lunedì, 28 luglio 2008 - 12:37
È nel momento in cui compaiono questi giganti muti, dal volto vuoto dove brilla un triangolo di tre occhî, combattenti invincibili, semi-immortali e semi-invulnerabili, frutto d’una tecnologia perduta - è nel momento in cui compaiono questi giganti che mi scatta un interruttore dentro, perché le somiglianze, ormai, sono davvero tante, troppe.
E allora cerco in rete il titolo dell’edizione giapponese del libro e lo trovo; apro la versione giapponese di Gooooogle, inserisco il titolo trovato come criterio di ricerca e aggiungo quello del celebre fumetto, e vedo che mi escono numerose pagine. A quanto pare non sono il solo ad aver notato le somiglianze tra quel libro quasi sconosciuto, dimenticato, e quel fumetto disegnato dalla mano d’un autore ormai noto in tutto il Mondo.
E su uno degli incalcolabili rami che compongono i forum del celebre(?) 2chan mi trovo un giapponese che lo afferma senza tema: Miyazaki ha scopiazzato Nausicaä da The Pastel City. Scopiazzato, proprio cosí. Plagiato, se vogliamo usare un termine piú raffinato.

Qualche anno fa avevo letto Luce dell’universo, di Harrison. L’avevo trovato eccellente. A una rilettura il fulgore del contatto primevo era un po’ scemato, ma le sue molte qualità restavano intatte. Di Harrison, a parte il libro appena citato, in italiano è stato tradotto solo un altro romanzo. E quasi trent’anni fa, per giunta... The Pastel City, pubblicato in un Urania del 1979 col titolo: La città del lontanissimo futuro (nientemeno). Orbene, dopo aver girato per mesi parecchie librerie, telematiche e no, qualche giorno fa riesco infine a ricuperarne una copia. E lo leggo. Alcune opinioni sul libro le ho lasciate nella rispettiva pagina su aNobii.
Già dopo qualche capitolo avevo avvertito delle assonanze tra con l’opera di Miyazaki. Un futuro lontano successivo al crollo della civiltà, ormai semidimenticata: ma questa è solo una vaga similitudine. Ma c’è altro. La sopravvivenza di piccoli villaggi e grandi imperi decadenti contro un nuovo ecosistema ostile in progressiva espansione a scapito dell’umanità; un’umanità che si perde a guerreggiare e/o cercare di impadronirsi della potenza perduta sfruttando armi e motori dissepolti, che nessuno riuscirebbe piú a costruire; e poi il progetto per la rinascita di un’umanità superiore, incubata in un sepolcro segreto: e qui le analogie diventano molto piú strette. Ed ecco infine che scendono in campo i guerrieri di cui sopra: ben piú alti degli uomini, quasi invincibili, simili ad automi privi di intelletto... con i loro tre piccoli occhî disposti a triangolo. Sono il ritratto sputato delle Idre (ヒドラ) di Nausicaä, tali e quali, uguali identici.


(cliccare sull'immagine per ingrandire)

Ora, so bene che in questi casi bisogna procedere con cautela. Il rischio è di mettersi a gridare alla citazione solo perché due personaggi hanno lo stesso colore degli occhî, anche se tutto il resto è completamente diverso. Poi bisognerebbe distinguere le diverse tipologie, che sono tante: citazione palese, omaggio semi-nascosto, rinarrazione, rielaborazione consapevole, ispirazione vaga, e cosí via. Non sto a spiegare nel dettaglio le differenze. Ci sono quindi i casi meno considerati e piú particolari, ma diffusissimi: la ripresa inconscia (fenomeno che chi disegna conosce molto bene); e la semplice coincidenza o, se vogliamo, quella che si può chiamare convergenza evolutiva, rubando un termine dalla biologia. E ancora, i meccanismi meno ovvî: la derivazione da una fonte comune (e se sia Miyazaki che Harrison avessero copiato, ignorandosi a vicenda, da un altro autore?), la possibilità di una catena di trasmissione piú lunga (Miyazaki non conoscerebbe Harrison, ma avrebbe ripreso i suoi elementi da un autore che a sua volta attingeva al secondo...). Eccetera eccetera.
Anche quando le analogie sembrano palesi, forse è sempre meglio sospendere il giudizio. E accettare per buono solo quanto confermato dall’autore stesso. Sempre a proposito di Miyazaki e Nausicaä, spesso si fanno notare le somiglianze con Dune, ma che io sappia Miyazaki non ha mai affermato d’essersi ispirato all’opera di Herbert. E Miyazaki, si badi bene, non ha mai avuto problemi a citare le fonti a cui attinge.

