, la forza dell'enigma silenzioso in cui quel volto non è nulla di estraneo. Non durante la battaglia contro Mim, invece, testimonianza di come Smith abbia perso un bel po' del suo orientamento.
C'è sarebbe ancora altro, ci sarebbe da speculare sul possibile finale, ormai incombente. Poche cose, ma ancora fondamentali, restano in sospeso, e tanto del senso del fumetto dipenderà da come verranno risolte. Perché Bone, al di sotto della storia epica e d'avventura, ha una sua visione del mondo da mostrare, che scava in pieghe profonde con mezzi non indifferenti. Ci sarà modo di parlarne (forse) quando la storia sarà finita (quando ne avrò letto il finale: in patria è già terminata da un bel pezzo). Nel frattempo prendiamo atto (ma lo si scorgeva già diversi episodî addietro) che in Bone il cosiddetto Male non è un'entità da sconfiggere e annientare, in vista di uno happy end (magari adombrato dal sacrificio eroico di qualche personaggio secondario, magari un po' cattivello). Certo, c'è questa informe creatura d'incubo, versione minore(?) del biblico Shaitan (o del tolkieniano Melkor...), ma forse è solo un espediente vago, diafano il più possibile, per giustificare lo squilibrio che già sconvolge la madre di tutti, la Regina dei Draghi. Quale che ne sia la causa, l'esito non è una lotta chiara tra la schiera luminosa dei buoni e quella dei cattivi perversi: è una lotta fratricida, dove i confini si fanno sfumati, o sembrano quasi scomparire, dove non è così impossibile sperimentare il punto di vista dei rattodonti, per cui gli uomini sono nemici mortali e le altre creature prede. Resta da vedere sino a che punto Jeff Smith si spingerà, se deciderà per quella versione in cui il Male (o chi lo porta) va distrutto (dannato in eterno), o va piuttosto guarito e placato. E resta da vedere quale prezzo vorrà la fine del conflitto.
Non credo che Smith opti per un finale catastrofico: sarebbe coraggioso, ma, almeno in questo caso, non necessario, e forse neanche troppo piacevole. Spero piuttosto si tenga alla larga da un qualsiasi happy end facile e accomodante: ma non credo si rischi troppo in tal senso. Ma se le regole del grande viaggio verranno rispettate, diverse vite importanti si spegneranno prima che la battaglia abbia fine: i tre cugini bone dovranno perdere l'innocenza che avevano all'inizio della storia, prima di poter fare ritorno, e con occhî nuovi raccontare quel che hanno visto (perché Fone Bone è Ismaele).
Non dovrei scrivere nulla sulle diverse traduzioni di Bone: non dovrei, perché conosco poco dell'edizione originale, e non ho poi tante cognizioni d'inglese. Ma, andando a naso, mi pare i dialoghi italiani dell'edizione Panini siano comunque molto meno vivaci e apprezzabili dei volumi pubblicati da Macchia Nera: in particolare, spiccano degli sconcertanti anglicismi: qual è il peggiore tra "nah" e "jeez"?...





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Abbiamo parlato di: fumetti, comics
giovedì, 24 novembre 2005 - 19:47
Due giorni fa ho terminato col VI volume la lettura (a prestito) del Doraemon (ドラãˆã‚‚ã‚“) della Star Comics, riproduzione fedele di un'edizione giapponese che seleziona alcuni della miriade di episodî disegnati da Fujiko F. Fujio lungo i decennî.
Operazioni editoriali di questo tipo confermano quanto sia ancora forte e ampio lo zoccolo formato da chi legge (certi) manga spinto più o meno esclusivamente dal "nostalgismo": rivedere su carta quel che da piccoli si vedeva in TV. In casi come questi la qualità del titolo può anche essere un optional; penso a casi financo imbarazzanti, come quelli di Pollon o Kiss me Licia... quest'ultimo, tra l'altro, in Giappone, a differenza di qui, non se lo filava quasi nessuno.
