Per me l’anno finisce cosÃ.
Che poi, cos’è che finisce, cos’è che comincia? Un giorno comune e anonimo, come tanti altri, estratto dagli incidenti della storia e delle burocrazie, e caricato del ruolo ingrato di passaggio, tamite e porta tra un vecchio e un nuovo diversi solo nelle etichette. Sarebbe potuto essere anche ieri, o domani, quest’ultimo giorno, o dopodomani.
Povero 31 dicembre, neanche hai l'onore della corona mitica d’una qualche congiunzione d'astri, di cui si fregiano invece i solstizî e gli equinozî; neanche il corredo posticcio delle tradizioni secolarmente riscritte, incessantemente reinventate, come quella della nascita di Mithra... pardon, volevo dire, del Cristo!
Un giorno come tanti altri.
Per me l’anno finisce cosÃ.
Prima di questo giorno, e di tanti altri come questo.
C’era una volta...
C’era una volta un’idea. Un desiderio, un’ambizione. Forse solo una speranza. Scrivere una grande storia. Tradurla in lettere. Una storia immensa. Decine, centinaia di personaggi. No, di piú. Oltre ogni confine del tempo e dello spazio. Estesa lungo i mondi, lungo tutti gli universi. No di piú. Al di sotto e al di sopra, dalle sfere delle tenebre sino a quelle della luce. Una mappa del mondo che superasse lo stesso mondo. Che includesse la realtà attuale, e tutte le infinite realtà possibili. Magari anche quelle impossibili. Tutte le interminabili combinazioni dell'alfabeto.
E l’idea rimase. Rimase, ma rimase tale: niente piú che un’idea. E al di fuori dell’idea, cessati i suoi indescrivibili (e invisibili) uragani, emersero superstiti pochi frammenti sparsi. Dell’immensa storia, videro la luce solo brani, lacerti, tronchi e mozzi. Disordinati, confusi. Abbozzi spesso inconcludenti. Senza un inizio, senza una fine. Forse quasi senza uno scopo.
C’era una volta una storia... O meglio, c’erano i suoi frammenti. I suoi personaggi, i loro strani nomi: il Polipo dai Sette Tentacoli, il Pipistrello dalle Ali Azzurre, i topi di To-Pratt, Klakti, Skrat-Kyaa, Gambadilegno... i loro viaggi, le loro ricerche inconcludenti. Senza un inizio, senza una fine. Forse quasi senza uno scopo.
C’è anche chi ha avuto modo di leggerli, quei frammenti. C'è chi li ha persino apprezzati. E addirittura chi (oh!) arrivò a farci dei disegni.
Sì, così era, questa era la reale disposizione degli eventi, così si
svolgeva nella realtà il tessuto dello Tempo sugli infiniti piani dello Spazio,
queste erano le concatenazioni che si sviluppavano nel loro infinito procedere
verso la meta, ignota ed oscura a tutte le creature dell'Universo! Altro non
era che parvenza, parvenza illusoria il mondo di To-pratt, inconsistente
affioramento della vera realtà, della zona più vasta e profonda dell'intero
Universo, la zona il cui nome per antonomasia era una tautologia: la Zona.
Entro essa, entro essa sì non valevano le leggi che governavano i mondi, essa
era diversa, essa era l'inutile accumulo del cosmo che tutto da sé derivava.
