lunedì, 27 febbraio 2006 - 20:17
Due righe solo per annotare che col sesto episodio è terminata in Giappone Hanbun no tsuki ga noboru sora (åŠåˆ†ã®æœˆãŒã®ã¼ã‚‹ç©º). Ne ho già scritto più o meno un mese fa, e ora non mi resta che confermare quanto già detto: è un prodotto che oscilla tra il mediocre e il meno che mediocre. Posso concedergli solo che il finale poteva essere peggiore: non è né banalmente strappalacrime né forzosamente buonista. Per il resto la serie è comunque dimenticabile.
L'ho seguita solo perché c'ero, avevo iniziato, l'impegno non era gravoso, dopotutto sei episodî non sono tanti. Una riflessione a questo proposito. Un grosso problema di un bel po' di serie giapponesi è che: la storia inizia coi primi tre o quattro episodî e con gli ultimi tre o quattro termina; in mezzo è facile trovare brodo allungato, inutili tira-e-molla, puntate buone solo a tirarla lunga. Succede spesso quando si va oltre i venti episodî. Già è più strano quando lo fanno serie di tredici... Per questo il formato di sei ha il suo interesse, evita inutili sbrodolamenti. Be', questa serie arriva quasi a tirarla lunga anche così. Prima di chiudere, lascio comunque un'immagine a caso, a mo' di omaggio (サービスï¼) per chi passa di qui.

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Abbiamo parlato di: serie tv, animazione, anime
domenica, 26 febbraio 2006 - 19:04
Il 31 marzo 2006 (tra un mesetto) uscirà nelle librerie giapponesi il nuovo romanzo di Oshii Mamoru. Come già sanno i più informati, il regista ha pubblicato anche una discreta quantità di narrativa. Quasi tutta legata ai suoi lavori cinematografici, a dire il vero. Abbiamo il romanzo di Patlabor, quello di Blood - The Last Vampire, quello di Avalon... L'unico a sé stante era Tachiguishi retsuden: fino a poco fa, perché ne è stato tratto un film, che arriverà sugli schermi nipponici proprio questa primavera (ne ho già scritto qui).
Questo nuovo romanzo, invece, frutto di un'idea che risale a sei anni fa, è totalmente indipendente: nulla esclude però che prima o poi non venga convertito anch'esso in immagini, animate o meno; visti i contenuti, sarebbe anche da sperarci. Titolo: RaigŠ- Rolling Thunder - PAX JAPONICA (雷轟rolling thunder PAX JAPONICA). Il contenuto è il seguente, se non ho capito male (è sempre possibile fraintendere quando le notizie che circolano non sono molte...): Storia alternativa, gli Stati Uniti non hanno preso parte alla II Guerra Mondiale e il Giappone non è stato sconfitto; cento anni più tardi la Terra se la sono spartita Francia e Regno Unito, e il Giappone è di nuovo sull'orlo del coinvolgimento nel conflitto armato.
Tramite la sua storia il libro vorrebbe discutere la spinosa questione della partecipazione nipponica alle guerre. Nella costituzione giapponese (praticamente imposta dagli USA dopo la II Guerra Mondiale) c'è il famoso (per alcuni famigerato) articolo 9, che afferma la "perpetua rinuncia del popolo giapponese alla guerra"; qualcosa di simile, anche se meno radicale, si trova nella costituzione italiana. L'articolo 9 è stato al centro di un bel po' di discussioni nel corso dei decenni e delle varie situazioni. Ad esempio negli anni Novanta, quando i soldati giapponesi erano nel Sud-Est asiatico, al servizio dell'ONU: un riflesso lo si vede proprio in uno dei migliori film di Oshii, Patlabor 2. Attualmente, invece, il governo Koizumi ha mandato le sue truppe (una presenza quasi simbolica, più politica che militare) in Iraq, dove staranno almeno sino a fine 2006. E l'articolo 9? Non sono sicuro, ma credo che o l'abbiano modificato o che la modifica sia imminente. Dovrei informarmi.