Ma Doraemon, dopotutto, un'occhiata forse la merita, se non altro perché in Giappone e nei paesi circonvicini è il personaggio per l'infanzia, tanto che c'è chi lo definisce "il Topolino d'Asia". Così come i bimbi bianchi crescono con la Disney (ma forse le cose stanno un po' cambiando), quello gialli crescono con Doraemon. E devono crescere bene, in sicurezza e tranquillità. Dalla tasca del gatto robot escono invenzioni che risolvono qualunque problema, idea adatta a solleticare il desiderio infantile (e non solo tale) di onnipotenza. Ma, chissà come mai, l'invenzione in qualche modo fallisce, o si rivela controproducente, e alla fine l'ordine rassicurante delle cose è sempre ristabilito. Per certi versi è inevitabile quando la storia è episodica: il classico limite della serialità infinita. Ma in fondo in fondo c'è anche Una necessità educativa. Doraemon non è certo (per fortuna!) moralista come sa esserlo la Disney, come vuole che sia l'ottusa ortodossia pedagogica nostrana; ma, alla fine, non può comunque andare oltre le righe. Un bel gioco dura poco, e i genitori devono esser sicuri che ogni episodio di Doraemon termini con un sano ritorno alla realtà. È comunque il caso di segnalare, a margine, che in Giappone esiste anche una gran quantità di fumetti per l'infanzia molto più liberi e sfacciati, che danno ai loro lettori tutto ciò che vogliono, senza troppi limiti. Si può pensare ad Arale, che di Doraemon è quasi il contrappeso. Ma rispetto ad altri titoli ancora, dove sangue, chaos e scatologia sono la norma, anche Arale in fondo in fondo è qualcosa di sin troppo regolare...
Qualche post fa avevo scritto di Miyuki, dimenticando una cosa importante: l'adattamento dei testi in italiano è davvero ottimo, come non se ne vedevano da un bel po'. Lo stesso si può dire per Doraemon. Tuttavia, almeno in questo ultimo volume, una cosa è sfuggita. Primo episodio: "Il grande oracolo". Non proprio. Il richiamo è a quella che in Giappone è nota come "La grande profezia di Nostradamus" (ノストラダムスã®å¤§äºˆè¨€). Nota, anzi, notissima. Il riferimento è a un passo delle centurie del gran veggente, dove viene (pre)detto che "Nel luglio del 1999 il Grande Re del Terrore scenderà dal cielo", e di seguito le solite guerre catastrofiche. Il passo è tratto da una delle centurie apocrife (cioè, non dovute alla mano di Nostradamus!), ma in Giappone, anche grazie al libro di uno "studioso", il passo divenne dominio pubblico, tanto da venir citato in un fracco di anime e manga dei più disparati: a mente ricordo Otaku no video, Mazinsaga, Kodomo no Omocha (solo nella versione anime), FLCL... Ma ce ne sono tanti altri. Un giorno dovrei fare una lista. Poi però il luglio del 1999 venne, ma il mondo non finì. Purtroppo.




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Abbiamo parlato di: manga, fumetti
mercoledì, 23 novembre 2005 - 19:51
Sms spaziali, divise scolastiche e robottoni. La voce delle stelle (ã»ã—ã®ã“ãˆ) non spicca per originalità, nel panorama saturo del post-Evangelion. Ma fa comunque parlare di sé, perché è un prodotto di alta qualità grafica realizzato da un gruppetto ristrettissimo di persone con mezzi limitati, e quasi tutto il lavoro è dovuto a un'unica persona, Shinkai Makoto (新海誠). Insomma, La voce delle stelle è la dimostrazione che macchine potenti e buona volontà oggigiorno permettono a chiunque di creare animazione "fatta in casa", in grado di reggere il confronto con quella dei grandi studios.