Perché nel suo ambito, che poi era lo stesso dell'intero Universo, al suo
interno c'erano le possibilità, possibilità che non esigevano alcuna necessità
d'ordinata disposizione: le parole erano senza senso non in quanto prive di significato,
ma proprio perché tutti li avevano: ogni parola, ogni suono, ogni minima
frazione di suono aveva, era tutti i significati, tutti, anche quello del
vuoto, anche quello dell'insignificanza, anche quello del fatto d'avere un
unico significato, e così via: tutto aveva significato, tutto il significato;
non c'era possibilità di scelta, tutte le scelte erano possibili, tutte avevano
lo stesso identico peso sulla grande bilancia del mondo, ma tali erano che
nemmeno una bilancia poteva, alla fine, esserci, per misurarlo, il loro gravare
sui fatti. Tautologia e contraddizione erano i pilastri inesistenti del mondo
della Zona, la Zona dell'universo: il mondo dell'Universo. Sul marmo del
frontone che qualcuno immaginava sorreggessero le due colonne, immagine comunque
sbagliata, ma anche giusta (questa la legge della Zona), c'era chi diceva ciò
fosse scritto: 00 01 10 11. Ma, si sbagliava. Ed era nel giusto. Ecco, nella
Zona c'era la giustificazione di tutto, le giustificazioni per tutto, e tutto
poteva essere in essa adoperato per giustificarla, di nuovo ritornavano, la
tautologia e la contraddizione, si annullavano a vicenda, a vicenda si
sorreggevano, esistevano per lottare, esistevano per sostenere, unici pilastri,
solidissimi pilastri, inconcepibile la loro materia, per sostenere, essi soli,
ma sostenuti da tutto il reale, la Zona. La Zona che tutto assorbiva, che tutto
era, il nulla supremo, la contraddizione sublime, misticismo, l'inarrivabile
tautologia, razionalismo... Perché tutto nella Zona era e non era: inutile
scrivere A prima di B, perché nella zona era anche B prima di A, e poi C prima
di B, B prima di C, e, ovviamente, tutti e tre contemporaneamente. Fra l'altro,
nella Zona tutte le variabili erano comprese. Ma, se allora, così si svolgeva
la Zona, ce l'aveva o non ce l'aveva un significato? No, non ce l'aveva, perché
li aveva tutti. E, dunque, per cercarcene uno, solo uno degli infiniti doveva
essere preso. Ma ciò era parziale. Ma ciò era ingiusto. Verso tutti gli altri.
Il particolarismo. L'unilateralismo. La faziosità estrema, irrinunciabile:
perché, stare contro tutte le fazione, anche ciò è stare entro una di esse...
così c'era chi aveva tentato di descrivere il mondo di To-pratt privo di leggi,
e ne aveva riempito di fogli, con le sue vicende, ed ecco che poi era risultato
che il mondo di To-pratt ne aveva di significato. Sì, perché aggiungere dati ai
dati era dare significato, e dare significato era essere faziosi, ed essere
faziosi era essere ingiusti. Verso tutto il resto. Inutile era dire che il
mondo di To-pratt era senza significato, perché anche ciò era dare un
significato: il significato di essere senza significato. Perché l'unica sarebbe
stata quella di lasciarli in bianco, i fogli. Ma, allora, chi avrebbe potuto
capirlo? Ma... in fondo, già il fatto di capire il privo di significato era un
segno che di significato ce ne era. Particolarismo. Altro rispetto al resto,
questo il particolarismo, questo il significato. Ma la Zona, che era tutti i
significati, era nessun significato. Ma chi la conosceva. Illusione descrivere
il mondo di To-pratt, i topi di To‑pratt. E allora, come, come avrebbero potuto
reagire le creature del cosmo di fronte a questa orrenda visione, come se non
con l'implorare l'assurda e inverificabile vìolazione del principio, del
dannatissimamente stramaledetto principio di conservazione della massa-energia?
Mai, mai lo si sarebbe ottenuto, sempre sarebbero venuti gli altri con le loro
particolaristicissime spiegazioni, tutte fallimentari, tutte trovavano la loro
smentita nella Zona. E la Zona era il nulla.