Di Oshii per ora ho letto soltanto il romanzo di Avalon. È stato pubblicato in una collana destinata a un pubblico adolescente, e anche se questo non vuol dir molto, comunque si deve ammettere che (almeno qui) Oshii non sembra avere grandi ambizioni letterarie. La prosa è lineare e funzionale a una storia di fantascienza intrigante, stimolante e ben costruita. Più che altro il romanzo di Avalon è utile per capire diverse cose (non tutte, ovviamente) che nel film rimangono molto oscure. Può dare invece fastidio la libertà con cui Oshii riempie pagine e pagine con dettagli tecnici e storici su armi & mezzi militari. Entra in scena il tal mitra? Ed ecco che Oshii si prende due o tre pagine per spiegare come funziona, i vantaggi in battaglia, i materiali di costruzione, il tipo di proiettili, e avanti così. Pagine non molto scorrevoli, specie se non sei un maniaco di armi, specie se non sei un giapponese madrelingua. Credo che lo stesso rischia possa ripetersi anche con Pax Japonica...
L'ultimo dubbio è il seguente. Oshii non è poi del tutto sconosciuto, fuori del Giappone. Dietro Miyazaki, ci sono lui e Ōtomo a sgomitare per la notorietà. A dire il vero Oshii non sgomita tantissimo, perché non è così interessato al mercato estero (dice). Nemmeno Miyazaki a dire il vero. Però un pensierino ce lo fanno spesso entrambi, se non altro perché film di un certo livello non possono farli solo i soldi che girano in Giappone... Stavo dicendo: il mio dubbio. Oshii tra gli anime fan nostrani è conosciuto. Di romanzi legati a manga e anime ce ne siamo già gustati tanti: quello di Ken il guerriero, quello di Bastard!!, quello di Orange Road, di Video Girl AI, di One Piece... Letteratura sopraffina! Ebbene, cosa si aspetta a tradurre quelli di Oshii?
Nel frattempo, chi si accontenta del giapponese originale, l'ultimo lo può trovare in vendita qui: http://www.amazon.co.jp/exec/obidos/ASIN/4757726694/503-0873951-2724764. Buona lettura!





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Abbiamo parlato di: libri, oshii mamoru
sabato, 25 febbraio 2006 - 09:12
Finisco finalmente di leggere un libro che avevo là sullo scaffale da ormai otto anni (dall'Estate del 1998). Avevo cominciato diverse volte a leggerlo, ogni volta mi ero fermato senza proseguire. Era un libro da cui aspettavo tanto. Titolo: Naushika kaidoku - YÅ«topia no rinkai (ナウシカ解読・ユートピアã®è‡¨ç•Œ: "Leggere Nausicaä - Il punto critico dell'Utopia"). Autore: Inaba Shin'ichirÅ (稲葉振一郎). Il libro è in giapponese, e che io sappia non è mai stato tradotto in alcuna lingua straniera. Il libro parla di Nausicaä, il fumetto, il manga. Di Nausicaä c'è anche l'anime, del 1984, e Miyazaki è noto soprattutto per questo. Più precisamente: Miyazaki è noto quasi unicamente per i suoi film, molti ignorano che ha anche scritto e disegnato un fumetto, Nausicaä appunto. Certamente: Miyazaki conta soprattutto per tutto l'insieme dei sui film. Però: se si deve parlare di opere singole, per conto mio Nausicaä versione fumetto resta la cosa migliore che il Maestro abbia partorito. In ogni caso: non riesco a immaginare come sia possibile vedere uno qualunque dei suoi film senza pensare al fumetto in questione. Sono due Miyazaki diversi quelli che si conoscono prima e dopo aver letto Nausicaä.
Tra l'altro Nausicaä, lo leggo e lo rileggo, e nel frattempo passano gli anni, e molti altri titoli si aggiungono a ciò che ho letto... ma Nausicaä rimane sempre, per me, in "cima alla classifica", per quanto senso possano avere classifiche del genere. No, non ne dovrebbero averne: però quando mi trovo davanti a Nausicaä ecco che di nuovo una classifica un senso ce l'ha, e ce l'ha per proprio poterci mettere in cima Nausicaä.