Dopo l'anime, non poteva mancare il manga. D/visual lo porta in Italia in un volume con una confezione eccellente e un prezzo quasi scandalosamente basso (6,20€), tanto da far sospettare che lo vendano in perdita... Stacchiamo un attimo la mente da quel che l'anime è stato, il prodotto dimostrativo di cui sopra, e cerchiamo di ragioniare a freddo sul manga. A suo modo si difende bene: tutta la questione della distanza, dello spazio che si fa tempo, dell'attesa condannata a farsi interminabile, be', non sono novità nella fantascienza, ma riescono comunque a farci assaggiare quell'amaro di cui si vogliono intinte. Ma ci si ferma qui, perché La voce delle stelle frana clamorosamente nell'immensa ingenuità e incapacità di trascendere i proprî limiti, la subcultura otaku da cui provengono gli autori. Non si tratta solo della pesante eredità da Evangelion, presente non tanto come citazione quanto come residuo grumoso e troppo poco metabolizzato: d'accordo i robottoni postmoderni, d'accordo gli alieni dal design bizzarro e sfuggente, d'accordo l'ennesima ragazzina coi capelli corti (ショートカット!): ma si deve per forza pilotare il robottone con indosso la divisa scolastica?... Eppoi, alla fine, il fumetto non riesce a raggiungere quella che sarebbe potuta essere una conclusa interessante: la ragazza che torna sulla Terra quando ormai il suo uomo è vecchio decrepito, ridotto sulla carrozzella (magari col plaid sulle gambe), un ammasso informe, scheletrito e tremante. Tutto rimane rinchiuso entro i ristretti limiti "giovanilistici" della gran massa dell'animazione giapponese. Non stupisce quindi se il disegno di Sahara Mizu (ä½åŽŸãƒŸã‚º), non brutto, non va mai oltre un certo fighettismo da copertina, convinti che per fare atmosfera basta nascondere un occhio dei personaggi sotto i ciuffi dei capelli.
Insomma, La voce delle stelle non è da buttare, ma nemmeno un fumetto memorabile: rimane l'appendice facoltativa di un anime come tante se ne vedono. Migliore dei colleghi, ma pur sempre appendice.
Per chi non lo sapesse, poi, in Giappone da La voce delle stelle han tirato fuori anche un romanzo...
In coda, tanto per mettere un collegamento, il sito dell'edizione inglese dell'anime: http://www.advfilms.com/favorites/voices/.




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Abbiamo parlato di: manga, fumetti
lunedì, 21 novembre 2005 - 19:14
Circa ogni mese c'è chi mi presta un po' di fumetti: modo utile per leggere cose che altrimenti non credo comprerei mai. Da parte mia presto in cambio ciò che acquisto. Ho qui quattro titoli sottomano. Alcune impressioni rapide rapide:
Miyuki, arrivato al III numero. Ne ho già scritto qua, e anche di Adachi in generale. Non c'è molto da aggiungere. Questo volume, però, riesce a essere piacevole, e nemmeno poco; la sceneggiatura, soprattutto, è molto ben giocata. Forse il capitolo «Madre indesiderata» è un po' fastidioso, tutta 'sta celebrazione delle gioje della famiglia, dei richiami biologici...
IV volume di Life, di Suenobu Keiko. Anche di questo ho già scritto. Un po' come Miyuki: anche Life, con questo volume, guadagna parecchio rispetto ai precedenti. Non c'è niente da fare (ã—ã‡ã­ãƒ¼!), la Suenobu riesce a dare il meglio di sé quando mette in scena l'ijime, non altro. E a questo punto si chiarisce come il contorno, che sia il sadomaso o l'autolesionismo, è più un richiamo fittizio e spettacolare che altro...
VII volume dei Best Works della Miuchi. Ancora, ne ho già scritto. Questo VII riunisce tre storie piuttosto insignificanti. La prima (Le tenebre dorate ci guardano) vorrebbe essere d'orrore, ma sfiora il ridicolo, con una rivolta felina capeggiata da un gatto superintelliggente quanto maligno, e in coda le solite rampogne sull'arroganza umana, sulla ribellione della Natura, ecc. ecc. Mentre la seconda (I girasoli d'inverno) più che uno shÅjo, sembra una storia di Indiana Pipps...
Concludo con Wish, fumettino delle CLAMP, I volume di quattro. A suo modo, e rispetto a tanti altri titoli recenti delle stesse autrici, non è così spiacevole: ovviamente si deve essere in grado di apprezzare una "storia" quasi completamente priva di narrazione, creata solo per mostrare scene assurde e kawaii al contempo, volutamente prive di alcuno spessore. Ma per passare un quarto d'ora senza affanni può anche andare. Almeno, questo per le prime quaranta pagine. Dopo comincia a esserci anche una storia, con demoni e creature varie, lotte tra cielo e inferi, e così via, e il fumetto ne risente, perde parecchio; o meglio: tenta di acquistare qualcosa, ma non ci riesce. Amen.



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Abbiamo parlato di: manga, fumetti
mercoledì, 16 novembre 2005 - 19:24
Mi ritrovo in mano due numeri relativamente recenti di Dylan Dog.