Questo, questo pensava, era questo che s'agitava nella mente confusa del
capo dei Topi, i topi di To‑pratt, ciò che gli torturava la mente... quando
egli si trovava nella sala centrale del castello reale di Tywedr, dopo che
ormai era finita la grande riunione dei topi, dopo che avevano tutti
abbandonato le centinaia di stanze che offrivano le rovine inconsunte del
grande castello. Egli si trovava solo, ora, solo nella sala buia, dopo che
s'erano spente le ultime luci, le debole fiamme delle poche candele rimaste,
dopo che si erano ormai spenti da lungo i fuochi che avevano agitato le folli
notti dei topi, che s'erano lì radunati, tutti. Solo si trovava in quella sala
spoglia, grigie le sue mura, i suoi pavimenti, il suo soffitto che a stento
poteva essere scorto nelle tenebre incombenti, il Sole ormai al termine del Suo
cammino. Belli sarebbero dovuti essere i giochi di luci e colori creati dalle
enormi vetrate che, nel suo antico passato, avevano ricoperto le orbite ormai vuote
delle finestre, da cui ora solo il cielo scuro del crepuscolo poteva essere
visto. Il capo dei Topi, il capo dei Topi si trovava seduto sul trono, unico
oggetto d'arredamento di tutta la sala, lì stava, più che seduto sdraiato, e
alla Zona pensava, alla loro esistenza, dei topi, egli, che ora poteva capire
la loro miseria, la loro inconsistente esistenza... vedeva come tutto fosse
stato inutile, come... e non ricordava più nemmeno il come... il seguito del
come. Ricordava invece quando dal nulla sul loro mondo era emersa la grande
città, radice di ogni città, la Città Cosmica, e di come egli, dopo aver salito
tutti i gradini del Palazzo centrale, dopo averne percorso a perdifiato tutti i
bui e polverosi corridoi, dopo essere salito di stanza in stanza fino ai piani
più alti, spalancate le porte che ormai vecchie e marcescenti a stento
riuscivano ad aggrapparsi ai cardini, ecco era uscito alla luce del Sole sul
terrazzo più alto, e lì, dal balcone di marmo rosato, di fronte a tutte le
creature del cosmo, che lì s'erano radunate per poterlo ascoltare, per poter
anch'esse esser rese partecipi della saggezza che dalle sue parole sarebbe
stata profusa, ecco, si ricordava come egli, dopo tutto ciò, di fronte a tutto
ciò, con tutto il fiato che possedeva nel suo misero corpo, avesse gridato:
"Sistema primario, secondario, terziario, quaternario!!!", con la
voce più forte che aveva, con la massima rapidità consentitagli dal suo
apparato vocale. Sì, tutte le creature lì radunate, avevano allora esultato di
fronte al Verbo della sua mente, tutte avevano capito ed appreso e compreso ed
accolto il vero e reale significato sotteso alle sue tremende parole... questo
era successo nel passato, nel mondo di To-pratt. Questo nel passato: perché ora
erano passati, ormai, i 500 segni di To-pratt. Uno era quello: non c'era più il
ricordo di quale fosse il suo numero. Ed ora ne erano passati 499. Ed ora
s'erano lì radunati i topi di To-pratt, lì, per sapere, per vedere per
decidere, sebbene alla fine nessuno di essi avesse mai agito dietro
motivazione. Tranne il topo che aveva compiuto il primo segno di To-pratt. Ma
quello era pazzo, tutti lo avevano riconosciuto. Quello era pazzo. Il castello
di Tywedr, verdi le sue mura, verdi per il muschio e l'umidità che da anni
ormai l'assalivano.
Il capo dei topi alzò lo sguardo: vide che sopra la porta che dava
l'ingresso e l'uscita per quella sala una parola era inscritta:
"ormai". Pensò allora che forse avrebbe fatto meglio a dare l'ordine
ai suoi seguaci di abbatterlo quel castello, di farlo sparire, di distruggerlo,
e di cancellarne, ovviamente, le fondamenta. Ma poi si ricordò di come già
questo l'avesse fatto, avesse tentato di farlo, nei tempi passati: ma poi,
magia delle magie, il castello s'era ricostruito, notte tempo si era di nuovo
formato, uguale e identico a sé stesso, sul luogo stesso in cui era stato
abbattuto. Per questo i topi avevano pianto, ma anche il castello aveva pianto,
tutto il mondo di To-pratt aveva pianto quel giorno, senza motivo, con il
motivo, che importava, comunque tutti avevano pianto, e questo era stato il
fatto. Sì, perché c'era chi aveva deciso di piangere e basta, di passare tutto
il suo tempo nel versare le lacrime, nel mostrare alla vista del mondo il fiume
copioso che sboccava dai suoi occhi dannati, dopo essere risalito dai più
profondi ed oscuri recessi della sua anima, dagli aspri canali che percorrevano
siccome ferite l'animo suo. Ogni secondo che il liquido amaro passava
attraverso questi canali, il terribile attrito con le nude pareti, con la carne
viva a cui da tempo era stata raschiata via la sua protezione, tutto ciò gli
portava una strazio continuo, lacerazione in eterno. Ma intanto piangeva.