Nausicaä... riesce ad irritarmi. Non sono cose facili da spiegare. O forse lo sono, ma in parte preferisco non farlo. Però, quando un fumetto mi irrita credo sia un gran segno: non riesco a leggerlo con distacco, nemmeno volendolo. Mi ha invaso mio malgrado. Penetrato nelle carni. È un coinvolgimento quasi fisico, un confronto comunque violento. La lettura non è un incontro con qualcosa di nuovo, ma con qualcosa che cercavo da lungo tempo. Un reincontro. Egoisticamente il lettore spossessa l'autore della sua opera, e si fa molto esigente. Non accetta tradimenti da parte dell'autore. Non è bello essere traditi.
Non è stata una prova facile leggere il finale di Nausicaä. Mi ha posto una lunga serie di problemi. Per certi versi è bene così. Ho dovuto riprendere in mano molte mie idee, smontarle, vedere se e quanto stavano in piedi, ricostruirle. Molti, dei problemi che mi ha dato Nausicaä, sono ancora irrisolti. Anche questo non è male. D'altra parte lo stesso Miyazaki, in Nausicaä non ha voluto/saputo risolvere tutto: per certi versi il finale di Nausicaä è proprio una grande rinuncia al tentativo di una soluzione globale. Ci sono anche motivi concreti: Miyazaki l'ha semplicemente finito in fretta, lo dice egli stesso, non riusciva ad andare avanti più di così, fisicamente e psichicamente quel manga lo stava distruggendo.
Nausicaä è un fumetto di altissimo livello, semplicemente in quanto fumetto, in quanto narrativa disegnata, racconto per immagini. Immagini e scenarî potenti, fortissimi, intensi, ecc ecc. Non solo. Posso dire che per me è anche un'opera di "filosofia"? Lo direi, ma il termine tra virgolette ormai non vuol dire nulla perché vuol dire troppe cose. Esiste il "romanzo di idee". Nausicaä come "fumetto di idee"? Non hanno troppa importanza le definizioni. Nausicaä pone delle questioni pesanti, e in modo per nulla ingenuo. Parte da idee semplici e quasi scontate, e poi ne mostra le inconsistenze, ne indaga i vicoli ciechi, e cerca di superarli. Cerca la semplicità e intanto ingarbuglia sempre più le cose. Cerca un punto fermo qualunque, che continuamente scivola via. Nausicaä e Miyazaki, insieme, cercano una luce in un mondo cupo, ma questa ricerca affannata e urgente li sprofonda sempre più giù nella disperazione. Amando la vita, Nausicaä si avvicina ai confini di un nero nichilismo. Li supera più volte, a confronto con la Morte. Ma quando tutto sembra perduto, con un ultimo rovesciamento Miyazaki rimette tutto in gioco. Propone una sua strana soluzione, che soluzione del tutto non è...
Ho da parte un bel po' di appunti su Nausicaä. Circa 70.000 battute, scritte molti anni fa. Appunti disordinati, sparsi, come un sacco di altra roba informe che ho da parte. Chissà se mai li riordinerò. Un tempo volevo anche scriverci un libro. Un tempo volevo anche farci la tesi di laurea. Ero andato a chiedere ad alcuni docenti, e le risposte furono (ma dai!) negative.
Sapevo che in Giappone già c'era un libro su Nausicaä. Appunto, Naushika kaidoku. Che ho letto in questo mese. Finalmente arrivo a parlarne! Il punto è che su Naushika kaidoku non c'è poi molto da dire. Mi ha sempre rattristato che in Italia non sia mai stato scritto nulla di decente su Nausicaä; a un certo punto mi sono chiesto se non fossi io l'unico a vederci più di quel che c'era, nel fumetto. Comunque, in italiano non essendoci nulla, era inevitabile deviare le mie speranze verso il giapponese Naushika kaidoku. Le aspettative sembravano confermate da un brevissimo riassunto in inglese dei contenuti. Be', non è stato una delusione totale, ma un po' vicini ci siamo. L'autore comincia a parlare di Nausicaä. Prende in considerazione alcuni dei problemi che pone: ad esempio, perché a un certo punto Nausicaä decide di suicidarsi; perché riesce poi a ritrovare la speranza; quale significato ha la sua discussione con il guardiano del giardino segreto (庭園ã®ç‰§äºº)... e dà anche alcune risposte. Più o meno soddisfacenti, anche se nella maggior parte dei casi me le ero date da solo, visto che su Nausicaä ci ho sempre riflettutto un bel po'; e da quelle risposte ero anche partito per andare più in là. Anche il libro va più in là, ma... in un modo poco piacevole. Comincia a citare alcuni nomi noti, e ne applica le teorie a Nausicaä: Hannah Arendt, Adorno e Horkheimer, Nozick... procedimento anche interessante. Soltanto, da metà libro in poi o forse anche da prima parla esclusivamente di queste teorie, di come lui (l'autore del libro) le vede, del dibattito filosofico sull'utopia, su etica e politica, e... e Nausicaä sparisce del tutto! Ogni tanto fa di nuovo capolino, ma solo per qualche riga ogni dieci pagine, giusto per ricordarci di quello di cui si sta (si starebbe) parlando. Nella postfazione, poi, si riesce a capire tra le righe che l'intero libro, alla fine, è un collage di articoli scritti dall'autore in altri luoghi, riviste e simili. Più che un libro sembra un pretesto, una di quelle cose tanto in voga da parte dei docenti universitarî, per allungarsi il curriculum, o intascare qualche prebenda. Credevo certe cose avvenissero solo nel magnifico mondo accademico italiano, e invece...