Che si odi o si ami il fumetto italiano (intendo: certo fumetto italiano) Dylan Dog ha fatto comunque la sua parte. A cavallo tra anni Ottanta e Novanta aveva dato un bello scossone: da diverso tempo, dopo l'arrivo degli anime in TV, il fumetto era in gran crisi, e i manga, allora, non li conosceva quasi nessuno. Allora arriva Dylan Dog, che comincia a vendere come il pane. Tutti ne parlano, dagli addetti ai lavori alla grande stampa; a proposito e a sproposito. Ma intanto la creatura di Tiziano Sclavi riesce a sintonizzarsi alla grande con un pubblico poco frequentato (o frequentato male), quello adolescente; catturandone anche la metà femminile, allora quasi del tutto esclusa quando si parlava di fumetti.
Sclavi aveva una sua personalità, fatte anche di ossessioni fisse, strane e stimolanti: le aveva già riversate in alcuni titoli di nicchia (ad esempio l'ottimo Roy Mann, disegnato da Attilio Micheluzzi), e ora riusciva a trasformarle attivando un gran feeling con un pubblico amplissimo (all'apice della carriera Dylan Dog vendeva anche 800.000 copie, se non ricordo male). Inoltre c'era una scuderia di disegnatori di tutto rispetto, notevoli e più che notevoli, in grado di svecchiare e rinnovare il classico disegno "realistico" di casa Bonelli, tanto da fare sproloquiare di incontri fecondi tra fumetto "popolare" e "d'autore".
Anch'io ho comprato e letto la mia buona dose di Dylan Dog. Anche dopo tanti anni, e tanti altri fumetti lenti, riconosco ancora come molti di quei numeri erano davvero di buon livello, se non ottimo. Soprattutto, Dylan Dog riusciva a lottare contro la gabbia in cui era nato, l'ineludibile serialità della Bonelli, del cosiddetto "fumetto popolare italiano": quella che vuole personaggi eterni, immutabili, sempre pronti ogni mese per storie episodiche che non potranno mai aver fine. Riusciva a lottare, ma... c'è un ma. Perché il tempo logora chi ne è prigioniero, e inevitabilmente prima o poi le idee buone finiscono, e personaggi e storie che nascono col presupposto di non finire mai prima o poi finiscono per invecchiare in un'interminabile agonia. Non solo. Dylan Dog aveva un brutto vizio. Anzi, bruttissimo. Si faceva un gran parlare di citazioni e citazionismo. Dylan Dog attingeva a piene mani da ogni ambito, letteratura e soprattutto cinema. Ora, sul citazionismo ci sarebbe da discuterne a lungo, su cosa sia o meno una citazione, quale e quanto senso abbia farne; ma quando prendi un'opera e provi a toglierne le citazioni, e vedi che non rimane molto, quasi nemmeno uno scheletro, allora si può quasi (quasi?) parlar di plagio. E con tutto il rispetto che si può avere per Sclavi (e non è poco), molti numeri di Dylan Dog erano un collage integralre di fonti allogene. Certo, pescare idee da altri non è un gran crimine, specie se le rielabori; copiare di sana pianta intere scene o dialoghi da film e libri è già più fastidioso, ma ci si può passar sopra: il problema è quando l'originale è di gran lunga migliore della copia. Ecco, con Dylan Dog questo accadeva spesso, troppo spesso. Insomma, tra una cosa e l'altra, alla fine ho smesso di leggerlo. Gli ultimi numeri che avevo acquistato datano a più di dieci anni fa: la goccia che fece traboccare il vaso fu l'ignobile numero 80, Il cervello di Killex (Maggio 1993). Poi avevo comprato anche il numero 100, La storia di Dylan Dog (Gennajo 1995), che confermò in pieno la mia scelta di smettere. Tra parentesi, non conosco nessuno a cui sia piaciuto, questo numero 100.
E ora mi ritrovo in mano due numeri piuttosto recenti. Premetto che non mi sono stati prestati a caso: già la fonte me li ha selezionati come validi. Difatti, oltre che recenti, sono anche decenti:
- 185: Phobia (febbrajo 2002)
- 191: Sciarada (agosto 2002)
Temo però non siano esemplari. Sparsi in giro ho anche due numeri (non ricordo nemmeno come mi sono arrivati) più o meno dello stesso periodo:
- 162: Il dio prigioniero (marzo 2000)
- 176: Il "progetto" (maggio 2001)
E poi c'è una sorta di numero speciale, che avevo comprato per conto mio tempo addietro: - Sulla rotta di Moby Dick (ottobre 2001)
L'avevo preso per curiosità, per vedere come cribbio facevano a ficcare Moby Dick in una storia di Dylan Dog. Be', questo e gli altri due numeri, bisogna dirlo, son delle belle schifezze. Vuoti, vacui, poveri, e quel che è peggio, insopportabilmente moralisti.