Il capo dei topi era seduto sul trono ormai vecchio e consunto della sala
centrale del castello reale di Tywedr nel mondo di To-pratt. Gli doleva la
vita. Già: ma chi lo diceva che il castello reale non era del re, ma era vero?
E che i dolori che lo affliggevano non erano, no, la visione della Zona, lo
schifo del mondo, ma il dolore fisico, fisicissimo, della vita: la parte fisica
del suo corpo? E che il suo corpo non era quello del capo dei Topi, bensì,
chessò, della Zona, del mondo? E che questo capo dei topi, questo, seduto sul
trono nella sala centrale del castello reale di Tywedr nel mondo di To-pratt fosse
lo stesso di prima? Magari era ben lo stesso, ma il mondo, sebbene avesse lo
stesso nome, era un altro, oppure il castello era un altro con lo stesso nome,
ma diverso il mondo, oppure tutto uguale, ma diversi da quelli di prima i topi
su cui egli aveva il dominio? E chi lo dice, chi, che tutto ciò non sia tutto
falso, tutto, privo di una sua esistenza reale, frutto soltanto d'una fantasia
puramente malata? Chi può essere assicurato sulla reale esistenza del mondo di
To-pratt? E dei suoi topi?
Il capo dei topi s'alzò, fece qualche passo nella sala, barcollando
raggiunse il suo centro, e allora, allora vomitò, rovesciò sul pavimento tutto
quello che aveva in corpo, tutto, dalle viscere all'anima, dai rifiuti più
bassi del corpo ai più raffinati organi interni di cui l'aveva dotato
l'evoluzione della sua razza. Vomitò. E ora non sapeva più che fare. Se la
prese con me, io stavo scrivendo 'sta roba, io ero l'artefice di tutta la
storia, mia era la colpa di tutta la sua situazione: perché non potevo scrivere
qualcosa di meglio, un minimo di pace avrei potuto consentirgli d'avere! O
almeno che non scrivessi nulla, più nulla. Ma io non potevo fermarmi, no, non
potevo, perché in un altro luogo del cosmo, ecco, in un altro luogo del cosmo,
c'era chi stava scrivendo di me, ed egli scriveva che io scrivevo, io che
scrivevo sul capo dei Topi. La colpa era sua. [Risalendo tutta la catene di chi
immagina l'altro che esiste, fra l'altro, era tutto ad anello: ogni creatura
del cosmo incolpava il suo anello precedente di immaginarlo (e di farlo, così,
esistere) e di ciò ne era incolpato dall'anello che lui reggeva: ognuno
incolpava l'Universo della sua esistenza, poiché era immaginato dall'Universo,
ma nel contempo era schiacciato dalle accuse di tutto l'Universo che lui, alla
fine, faceva esistere, con la sua immaginazione]. Ci mettemmo a piangere
assieme, io e il capo dei Topi. Anche se ciò, comunque, lo stavamo facendo da
tempo. Si tornava nella zona. (Adios!)
Il suo ultimo parto è del 2007 e si chiama, in originale, Un Lun Dun. Idealmente indirizzato a un pubblico giovane, pare narri di una Londra parallela e fantastica, il cui nome dà il titolo all’opera.
Qui sotto ci sono due copertine del libro.
SÃ, si tratta dello stesso libro.
Sulla sinistra c’è la copertina dell’edizione inglese. Mentre quella sulla destra non è il diario scolastico delle Winx, ma l’edizione italiana, ad opera di Fanucci. Un Lun Dun diventa Il libro magico, ma questo è il meno. La (pochezza) grafica, i soggetti, i colori, le atmosfere, persino il font del titolo: una delle due copertine (devo dire quale?) è un preclaro esempio della decadenza culturale di un’editoria (e di un paese) che si ostina a considerare il pubblico dei suoi gggiovani lettori solo come una massa di idioti privi di (qualunque) senso estetico e di interesse per qualcosa che non sia una ridicola rimasticatura di modelli paratelevisivi (con tutto il rispetto per i modelli paratelevisivi).