Insomma: Nausicaä meriterebbe molta più attenzione di quanta (non) ne ha ricevuta sinora, ma l'unico libro uscito sull'argomento, pur non da buttare del tutto, non è un granché. La parte più interessante è una lunga intervista a Miyazaki stesso, pubblicata in appendice. Lunga e di lettura non facile, come spesso è per le interviste a Miyazaki. Ci sono però dei passaggi notevoli. Miyazaki parla del famoso "sogno di Nausicaä", compare sia nell'anime che nel manga, una delle scene topiche: gli adulti strappano dalle braccia della protagonista la piccolissima larva di Ōmu; l'insetto deve essere distrutto perché è diverso dagli esseri umani; Nausicaä non lo accetta, e urla disperatamente (inutilmente) perché si fermino. Miyazaki fa notare una cosa di cui anch'io non mi ero mai accorto. Tra gli adulti c'è anche la madre di Nausicaä, che però non fa nulla per proteggere la volontà della figlia, nemmeno per consolarla. Lo stesso Miyazaki se ne è accorto solo dopo aver disegnato la scena: "Quella scena l'ho disegnata io, e quindi ho pensato che debba esserci qualcosa dentro di me; qualcosa di irrisolto nel rapporto tra me e mia madre che si è conservato come un oscuro risentimento" (p.207-208). Questo è il Miyazaki nero, quello che al cinema solo nei film più tardi, e quasi mai completamente. Ancora: "Io sono una persona che odia molto. A volte vengo assalito da una rabbia, è come se qualcosa di torbido e nero eruttasse da una sorta di buco dentro di me. Ho speso davvero molto tempo per riuscire ad domarla, eppure a volte ci sono momenti in cui non riesco a mantenere il controllo."






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Abbiamo parlato di: libri, manga, fumetti, miyazaki hayao
lunedì, 20 febbraio 2006 - 17:57
Il 25 febbraio 2006 (tra meno di una settimana) andrà in onda in Giappone, sul canale satellitare WOWOW, il primo episodio di Ergo Proxy. Già ne è stato trasmessa una "versione preventiva" (先行放é€), probabilmente per sondare i gusti del pubblico e al contempo stimolarli. Ovviamente il primo episodio avrà delle differenze (quali?) rispetto alla "versione preventiva", che è quella che ho visto.
Ogni sabato sera alle sette, dunque, per un totale di ventitré episodî. Gli annunci ufficiali catalogano Ergo Proxy come "fantascienza psycho-suspense" (SFサイコサスペンス). L'ambientazione è l'ennesima (anti)utopia futura, una città-stato ipertecnologica e ipercontrollata, dove le emozioni sono qualcosa di inutile, il consumismo è incentivato da slogan digital-murali e tutto ruota attorno al rapporto dualista tra uomini e gli autolave (オートレイヴ), robot umanoidi servitori degli uomini e al contempo strumento di controllo sulla popolazione. I casini partono quando gli asettici autolave cominciano a cadere preda di un virus dotato di effetti molto particolari: fa insorgere in loro l'autocoscienza, e di conseguenza la ribellione al sistema e agli umani; un virus cartesianamente chiamato cogito (コギト). Ci è poi lasciato intendere che, ben prima del virus, la città perfetta nasconde del marcio nei suoi doppî fondi (poteva essere diversamente?): esperimenti segreti e poco puliti, che, come da copione, sfuggono al controllo e liberano il mostro. In sottofondo già si intravvede una sorta di progetto o complotto manovrato da individui che stanno nell'ombra. Il tutto legato al non ancora chiarito nome "proxy" (プラクシー). In primissimo piano invece agisce una protagonista molto cool, vagamente matrixiana e dagli occhî ultratinti, e il suo robotico compagno: i nomi dei due non mi arrischio a scriverli, dato che li so unicamente in giapponese e chissà mai come si trascriveranno in caratteri latini (lei si chiama リル・メイヤー, lui invece イギー).
