mercoledì, 26 luglio 2006 - 20:00
Piccoli animatori crescono. Nemmeno poi tanto piccoli.
Hoshizora kiseki (星空ã‚ã‚»ã‚: "I miracoli del cielo stellato") è, assieme ad altri titoli usciti di recente in Giappone, animazione fatta "in casa", con personale e finanziamenti ridotti, al di fuori dei grandi
studios, ma in grado di competere (più o meno) pienamente coi prodotti più commerciali. Il primo esempio della schiera, e forse il più noto, è
Hoshi no koe ("La voce delle stelle"). Il miglior risultato, secondo me, è stato finora
Pale Cocoon.
Hoshizora kiseki, almeno tecnicamente, si pone a un livello inferiore rispetto sia a
Pale Cocoon che a
Hoshi no koe, anche se di quest'ultimo recupera diverse cose: ragazze in divisa scolastica, incontri al di là del tempo, lo sguardo alzato verso lo spazio cosmico, fondali fatti di cieli stellati che trascolorano in tramonti arancioni.

Anche se meno curato e ambizioso rispetto a
Hoshi no koe,
Hoshizora kiseki è, per alcuni versi, più apprezzabile del suo predecessore, se non altro perché non tenta di raggiungere chissà quali picchi di disperazione struggente, e preferisce stemperare il suo romanticismo con alcuni spruzzi d'ironia leggera, e di realismo, che in questo caso non guastano; aggiungiamo poi alcune scene visionarie dotate di una certa forza. Alla fine, in ogni caso,
Hoshizora kiseki rimane un titolo modesto, e che fatica a contenere nei suoi trenta minuti diverse idee che rimangono per lo più confuse e accennate. Più che altro, il suo più grosso limite, che condivide con
Hoshi no koe, è la poca originalità delle idee: che senso ha realizzare "in proprio" dell'animazione, se poi, nei contenuti, non si discosta molto dai prodotti
mainstream?
Piccoli animatori, ma nemmeno poi tanto. I due registi sono Matsubara Toshikazu (æ¾åŽŸä¿Šå’Œ), noto come illustratore, e poi Watanabe Akio (渡辺明夫); quest'ultimo ha già una lunga esperienza alle spalle, e tra i suoi lavori c'è la regia di
The Soul Taker (The Soul Taker~é‚狩~) e la collaborazione a un certo numero di videogiochi.
Sito ufficiale di
Hoshizora kiseki:
http://www.cwfilms.jp/hoshizora.
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domenica, 23 luglio 2006 - 20:34
Sul
sito ufficiale dell'edizione italiana di
Innocence (noto anche come
Ghost in the Shell 2 - L'attacco dei cyborg) è presente (e scaricabile) una breve cartella stampa sul film. Leggendola si trova questa frase: " Batou è un cyborg. Il suo corpo è artificiale: gli unici resti della sua umanità sono tracce del suo cervello… e i ricordi di una donna chiamata
The Major".
A questo punto io mi chiedo: perché scrivere in inglese ("major") quello che in originale era in giapponese (å°‘ä½) e che da noi dovrebbe essere in italiano ("maggiore")? Spesso sono i giapponesi stessi a preparare materiale in inglese per le edizioni internazionali dei loro film: può darsi che il "major" venga da lì. Ma potrebbe anche darsi che sia in inglese perché l'edizione italiana di
Innocence è stata fatta su quella inglese, e non su quella originale. E questo vale anche per le traduzioni dei dialoghi. Spero di sbagliarmi.
In giro per la Rete leggo di
fans italiani che si preoccupano per il doppiaggio del film visto che, a una diecina di giorni dall'uscita sui grandi schermi, non si sa ancora nulla degli interpreti italiani. Io, invece, mi preoccupo proprio della traduzione. Magari qualcuno penserà che, dopotutto, nonostante il passaggio giapponese>>inglese>>italiano, non ci dovrebbero essere grossi travisamenti. Certo, potrebbero anche non essercene. Però non posso fare a meno di pensare al primo film di
Ghost in the Shell (quello del 1995), arrivato in Italia tramite l'edizione USA. Alla fine, nella nostra edizione, veniva pronunciata la seguente frase: "
È tempo di diventare parte di tutte le cose". Nell'edizione giapponese la stessa frase è: "
È il momento di abbandonare i proprî limiti, e saltare a un livello strutturale superiore" (制約をæ¨ã¦ã€ã•らãªã‚‹ä¸Šéƒ¨æ§‹é€ ã«ã‚·ãƒ•トã™ã‚‹æ™‚ã ). Ognuno tragga le proprie conclusioni.