Ringrazio comunque Fanucci per avermi fatto risparmiare 17,50€: un’edizione del genere non la voglio toccare neanche con una pertica lunga cinque metri. E neanche a prestito lo voglio provare.
Ringrazio altresà e nuovamente Fanucci per avermi fatto considerare una volta di piú la possibilità di cominciare una buona volta a leggere direttamente in inglese anche la letteratura e non solo la saggistica.
Tideland, film del 2005. Regia di Terry Gilliam. In patria ha dovuto attendere quasi un anno prima di poter permettersi il grande schermo. In Italia non ha potuto ambire nemmeno a tanto. È appena arrivato, ma solo in DVD. Di nascosto. Gli è anche stato appiccicato un inutile, piatto e banale sottotitolo (adesso va di moda cosÃ): «Il mondo capovolto».
Eppure, volente o nolente, nella geografia devastata del suo paesaggio, qualche cartello indicatore sembra emergere, indicazioni semileggibili, forse illusorie, che indicano comunque un percorso, per quanto accidentato (accidentale?) e contorto, delirante.
Innanzi tutto. Citazioni, riprese, rielaborazioni esplicite e palesi dall’Alice di Carroll. Testo ormai usato e abusato, strapazzato, moneta un po’ svalutata nel mercato dell’immaginario collettivo. Ma Tideland, che è forse una delle riscritture piú libere della sua fonte ispiratrice, è al contempo estremamente vicina a essa, vicina a quella commistione disturbante che coniuga ansia di rigore logico e disciplina al sovvertimento assurdo e irrazionale, commistione paradossale che (tra il resto) informa l’opera di Lewis Carroll. In Tideland (nella sua protagonista, Jeliza-Rose) rinasce Alice (Alice), nuovamente libera dall’addomesticamento subÃto lungo i decenni nei recinti dell’idealismo adulto, quello che vuol vedere (ridurre) l’infanzia come un sogno pacifico, dolce e innocuo, tacendone (cancellandone) il lato incubico, tormentoso, allucinato(rio).
Poi. Tideland gioca coi corpi. Corpi che la follia a logorato, scavato, portato al disfacimento; corpi dimenticati nella putrefazione e nell’abbandono; corpi umani a confronto con quelli impossibili delle bambole, plastica immobile, muta, smontabile e rimontabile; corpi vivi a confronto coi corpi imbalsamati, involucri al cui interno può riversare le sue fragilità chi ha voluto donar loro questa pallida eternità . E ancora. Corpi infantili audacemente (s)velati come corpi di desiderio, corpi da truccare, da dipingere, con cui giocare (appunto), con cui precipitare (gioiosamente?) negli abissi di un impossibile fondale marino scovato nel sottosuolo...
E dunque. Sequenza di immagini e scene sconclusionate, senza direzione precisa, scrittura automatica su pellicola? Assortimento provocatorio, magari persino forzato (forzoso), di situazioni estreme, quelle giuste da servire in pasto, preconfezionate, allo spettatore smanioso di due ore di forti emozioni? O libera prova d’artista priva di freni, ansiosa di scavare nei fondi piú oscuri del mondo attuale, capace di disturbare, o semplicemente di scrollarsi di dosso ogni possibile legame coi grandi temi della società d’oggi, rompendone gli schemi, con gioia folle e (ovviamente) infantile?
È tutto qui. Volente o nolente Tideland si trova costantemente a correre su un crinale insidioso. Di qua è ancora una collezione di immagini e sensazioni: surreale e grottesca, libera, di potente suggestività , altamente destabilizzante, coraggiosa; di là rischia a ogni passo di cascare nella replica di facili schemi e stereotipi, mode già viste, provocazioni già archiviate nell’immaginario comune o nelle teorie compiaciute dei critici e delle accademie.