Un primo episodio non permette di giudicare granché, ma personalmente nutro un po' di dubbî su questo Ergo Proxy, che pure, dopo averne visto un trailer sul sito ufficiale qualche mese fa, aspettavo con interesse. La regia è di Murase ShÅ«kÅ (æ‘瀬修功), regista, tra il resto, di Witch Hunter Robin. Ora, a me quest'ultimo non era piaciuto molto: troppo costruito, vantava un buon livello tecnico, ma non andava molto oltre; più che altro, dava la strana impressione (a partire dal titolo) di essere una serie televisiva americana fatta in animazione giapponese; soprattutto, metteva in primissimo piano i suoi personaggi fighi, i loro momenti malinconici e carismatici, e affidava tutto a loro; il resto era il classico intrigo sulla caccia al mostro con prevedibili rovesciamenti e contorsioni narrative e un ritmo troppo lento. Lo stile del Murase di Witch Hunter Robin traspare anche in Ergo Proxy, nel bene come nel male. Buona regia, smaliziata, colori bruniti e malinconici, fondali volutamente freddi, personaggi silenziosi e sfuggenti... La qualità della confezione, poi, è garantita dello studio manglobe, realtà da tenere d'occhio, che due anni fa ha già sfornato il virtuosistico Samurai Champloo.
Tornando ai miei dubbî. Ergo Proxy annuncia dichiaratamente di puntare in alto. Parla del futuro, della società, degli individui, eccetera. In casi come questi è lecito essere esigenti: se ti metti a citare Cartesio, si spera non venga fratto a sproposito. Ma già nel primo episodio l'utopia di cui tanto si parla non viene mostrata granché... si preferiscono gli occhioni della protagonista, o una robotta contaminata dal virus che si mette a pregare durante una scena d'azione... Insomma, il mio timore è che, come in molti altri casi, si cincischi tanto azione, design figo e atmosfere dense, ma le idee si riducano a qualche frase accomodante o misticheggiante per accontentare il pubblico e nulla di più. Poi magari mi sbaglio, e spero proprio sia così. Soprattutto, posso già dare per sicuro che le vicende non resteranno chiuse sempre entro gli stessi quattro scenarî (come avveniva in Witch Hunter Robin), ma si allargheranno anche al di fuori del guscio della città perfetta, nelle lande di una Terra desolata dalla crisi ecologica.
Da segnalare comunque la collaborazione di Izubuchi Yutaka (出渕裕) al design; e che come introduzione ci sono quattro versi di una poesia di Michelangelo(!)lasciati in italiano e senza alcuna traduzione in giapponese: Caro mi è il sonno, e più l'esser di sasso e blablabla...
- Sito ufficiale di Ergo Proxy: http://www.ergoproxy.com/.
- Sito ufficiale dello studio Manglobe: http://www.manglobe.net/.
- Ulteriori immagini e qualche commento in italiano: http://animeclick.nipogames.com/anime.php?titolo=Ergo+Proxy.





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Abbiamo parlato di: serie tv, animazione, anime
domenica, 12 febbraio 2006 - 10:01
Lo chiamano guro: genere fumettistico molto fiorente in Giappone, praticamente sconosciuto e pochissimo pubblicato all'estero. In Italia forse è arrivato il solo Enomoto - I nuovi elementi che scuotono il mondo (ãˆã®ç´ ), pubblicato e poi (purtroppo!) interrotto qualche anno fa dalla Magic Press (un plauso al coraggio).