Comunque, sempre nel sito dell'edizione italiana di
Innocence, si legge che il film è "tratto da un
romanzo originale di Shirow Masamune".
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giovedì, 20 luglio 2006 - 20:16
Trecento anni nel futuro (o forse più in là ). Un misterioso esperimento genetico va fuori controllo: dopo aver frantumato la Luna(!), investe la Terra. Il tempo scorre: il pianeta è ora rivestito da una foresta mutata, senziente, aggressiva verso gli uomini. Tra gli uomini c'è chi ne ha accettato il dominio, e vive in totale simbiosi con l'oceano vegetale; dalla parte opposta c'è chi lotta usando l'arma della tecnologia per difendere l'antica civiltà umana, per ripristinarla eliminando la Foresta. E c'è anche chi tenta di gettare un ponte tra le due culture, quella della Foresta e quella della tecnica: la Città Neutrale (ä¸ç«‹éƒ½å¸‚), sorta sulle rovine degli antichi grattacieli, villaggio pacifico di gente semplice e saggia.

Qui vive Agito, tipico protagonista da animazione giapponese: ragazzo sveglio, vivace, un po' un furbastro ma in fondo onesto, che preferisce risolvere i problemi agendo e non pensando.
Boy meets girl: quasi per caso Agito trova una specie di "capsula del tempo"; al suo interno sta una ragazza del mondo passato, che si risveglia giusto per far precipitare i delicati equilibrî del mondo futuro. La ragazza, difatti, possiede inconsapevolmente la chiava per spazzar via la foresta e ridare alla civiltà umana il dominio sul mondo.
Una sistema ecologico aggressivo verso l'uomo: la Foresta; un regno militaresco che la vuole "bruciare interamente"; un piccolo villaggio che rischia di venire schiacciato tra le due fazioni; un giovane eroe pronto a difenderlo. Magari a qualcuno tutto ciò sembrerà molto (sin troppo?) simile a
Nausicaä di Miyazaki. Ma non è vero, non del tutto. O meglio: è vero solo per la prima parte. La seconda, difatti, preferisce riprendere
Laputa... E il protagonista, alla fine, è una sorta di Conan un po' cresciuto e un po' meno selvatico di quello miyazakiano.
Gin'iro no kami no Agito (銀色ã®é«ªã®ã‚¢ã‚®ãƒˆ, "Agito dai capelli argentati") è il primo lungometraggio cinematografico interamente prodotto dallo
Studio Gonzo. Proiettato nei cinema nipponici a inizio 2006, a giugno (il mese scorso) è infine uscita l'edizione in DVD. Come già detto, l'ispirazione a Miyazaki è palese (se non spudorata).
Agito, però, preferisce evitare (o non riesce a raggiungere) la poesia, la delicatezza e il respiro delle sue fonti di ispirazione. La sua mistica vegetale si avvale di alcuni tocchi visionarî dotati di una loro intensità , ma per il resto propone un etnicismo nostalgico un po' da cartolina, condensato soprattutto nei fondali, minuziosissimi e dotati di profondità visiva, ma un po' troppo sintetici e costruiti.

Nella seconda parte diventa poi evidente che il film vuole giocare soprattutto la carta della spettacolarità : Agito, per salvare la ragazza (e il mondo), decide di accogliere in sé il potere della foresta; ottiene i capelli argentati e una forza smisurata (dragonballiana?) con cui abbattere i mostri meccanici dei suoi nemici, con cui ficcarsi nel cuore di gigantesche esplosione e uscirne indenne, e così via... Non posso però fare a meno di notare che, nonostante battaglie e scontri catastrofici, non viene
mai mostrato
nessuno morto e, a meno che non mi sbagli, nemmeno una sola goccia di sangue... Vabbe'. E in conclusione non può mancare un finale miracolistico, in cui quasi tutto finisce (torna) al posto giusto, e ci vengono lanciati gli immancabili messaggi finali: siamo tutti legati, rispettiamo la natura, troppa tecnologia fa male e blablabla.