Il grande stereotipo (uno dei tanti) della contemporaneità : l’amicizia spontanea tra il bambino e il folle, il diverso, l’emarginato, quasi il mostro. Replica anestetizzata del grande mito dell’incontro (proibito? sicuramente pericoloso) tra l’infante o la giovane fanciulla e la creatura altra, e il mostro: dalla leggenda della vergine che, unica, può ammansire l’unicorno selvaggio, sino alle gesta di King Kong, o (ovviamente) al cinema di Miyazaki (da Nausicaä di fronte agli Ōmu sino a Chihiro di fronte a Kaonashi). Incontro tra due mondi, tra Cultura & Natura, tra i vivi e i morti, eccetera. Antropologi, psicologi e affini ne hanno già scritto pagine in abbondanza. Tideland, un nuovo capitolo di questo mito. Ma non di facile lettura. Il legame tra Jeliza-Rose e Dickens: una salvezza per la bambina dal degrado, dalle ossessioni vacue degli adulti che la circondano? Rifugio e à ncora di salvezza? O una delle tante facce, ambiguamente benevola, della follia dilagante? Benevola, ma pur sempre folle, folle ma pur sempre benevola? Il viluppo, forse, non può essere districato; nemmeno lo vuole.
Dickens. Il cranio mostra un’impudica cicatrice, traccia dell’operazione al cervello, i chirurghi vi hanno frugato, tagliato, riannodato, per impedire gli attacchi epilettici. Dickens si muove a scatti, piegato, la sua bocca storta farfuglia, Dickens fatica paziente a raccogliere le parole, legarle insieme, sputarle fuori in frasi sensate, dar vita al suo mondo fantastico, mostrarlo a Jeliza-Rose. Dickens si muove tra le erbe dei campi spalancando le braccia, nuotando in quello che per lui è un gran mare, con indosso la maschera del sub e al piede una pinna. Una vecchia tela azzurra, slavata dal Sole, ricopre quello che è il suo «sottomarino», ingombro di rottami. Nel sottomarino Dickens conserva le «esche», quelle che servono per tentare di uccidere lo squalo mostruoso, the shark-monster. E lo squalo è il treno, il treno che come un proiettile schizza inafferrabile, lucido, dai finestrini neri impenetrabili, sulle rotaie che tagliano in due il giallo dei campi.
Con pazienza metodica Dickens pone sui binari sassi, rami, vecchie biciclette, monete, pur di fermare lo squalo-treno, di prenderlo all’amo, di ucciderlo. Jeliza-Rose lo segue, lo osserva, lo guarda, complice e incuriosita...
Coda.
Durante la visione di Tideland, già nei suoi primi minuti, non sono riuscito a non pensare a Salad Fingers: la casa in mezzo al nulla, la protagonista che parla con le teste di bambola, il gusto per il delirio, l’assurdo. Coincidenze? Poi scopro che il libro da cui Tideland è tratto ha effettivamente ispirato David Firth, il padre di Salad Fingers.
Poi scopro, appunto, che il film di Tideland è preceduto da un libro. L’ho già posto sul comodino, è pronto per essere letto. Quando cala la notte lo vedo emanare (illusione?) una luce inquietante, una luce invitante.
Giunto al suo VI episodio, Ghost Hound è ormai ben avviato, ma ancora lontano dalla conclusione. E procede con un ritmo anomalo, accidentato come i sentieri dei suoi boschi, richiede un certo sforzo per sincronizzarvisi. A tratti sembra che gli autori stiano ancora coi varî lembi di una trama in mano senza decidersi se e/o come cominciare ad annodarli; nel frattempo prendono tempo, magari rincarando le dosi di linguaggio tecno-esoterico, quello neuro-(para)psicologico tanto caro al regista Nakamura (e già sovrabbondante in lain); nel frattempo vediamo i personaggi trasformarsi in una sorta di versione nippo-animata di Casper (vedi immagine sopra), a metà tra il kawaii e l’inquietante, e producendosi persino in qualche scenetta comica forse un po’ fuori luogo...