Guro, dunque: il termine viene dal francese grotesque, attraverso alcune trasformazioni. Personaggini disegnati in modo semplice e veloce impegnati a farsi del male, a squartarsi a vicenda, a distruggere e distruggersi con innocente cattiveria o elaborata malvagità. Ovviamente risorgono intatti nell'episodio seguente. Mancano il senso o la logica, abbondano il sangue e le escrezioni corporee di ogni tipo. Se si aggiunge il sesso, ecco che allora abbiamo l'ero-guro.
A parte Enomoto, in Italia non è stato tradotto null'altro di questo genere, che io sappia. Se proprio si vuole, infiltrazioni ero-guro, molto depotenziate, le possiamo vedere in Arale (ドクタースランプ). Non c'è da stupirsi, dunque, se delle poche trasposizioni animate di titoli guro non sia arrivato praticamente niente.
Non so sino a che punti i fumetti di disegnati da Nekojiru (ã­ã“ã¢ã‚‹) siano catalogabili come guro. Pubblicati sul celebre mensile Garo (ガロ), hanno goduto di ben due trasposizioni animate. La prima, del 2001, è Nekojiru-sÅ (ã­ã“ã¢ã‚‹è‰), cortometraggio di (se non ricordo male) una ventina di minuti: onirico, surreale, quasi nostalgico, la regia è di un insospettabile SatÅ Tatsuo (ä½è—¤ç«œé›„), ben più noto per Nadeshiko (機動戦艦ナデシコ) o altra roba commerciale. Ecco che poi abbiamo Nekojiru gekijÅ (ã­ã“ã¢ã‚‹åЇ場), ben più recente. Ventisette brevissimi episodî: non più di tre minuti per concentrare la malvagità dei due gattini protagonisti. NyÄko (ã«ã‚ƒãƒ¼ã“) e il suo fratellino ancora infante Nyatta (ã«ã‚ƒã£å¤ª) insultano, rubano, uccidono, eccetera, in tutta libertà. Sono tanto cattivi che sarebbe persino ingiusto dare la colpa ai due genitori inetti: il padre, un gattone mal rasato, perennemente steso sulla veranda a poltrire, attaccato alla bottiglia, del tutto incapace di parlare; la madre, una gatta dagli occhî a mezz'asta, interessata unicamente alla faccende domestiche e da queste evidentemente sfinita.
Alla prima visione Nekojiru gekijÅ ha il suo impatto. Alla lunga, ben prima dell'ultimo episodio, stanca un po'. L'accumulo di violenza si fa prevedibile, e le torture ripetitive. Un episodio tuttavia spicca e merita la citazione, il quarto. Bersaglio preferito di NyÄko e Nyatta è il maiale del gruppo, il ragazzino tonto e imbecille il cui compito è solo subire: il suo nome è ButarÅ (ã¶ãŸã‚ã†). In questo episodio NyÄko e Nyatta giocano nel cortile con ButarÅ; anche ButarÅ ha un fratellino, un maiale in formato ulteriormente ridotto, non sa parlare, si limita a degli stentati buu buu (ブーブー). I bimbi giocano, e giocare significa mostrare quanto ButarÅ e fratello siano impediti e incapaci. Tuttavia: tra gatti e maiali piccoli c'è un contatto, uno spazio comune, d'incontro. I genitori, invece... I due gatti vivono nello spazio civile della casa, rialzata rispetto al cortile. I genitori di ButarÅ, invece, due grossi suini, sono rinchiusi in un recinto del cortile, stesi nel fango, l'espressione costantemente afflitta, muti e immobili, ormai da lungo tempo rassegnati alla loro sorte di bestie inferiori. Sono nudi, dove invece ButarÅ e fratellino almeno qualche straccio lo indossano.
Il giorno dopo... Mamma gatta vuol cucinare tonkatsu: maiale fritto e impanato. Come nulla fosse chiede al marito di provvedere, e il gattone, afferrata la mannaia, macella con meccanica indifferenza ButarÅ che implora pietà piangendo come una vigna. I due gattini osservano divertiti l'esecuzione: "Fantastico!" (ã™ã”ã„ã«ã‚ƒ). Cala la sera e tutti sono intorno al tavolo a consumare il pasto. NyÄko commenta: "ButarÅ era un impedito (ã®ã‚ã¾), però da mangiare è buono!". Anche il fratellino di ButarÅ, che dal cortile osserva la scena sbavando, riceve un suo pezzo di carne, in un piccolo atto di cannibalismo: prendete e mangiatene tutti.