ã¤ã¥ã・・・ (continua...)
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lunedì, 21 luglio 2008 - 22:55
Sei giapponesi per sei cortometraggi, sei cortometraggi per sei Batman, sei Batman per un film: Batman: Gotham Knight (2008; in Italia dovrebbe uscire in questi giorni).
Peccato se ne sia parlato meno di quanto meriti, perché le ibridazioni Giappone-RestoDelMondo sarebbero sempre da tener d’occhio... specie se i risultati sono apprezzabili. Ed è il nostro caso. Ovviamente “RestoDelMondo†significa quasi solo sempre Stati Uniti... ma questo è un dettaglio.


L’operazione è simile a quanto ormai cinque anni fa si fece con Animatrix (2003), il figlio giapponese di quel Matrix, che già era nato con abbondanti trasfusioni d’immaginario nippo-anime-videogiocoso.
Batman, invece, pur con la sua atipicità di supereroe oscuro per eccellenza, appartiene in tutto e per tutto alle epopee fumettistiche a stelle & strisce, quelle che precedono ogni contaminazione a venire. Sarà anche per questo che, anche a un rapido confronto, Animatrix riusciva a spaziare molto piú ampiamente per fantasia e scenarî; sarà anche perché il mondo di Matrix lo consente, e i giapponesi hanno saputo dimostrare (molto piú dell’originale, se m’è concesso dirlo) di sbizzarrirsi parecchio; sarà perché in Animatrix ogni cortometraggio faceva (quasi) storia a sé, mentre in Batman: Gotham Knight c’è un filo conduttore, per quanto lasco, a unirli; sarà anche perché in quest’ultimo soggetti & sceneggiature sono stati scritti da mani bianche (che fa anche sospettare un certo controllo da parte dei detentori del marchio), coi nipponici “limitati†alla confezione: regia & animazioni.


Sarà anche per questo che, forse, le storie non fanno gridare al miracolo. Ma l’apparato visivo dà le sue soddisfazioni, sia per l’etereogeneità degli stili che per il grado di libertà che gli autori sono riusciti a trovare; ma sarebbe meglio dire: di cui hanno saputo approfittare, perché sciolti, almeno questa volta, dalle costrizioni grafiche che vincolano strettamente molta animazione seriale nipponica. Eterogeneità, e alti e bassi, ma nel complesso, già l’ho detto, il livello è molto buono. E stupisce un po’ che, tra i bassi, si trovi proprio la Production I.G che, una volta tanto, nella parte assegnatale (il secondo corto: “Crossfireâ€) mette insieme un lavoro un po’ scolastico e legnoso. Ma forse risulta tale a confronto con gli altri...
Innanzi tutto il corto d’apertura, “Have I Got A Story For Youâ€. Affidato allo Studio 4°C, riprende, anche se in chiave minore (ma raggiungere lo stesso livello era difficile...) lo stile underground, le atmosfere vagamente acide e i fondali dettagliatissimi del mirabolante Tekkon Kinkreet (2006; guarda caso anch’esso figlio di ibridazioni transnazionali).