Troppa tecnologia fa male, ma nel frattempo
Gin'iro no kami no Agito ne fa uso abbondante, coi grandi mezzi meccanici e i "draghi vegetali" animati integralmente in 3D digitale. Il resto del film, però, si sostiene soprattutto sull'animazione bidimensionale classica (per quanto potenziata digitalmente). L'amalgama, com'è sempre in questi casi, molto spesso non funziona, non del tutto. Ma è anche vero che si poteva far di peggio, e che lo stesso Studio Gonzo, anni fa, faceva molto di peggio (
Blue Submarine n.6?).
Senza essere un film epocale,
Gin'iro no kami no Agito risulta un prodotto discreto. Non pretende di dare chissà quali insegnamenti, esibisce una sua ovvia morale che però non arriva a soffocare tutto il resto. Un film, insomma, che mostra grandi scenarî, una buona animazione e, specie nell'introduzione, alcune scene spettacolari dotate di un loro impatto. Dopotutto, è quello che ci si può aspettare dallo Studio Gonzo, produttore di titoli popolari di qualità medio-alta con qualche ambizione (non sempre riuscita) di puntare più in alto.
Sito ufficiale di
Agito:
http://www.gin-iro.jp/.
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domenica, 16 luglio 2006 - 19:58
Da qualche parte dell'America centrale... un piccolo bimbo guida un giovane uomo, si dirigono lungo una pietraia assolata, si mettono in agguato nei pressi di una fonte d'acqua. Il giovane è un giappone, si chiama RyÅsuke , e imbraccia un fucile. Attende l'arrivo del mostro che terrorizza la regione, il mostro il cui nome è
Bagi. Un'attesa lunga più di un'ora. Un'attesa in cui RyÅsuke ripercorre con la memoria la sua vita: i suoi primi incontri con Bagi, quand'era ancora una gattina innocente; e poi, diversi anni più tardi, la loro fuga e infine il destino che li separa, e li pone l'uno contro l'altra.

Bagi è una donna-gatto, frutto di esperimenti genetici, condannata alla morte ancor prima della nascita, che ha trovato una salvezza inaspettata in RyÅsuke l'unico umano in grado di accettarla, di proteggerla. RyÅsuke, che ora le punta contro il fucile, pronto a ucciderla.
Bagi (ãƒã‚®), del
1984, è l'ultimo di una serie di lungometraggi televisivi prodotti da
Tezuka Osamu a partire dal 1978, una serie denominata
Ai wa chikyÅ« o sukuu (æ„›ã¯åœ°çƒã‚’æ•‘ã†: "L'amore salverà la Terra"). Definizione programmatica: pacifismo, ecologia, fiducia nei sentimenti e nelle emozioni, moniti contro la tecnologia e le armi, e i governi spietati che le utilizzano, grandi catastrofi e barlumi di speranza... i classici temi di Tezuka, condensati in forme spesso piuttosto semplici, concepiti per un pubbico giovane. Un pubblico che, tra l'altro, almeno nel fumetto, Tezuka ha ormai quasi abbandonato da un pezzo: nello stesso periodo vengono pubblicati
Ayako,
MW e
Kirihito, battistrada a quella che è forse l'opera migliore di Tezuka,
La storia dei tre Adolf. Quest'ultimo comincia la pubblicazione proprio un anno prima (1983) dell'uscita di
Bagi.
Ho già scritto del difficile rapporto di Tezuka con l'animazione a proposito di un suo
altro film più o meno dello stesso periodo. Anche
Bagi e i suoi omologhi presentano gli stessi i problemi: vistose incoerenze grafiche, movimenti di macchina spesso incomprensibili o goffi, enormi ingenuità di sceneggiatura. È proprio
Bagi, però, uno dei risultati più apprezzabili; forse non è un caso che Tezuka stesso abbia partecipato attivamente e personalmente a gran parte delle fasi produttive, senza delegare troppo ad altri. È difficile comunque non rimanere perplessi, ad esempio, di fronte ad alcune bizzarre intrusioni: citazioni estemporanee da Biancaneve; un personaggio di nome Cement(!) Bond, accompagnato da una musichetta quasi identica ai film dell'agente segreto 007... e poi, ad aprire e chiudere il film, ambientazione e regia che fanno il verso ai
western di Sergio Leone, e la colonna sonora che ricalca quelle di Ennio Morricone...