Doverose note finali. Nekojiru è uno pseudonimo. Dietro non si nasconde un'autore, come si potrebbe pensare, ma un'autrice. Dopo che è morta, si è scoperto che basava il suo lavoro su sogni notturni, annotati e rielaborati. Nekojiru è morta nel 1998, per suicidio. Aveva ventinove anni.
- Articolo (in inglese e in due parti: piuttosto lungo) sulla morte di Nekojiru: http://www.pelleas.net/aniTOP/index.php?p=319&more=1&c=1&tb=1&pb=1.
- Sito ufficiale di Nekojiru (in giapponese): http://www.babu.com/~nekojiru/index.html.









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Abbiamo parlato di: animazione, anime, cortometraggi
venerdì, 10 febbraio 2006 - 11:03
Qualche giorno fa (precisamente: la mattina del 7 febbrajo 2006, intorno alle 8:40), su un pullman. A una fermata, dal mio finestrino vedo assieparsi, pronta a salire, una torma di giovani ragazzi (e ragazze). Prima o seconda o terza media. Quell'età lì, insomma. Uno tra essi, noto che tra le mani stringe un volume. Non certo un libro. Non serve vedere la copertina, lo spessore ondulato della carta tradisce la natura l'oggetto: è un fumetto. Sulle prime ipotizzo uno dei sani prodotti della fabbrica Disney: le simpatiche avventure di Pippo, Pluto e Paperino, cui ancora teneramente indugia questo ragazzo già sulla soglia (o forse oltre) della pubertà. Poi, mentre la calca abborda l'autoveicolo, tra un movimento e l'altro riesco a intravvederne il titolo. Non posso contenere un brivido d'inquietudine, un moto d'apprensione, un trauma effimero ma potente. Si tratta di Dragonball. Un fumetto giapponese. Un oggetto estraneo alla nostra cultura. Veicolo di chissà quali messaggi ignoti, rischiosi, pericolosi. Ricettacolo di deviazioni incontrollabili, imprevedibili. Quali genitori irresponsabili possono aver mai concesso al loro figlio il possesso di una cosa simile? O forse il malizioso ragazzino ha acquistato il volumaccio di soppiatto, in qualche compiacente edicola, e ora lo brandisce, fiero agli occhi dei compagni della sua impresa trasgressiva? Ricordo bene (impossibile dimenticare!): alcuni anni fa una squadra di coraggiosi cittadini espose agli occhî del popolo le morbosità perverse che si nascondevano tra le pagine (innocenti all'apparenza) di questo fumetto. Oscene, indecenti, innominabili. Nemmeno oso ripeterle, appunto.
Quasi stavo per balzare in piedi dal mio posto sul pullman, rischiando tra l'altro di rovesciare le borse ricolme della spesa che una fragile vecchina teneva a stento sulle sue ginocchia, al mio fianco. Balzare in piedi, dicevo, e levare alta la mia voce, redarguire il fanciullo, mostrare a tutti l'oggetto della vergogna che portava con sé, sì che comprendesse d'aver sbagliato, che quel piccolo volume era il primo grimaldello che avrebbe aperto la porta del suo cuore intonso ai peggiori demòni di questo mondo. L'avrei redarguito: paternamente, onestamente; magari l'avrei condotto senza esitazione di fronte a un bidone del pattume, perché egli stesso facesse trovare a quel fumetto il suo giusto posto, quello dei rifiuti. Perché punire è inutile: si deve dare l'esempio, insegnare, indicare la strada, recuperare le pecore smarrite.
Stavo per balzare in piedi, dunque. Ma mi frenai. Mi trattenni. Stavo per compiere un errore clamoroso. All'ultimo momento, difatti, vidi bene di quale Dragonball si trattasse. Non un'edizione qualunque. Era la "perfect edition": l'ultima, la più recente, quella definitiva. Un'edizione censurata. Purgata, corretta, emendata dalle sue sozzerie peggiori. Purificata, verrebbe da dire. Migliorata. Resa conforme alla morale.