C'è poi l’allucinato, quasi psichedelico, “In Darkness Dwellsâ€. Ottimamente animato da Madhouse, sorretto da una robusta regia fatta di inquadrature esasperate, tocchi espressionisti, colori contrastati e un design atipico e squadrato (quasi grottesco), è per certi versi memore di Dead Leaves (2004), altro anime assai fuori dagli schemi.
E infine “Deadshotâ€, che coniuga un certo rigore geometrico assai controllato con un potente virtuosismo visivo, barocco e ricco di dettagli. Qui c'è anche un piccolo giallo. Non ho informazioni certe, ma pare che inizialmente il regista dovesse essere il noto Kawajiri (Ninja Scroll, Vampire Hunter D - Bloodlust, e uno degli Animatrix), e lo stile sembra proprio il suo. Tuttavia non figura tra i credits, e dietro la macchina da presa viene nominato un coreano, tale Jong-Sik Nam (confesso di non averlo mai sentito nominare!). Forse si può ipotizzare che l'autore giapponese (per motivi ignoti) abbia deciso di ritirarsi a metà corsa, senza neanche far troppo rumore...

Sei cortometraggi per sei Batman diversi? Non tanto diversi, perché la scelta predominante è quella di uomo-pipistrello parecchio massiccio e muscolare. Con due eccezioni.


Il primo corto, quello dello Studio 4°C, preferisce un Batman rétro, semplice e stilizzato, quasi fragile nella sua apparenza, umano per contrasto con quello che i tre giovani personaggi raccontando, ingigantendo in sogni le gesta dell'uomo-pipistrello, trasformandolo via via in ombra, bestia quasi demoniaca, o robot giustiziere.
E poi c’è il Bruce Wayne interpretato dallo studio Bee Train in “Field Testâ€, il terzo cortometraggio, fedelissimo allo stile nipponico più recente. Un Bruce Wayne leccato, pulitino, parecchio femmineo verrebbe da dire: personaggio perfetto in un qualunque shÅjo anime contemporaneo; molto meno per le tenebre di Gotham City.


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martedì, 15 luglio 2008 - 14:01
E la morale è che... la morale è che non c’è morale. Lo dichiarano alla fine del film: direttamente, chiaramente, esplicitamente. E forse la morale non c’è sul serio. Perché il discusso Terkel in Trouble (Terkel i Knibe, 2004; ma in Italia è arrivato nel 2006, due anni dopo), oh!, raga, è confuso bello forte, cioè! E chissà se vuole essere cosí oppure no.