Ecologismo e pacifismo, si diceva.
Bagi è un po' una grande tirata contro la bioingegneria, e gli esperimenti sui viventi in genere. Si condannano gli esperimenti sugli animali, perché fonte di sofferenza gratuita in creature sensibili e (dal punto di vista di Tezuka) non così lontane dall'uomo come si penserebbe; il tutto al servizio del profitto o, peggio ancora, degli apparati militari e di una politica sporca. Non solo, però. Tezuka sembra anche suggerire che la ricerca genetica sia comunque mostruosa in quanto tale, negativa in ogni caso, i cui figli non potranno essere che creature prive di una propria natura come Bagi, mezza umana e mezza felina, mostri privi di una vera natura. Così Tezuka in un'intervista a proposito del film: "recentemente in Giappone il Partito Liberaldemocratico [al potere al tempo, e anche adesso] ha dato il permesso per gli esperimenti, e così nel nostro paese è diventata lecita l'ingegneria genetica; ma io, in questo, avverto un enorme senso di pericolo. Quest'opera [
Bagi] dovrebbe esprimere con forza il mio grido d'allarme".
Curiosamente, nello stesso anno di
Bagi (1984), arriva nei cinema giapponesi anche
Nausicaä, di Miyazaki.
Nausicaä (coi seguenti film dello Studio Ghibli) segna una rivoluzione irreversibile per l'animazione giapponese, portandola a competere, da pari a pari, eppure in modo autonomo, con il cinema non d'animazione.
Nausicaä, poi, affronta le stesse tematiche di
Bagi, e dell'opera generale di Tezuka: il confine tra il mondo umano e quello della Natura, e, tra questi due mondi, cosa sia lecito e cosa illecito. Non scendo nei dettagli, ma è ovvio come
Nausicaä sembri ripetere il credo di Tezuka: teniamo giù le mani dalla Natura, e tutto andrà bene (o perlomeno, non troppo male). Il film venne celebrato come "ecologista", ma la cosa non fece molto piacere a Miyazaki (ancor meno piacere gli fece che Nausicaä fosse vista come una sorta di messia). Tanto che, portando avanti
Nausicaä fumetto, lo stesso Miyazaki riprese e ribaltò le questioni del film, dandovi risposte molto diverse. Diverse anche da quelle che si trovano in
Bagi, e nel Tezuka televisivo. Ma questa è un'altra storia e si dovrà raccontare (forse) un'altra volta.
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martedì, 11 luglio 2006 - 08:41
Mi dicono che il 4 agosto dell'anno in corso (tra meno di un mese), dovrebbe essere disponibile nelle sale italiane Innocence (イノセンス), il secondo lungometraggio ambientato nell'universo di Ghost in the Shell, per la regia di Oshii Mamoru. Ottima scelta per la data: ben pochi andranno a vederlo, e quei pochi quasi sicuramente saranno un pugno di otaku italiani sfegatati, bloccati nell'afa cittadina da chissà quali circostanze... immagino tra l'altro che, com'è sempre per l'animazione giapponese, ne distribuiranno pochissime copie, e quei pochi cinema che ne avranno una proietteranno il film a orarî indecenti e per non più di uno o due giorni. Magari ci sarà anche qualche spettatore che di Oshii, di Ghost in the Shell e di animazione giapponese sa ben poco, che entrerà in sala attirato dal buffissimo titolo che hanno appiccicato sopra l'edizione italiana: Ghost in the Shell 2 - L'attacco dei cyborg. Chissà cosa penserà l'incauto e ignaro utente, quando dallo schermo lo assaliranno immagini allucinate e ipnotiche, accompagnate da dialoghi interminabili, complessi, fittissimi di citazioni d'ogni tipo, da Confucio a Shakespeare e poi più in là . Delle due l'una: o rimarrà incantato, o uscirà di corsa prima che il film arrivi a metà . Inevitabilmente, però, si chiederà più volte dov'è finito l'"attacco dei cyborg" promesso dal titolo italiano...