Restai seduto, rassicurato. L'animo di quel ragazzino, e di mille altri come lui, ora non rischia più di venir traviato, sedotto da provocazioni inopportune. Leggendo Dragonball censurato si avvierà lungo una crescita serena, armoniosa, radiosa. Quasi mi commossi un po', pensando alle menti illuminate che avevano agito per questo lieto fine. Le menti di chi aveva consigliato all'editore del fumetto quegli interventi doverosi; le menti di chi, per l'editore, aveva agito di conseguenza. Purtroppo, ora come ora, non mi sovvengono nomi precisi: né dell'associazione dei probi cittadini, né dell'editore in questione. Peccato! Ma si sa: chi lavora per la giustizia e la verità preferisce rimanere nell'ombra.
In piena luce, invece, il glorioso esito: il bimbo, innocente e felice, mostrava ai suoi compagni il suo Dragonball purificato, ignaro che qualcuno, di nascosto, preventivamente, aveva lavorato per il suo benessere spirituale.




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Abbiamo parlato di: invettive, manga, fumetti, società
giovedì, 02 febbraio 2006 - 09:41
Delicati, sorprendenti, esplosivi, raffinati, coloratissimi, intelligenti... Si può riuscire a parlarne male? Dovrei sforzarmi. Ecco, forse sono un po' stucchevoli, un po' autocompiaciuti. Forse in alcuni punti il digitale stona un po'. Forse. Ma chi se ne frega? In casi come questi il limite del perdono diventa molto ampio!
Purtroppo non ho visto il primo, che è stato trasmesso dalle televisioni giapponesi anni addietro. Invece, ho appena terminato di vedere il secondo, projettato nelle sale nipponiche assieme al film Neko no ongaeshi e poi uniti all'edizione in DVD dello stesso film.
Si chiamano Ghiblies (ギブリーズ): due filmati che racchiudono una serie di cortometraggi, il primo lungo poco più di dieci minuti, il secondo quasi mezz'ora. Sono l'incarnazione di tutta quella che è l'attuale potenza dello Studio Ghibli: forse la maggior potenza al mondo, un patrimonio inestimabile di abilità e ricchezza grafica, visiva e autoriale, e quant'altro. Sono la dimostrazione che lo Studio Ghibli ha ancora tantissimo da dire, su tutti i fronti, la dimostrazione che sotto la curatissima superficie dei suoi lungometraggi c'è un ribollire insospettato, la dimostrazione che lo scontro con altre realtà nipponiche emergenti e agguerritissime, come ad esempio la Production I.G o lo Studio 4°, è tutt'altro che perso, sia sul fronte tecnico che su quello, ben più prezioso, delle idee.
Lo Studio Ghibli può tutto e anche di più, questo è quanto sembrano dire i Ghiblies. Si muovono liberamente lungo stili e colori contrastati, diversissimi gli uni dagli altri, spesso anche molto lontani da quel che si associa solitamente a Miyazaki e al suo regno. Sequenze acide e incontrollate, disegni rigorosi e misurati, bozzetti stilizzati e sarcastici, esplosioni di colore e inventiva e ironia, paesaggi acquarellati, delicati, intimisti... e ancora tanto altro.
Notevolissimo il penultimo cortometraggio del secondo filmato... una quindicina di minuti che tessono con sensibilità finissima una storia, tra passato e presente, tra infanzia ed età adulta, che meriterebbe tutto lo spazio di un lungometraggio. Si sentono gli echi: Omohide poroporo (ãŠã‚‚ã²ã§ã½ã‚ã½ã‚) e La città incantata (åƒã¨åƒå°‹ã®ç¥žéš ã—), Mimi o sumaseba (耳をã™ã¾ã›ã°) e Tonari no Yamada-kun (隣ã®å±±ç”°ãã‚“)... Echi piacevolissimi, ma soltanto echi, perché a sostenere il tutto c'è una mano abile e leggera, e il suo regista: Momose Yoshiyuki (百瀬義行). Un nome molto presente nella filmografia dello Studio Ghibli, ma quasi sempre nascosto dalle ampie ombre dei due maestri, Miyazaki & Takahata. Un nome da tenere a mente, da ricordare quando, presto o tardi, riceverà il suo giusto spazio.





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