Quindi, alla fine, mi trovo senza saper dir bene come sia la situazione attuale. Anche perché, a ben vedere, i numeri di cui sopra sono sì recenti, ma non recentissimi. Un mio conoscente, che ha modo di leggere ancora Dylan Dog, giusto un anno fa ricordo mi disse: "Ogni tanto ci sono dei numeri leggibili". Quel che è certo è che, se gli Dèi lo vogliono, l'epoca dei fumetti eterni coi personaggi eterni sembra stia volgendo al termine. Si spera che il trapasso non duri ancora molto...











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Abbiamo parlato di: fumetti
sabato, 12 novembre 2005 - 19:25
Sempre a proposito di 20th Century Boys (vedi sotto). Quanti sanno che Kana in Giappone non si chiama così? In originale il suo nome è Kanna, con due "n" (カンナ); nell'edizione italiana, di "n" ce ne è una sola: Kana.
Insomma, un po' come se il regista di Evangelion da Anno diventasse Ano...
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Abbiamo parlato di: manga, fumetti
venerdì, 11 novembre 2005 - 19:36
In Giappone è uscito il XX volume, e sto cercando di capire se (come sembra) sia effettivamente l'ultimo. In Italia, invece, è arrivato in questi giorni il XVIII, con una pubblicazione che, purtroppo, sta seguendo una cadenza quasi casuale: ogni quattro mesi, o giù di lì. Sto parlando di 20th Century Boys (二å世紀少年), fumetto di Urasawa Naoki (浦沢直樹).
20th Century Boys, quando cominciò a uscire, due anni fa, fu una bella rivelazione, leggere e rileggere ogni volume era davvero un piacere. Ma ormai da un bel po' le cose sono cambiate, e si va avanti quasi unicamente per vedere come finisce la storia, vedere come Urasawa via via incastra e svela i diversi enigmi sparpagliati di numero in numero. In parte è andato perso quel fascino che sprigionato nelle prime fasi della storia, e questo anche perché, dopo diciotto volumi di questo e altri diciotto di Monster ormai ci si è un po' assuefatti ai trucchi di Urasawa, li si conosce bene, e non riescono più a stupire come prima. In ogni caso per conto mio 20th Century Boys rimane uno dei migliori fumetti giapponesi (e non solo) pubblicati negli ultimi anni.
Due righe su questo volume, dunque. Poi, quando il fumetto sarà finito, ci sarà da riprenderlo in toto, e ripensarci. La comparsa di questo misteriosissimo Yabuki JŠè tirata troppo per le lunghe... Poi c'è la menata del "contro uno che canta non si fa fuoco": tipica frase figa da Urasawa, teatrale, mitigata dal contrappunto ironico che subito segue, fortunatamente (ma anche fortunosamente). Poi entra in scena ManjÅme, e partono le spiegazioni. Non so perché, ma ManjÅme mi è sempre sembrato un bel personaggio. Forse perché in qualche modo rimane sempre nell'ombra: un personaggio fondamentale di cui ci viene mostrato poco, per sottrazione. Quel che non capisco è perché il nome, che dovrebbe essere "Chuck" (ãƒãƒ£ãƒƒã‚¯), nell'edizione italiana è reso come "Ciuk". Mah.
Non è un volume che dia grandi emozioni, sembra più un raccordo verso il finale che altro. Mentre Kana continua a sembrarmi un personaggio privo di spessore e ruolo. Come se i ragazzi del XX secolo, Yoshitsune, Occio e compagnia, ormai troppo vecchî per agire, non avessero trovato adeguati rimpiazzamenti. Sembra comunque si sia effettivamente prossimi alla fine: l'accenno al "rifugio antiatomico" e altre allusioni fanno immaginare che l'Amico abbia proprio intenzione di far partire i missili nucleari... Riusciranno i nostri eroi bla bla bla?




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Abbiamo parlato di: manga, fumetti