Innocence è una pietra miliare nella storia del cinema d'animazione, sta all'attuale decennio come Akira sta agli anni Ottanta. E in Italia lo vediamo così. Già , proprio come Akira. Mi chiedo tra l'altro com'è stato tradotto: sarà stato passato dalla versione inglese, com'era il primo Ghost in the Shell? Oshii, quando vide quest'ultimo in inglese, concluse che la barriera linguistica rende assurdo tentare di esportare i film fuori dal Giappone. È anche vero che negli Stati Uniti si impegnano a fondo, quando vogliono a tutti i costi rimodellare i film per incontrare i gusti del proprio pubblico: e Miyazaki ne sa qualcosa... In ogni caso, com'è appunto per i film di Miyazaki, cercherò di non guardare la versione italiana di Innocence.
Il titolo che gli hanno affibbiato in Italia, comunque, dimostra in pieno quale sia l'idea corrente di "film di fantascienza" alle nostre longitudini. L'attacco dei cyborg: mostri meccanici, effettoni speciali, buoni & cattivi, scontri muscolari e adrenalinici, lieto fine ed esplosivo, pubblici d'adolescenti in estasi. Stop.
Aneddoto. Quando ero in prima superiore (o in seconda) ogni classe poteva proporre un film da proiettare a tutta la scuola. Quindi ogni classe doveva decidere la proposta al suo interno, e si procedette per votazione. Io portai avanti 2001 - Odissea nello spazio. La mia professoressa di italiano, storia, geografia, latino e greco (mica balle!), che non aveva mai sentito nominare il titolo, mi chiese cosa fosse; e io: "Fantascienza"; e la replica fu: "Ah, un titolo d'evasione... be', può andar bene anche questo". 2001 - Odissea nello spazio considerato un "film d'evasione" da chi non l'ha mai visto, unicamente perché ambientato nel futuro e tra i pianeti. Grandioso. Ovviamente alla fine la mia proposta fu bocciata. Non ricordo nemmeno che film ci fecero vedere quell'anno. Sicuramente qualche film serio e concreto (non d'evasione), film d'impegno sociale e temi d'attualità , per educare noi giovani a prendere coscienza della realtà umana che ci circonda.
Qualche anno dopo il professore di filosofia seppe far molto meglio. Aprofittando di alcune ore semi-buche, avevo proposto all'intera classe Una tomba per le lucciole. In videocassetta. Eravamo una delle poche classi ad avere dentro l'aula un possente televisore+videoregistratore, chiuso in un armadietto nell'angolo. Il prof di filosofia ne guardò una buona parte, finché a un certo punto, perplesso, pose la domanda del secolo: "Ma i cartoni animati non dovrebbero far ridere?"
domenica, 02 luglio 2006 - 19:11
Saishū heiki kanojo (最終兵器彼女), detto anche
SaiKano, detto anche
She, the Ultimate Weapon, detto anche
Lei, l'arma finale (e se proprio volete c'è anche un sottitolo in inglese:
The Last Love on this Little Planet). Dopo il fumetto, dopo la serie televisiva in animazione (tredici episodî), dopo
due brutti OVA, ecco dunque il lungometraggio
live, con attori di carne e sangue, riprese nello HokkaidÅ e un po' di immancabile
computer grafica.
In tutto dura due ore: almeno prima degli ultimi venti minuti mi sentivo lievemente deluso a vederlo. Il film segue in tutto e per tutto la serie televisiva, senza molte modifiche, e tagliando solo quel che c'era da tagliare per ragioni di tempo (tanto per dirne una, il poligono sentimentale tra Chise, Shūji, Fuyumi e Tetsu... ma qui non era forse solo un problema di tempo).

Deluso, perché, mentre lo vedevo, mi sono chiesto la necessità di replicare tutto in maniera così fedele, quando invece questa sarebbe stata un'occasione per rimescolare le carte, proporre una qualche interpretazione diversa delle vicende. Anche considerando un film "dal vero" ha molte più difficoltà a far apparire come verosimile una storia del genere, rispetto invece all'animazione. Parliamo poi dei personaggi. Chise la interpreta Maeda Aki, e devo ammettere che non ci sta malissimo, è accettabile. Il problema è Shūji: non che l'attore non riesca a rendere la scontrosità e la ruvidezza del suo personaggio, ma, almeno secondo me, come aspetto
non ci siamo proprio. Assolutamente innaturale. Quasi sgradevole, direi. Diverso il discorso per il suo compagno di classe, Atsushi, che tra l'altro viene mostrato molto poco; nemmeno Akemi è venuta male, ma anche lei soffre del troppo poco spazio concessole.
Con gli ultimi venti minuti la lieve delusione si ingrossa e sfocia in
indignazione. A questo punto vengono introdotti cambiamenti sempre più decisi nella storia. Bene, dovrei dire, perché almeno c'è qualcosa di originale. Male, invece, perché i cambiamenti sono
pessimi, e il nuovo finale è
davvero desolante; specie per chi ha amato quello originale. Terminati i titoli di coda, ho immediatamente riguardato l'ultimo episodio della serie televisiva: per
purgarmi. E qui termina il mio commento al film. Chi ha intenzione di vederlo senza sapere nulla in anticipo, può pure smettere di leggere: qui sotto entro nei dettagli, e spiego cosa non mi è andato giù.
Comunque, questo è il sito ufficiale del film:
http://www.saikano-movie.com/.
Dunque. Nella serie televisiva il Mondo è ormai mezzo distrutto, sfinito e sfiancato e per questo attacca il Giappone: non è chiaro se sia distrutto da altre guerre, sconvolgimenti naturali o che... ma non ha importanza, anzi, la vaghezza ha un suo fascino.

Comunque sia, il Mondo attacca il Giappone e Chise ne è l'ultima difesa, ma non imbattibile. E difatti non riesce a fermare la Grande Distruzione, che annienta tutto e tutti. Nel film, invece, il Mondo attacca il Giappone proprio a
causa della presenza in quanto Arma Finale. Si dà a intendere che la voglia distruggere perché troppo pericolosa. E questo è interessante: è la corsa agli armamenti che causa la guerra, e non viceversa; inoltre in questo modo si dà una certa responsabilità al Giappone stesso. Al termine del film il Mondo lancia un
ultimatum al Giappone: o distruggete Chise entro le otto di domani mattina, o vi mandiamo addosso tutti i nostri missili atomici. Questo butta addosso ai creatori di Chise una responsabilità ancora maggiore, perché Chise non è solo un'arma, ma una ragazza. In teoria devono decidere: sacrificare il Giappone stesso o la ragazza, senza una terza scelta che salvi capra e cavoli. Ma il film, astutamente, sottrae ai militari la responsabilità della scelta, la rende molto meno gravosa: difatti vien detto che Chise, evolvendosi come arma, entro breve sfuggirà al controllo e comincerà ad attaccare chiunque, amici o nemici (magari lo stesso Shūji). In questo modo i militari, in un caso o nell'altro, sarebbe
comunque costretti a eliminare Chise, e si può anche immaginare che lei stessa sarebbe d'accordo. Tolte così di mezzo le scelte spinose e contraddittorie, quel che rimane è la solita condanna, nemmeno tanto originale, dei potenti di turno che mettono le mani sui sentimenti puri e sulla natura umana per i loro fini. Tutto finisce nelle mani di Chise, che può così avviarsi generosamente nell'immancabile gesto di autosacrificio per salvare Shūji, il Giappone e il Mondo. Nel momento in cui scatta l'
ultimatum e i missili atomici partono, Chise si leva alta nel cielo, al di sopra dell'atmosfera terrestre, e si fa deflagrare là dove non può recar danno a nessuno. Il Giappone e il Mondo sono salvi. Chi ha creato Chise è a posto con la propria coscienza... tra l'altro, ricordiamoci che fine faceva lo scienziato nella serie televisiva: si sparava un colpo di rivoltella sotto la pioggia, segno del suo
totale fallimento, e del senso di fallimento tragico che pervade(va) tutta l'opera. E infine, persino Shūji riceve il suo contentino, ritrovando un frammento di Chise e della sua anima in mezzo alle sabbie di un non ben identificato deserto (sic!). Tutti salvi, tutto è bene quel che finisce bene(?): ma ne valeva davvero la pena?
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