Al tempo, quando uscí, si parlò di film d’animazione sul bullismo. E in effetti di bullismo ce n’è parecchio, e mostrato in maniera nemmeno stupida. Ma poi c’è anche altro. È un po’ un piccolo contenitore (nemmeno un’ora e venti di durata) saturato con le diverse ossessioni odierne sull’adolescenza come condizione vissuta da chi adolescente lo è e condizione immaginata da chi non lo è piú. C’è il gruppismo proto-virilista, c’è la solitudine esistenziale, c’è la famiglia ovviamente discomunicante, c’è il disprezzo per la sciocca infanzia da cui s’è appena usciti (o da cui ci si vuole staccare), ci sono le piccole trasgressioni domestiche (guardarsi un film proibito a notte fonda), c’è l’odioso ambiente scolastico, c’è il buonismo terzomondista (adottiamo il piccolo thailandese che non ha da mangiare!) eccetera eccetera. E c’è il bullismo. E non c’è la morale.
A volte quasi iperrealistico nelle situazioni; a volte palesemente e volutamente sopra le righe, grottesco; a volte va ad aprirci siparietti del tutto fuoriluogo, quasi demenziali: lo zio marinaio/postino, ad esempio. E poi, alla fine, in quello che sembrava solo un insieme di spaccati di vita privo di trama (e andava benissimo cosí), nella seconda parte ci infilano quasi di traverso una specie di plot thriller-giallo (chi minaccia il protagonista di morte? perché?) con finale a sorpresa(?), che va a mischiare tutte le carte in tavole; lasciandole poi tutte sparse e disordinate. Perché magari ci aspettiamo che il dipanarsi di un intreccio serva finalmente a portare un minimo di redenzione e ordine, anche se solo sottintesi, un’intelligibilità nel mondo scombinato, caotico e disfunzionale di Terkel. E invece no. Non c’è morale, appunto. Ma nemmeno quella morale che sa insinuarsi in un altro titolo d’animazione solitamente citato come esempio di irreprensibile cinismo: South Park; perché in South Park, anche solo per antifrasi, l’occhio attento sa scorgerci la morale. Terkel, invece, sembra sbattersene altamente. Della ragazzina ciccionazza bullizzata abbestia, non gliene frega niente a nessuno sino all’ultimo minuto (compreso) del film: non alla classe docente, non al professore-(finto?)alternativo-amico-dei-ragazzi, non (ovviamente) ai due bulli della storia, ma nemmeno al protagonista, al nostro eroe positivo, pur pesantemente bullizzato anch’esso e che poi impara a “riconoscere i veri amiciâ€, e menchemeno gliene frega all’insospettabile fratello della piccola obesa bullizzata. I forti vincono e i deboli vengono distrutti. Cosí è la vita.
E allora a Terkel, nonostante tutto, si possono perdonare anche i varî punti deboli: il fatto che sia un musical (cosa che personalmente troverei quasi imperdonabile...), o che i genitori idioti & irresponsabili siano uno stereotipo ormai un po’ trito (che, tra l’altro, quasi nasconde l’orrendo sussurro: “Ah, se i genitori dialogassero veramente coi loro figli, allora non ci sarebbero tutte le brutte cose che oggiggggiorno attanagliano i gggiovani!†e blablabla lemezzestagioni signoramia ivaloridiunavolta).
Ovviamente possiamo passar sopra, e facilmente, anche alla tecnica ridotta all’osso: che Terkel sia fatto al risparmio è evidente; che una buona regia e un’altrettanto buona narrazione sappiano farcelo dimenticare, è però altrettanto evidente. Azzardo: Terkel, alla fin dei conti, è uno dei film in 3DCG più interessanti usciti (tra quelli che ho visto, of course). La Pixar-Disney, pur con tutti i suoi denari e le sue velleità ironiche, se ne resta ben cheta nell’alveo del noto, del previsto e del rassicurante. Non parliamo della schiera (ampia) degli imitatori, dei Pixar-wannabes...

Terkel, in Danimarca, si è preso i suoi premî: cinque Robert per l’esattezza, che mi dicono sia l’equivalente danese dell’Oscar. Tra questi, il premio per il miglior film per bambini e per famiglie. Sempre in Danimarca Terkel è stato vietato ai minori di sette anni. Quindi dagli otto in su, la visione è considerata normale, innocua, fattibile. In genere, ha ricevuto rating simili un po’ in tutta la Scandinavia: dagli 11 anni in su in Svezia, dai 12 in Islanda, dagli 11 in Norvegia. In paesi piú lontani gli è andata meno bene: in Irlanda, Australia e Regno Unito, è vietato sotto i 15 anni (nei primi due paesi, però, è accettabile se in presenza di un adulto); in Portogallo arriviamo ai 16. E in Italia? In Italia Terkel è V.M. 14.
La domanda è: perché queste differenze? I “bambini†italiani (per non parlare di quelli inglesi o portoghesi...) saranno piú tonti o fragili o impressionabili dei piccoli biondi danesi? O forse i genitori danesi sono terribilmente irresponsabili e concedono in pasto ai loro figli un film dannoso per la loro armoniosa crescita psicofisica? Chi ha ragione? Italia o Danimarca? Io non saprei proprio cosa rispondere! Però, confrontando le condizioni (anche solo culturali) dell’Italia con quelle dei paesi scandinavi, be’... un’idea me la potrei anche fare...
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martedì, 08 luglio 2008 - 23:19
L’individuo noto(?) come Massimo Sklero mi segnala, e a mia volta segnalo io un assai interessante pezzo di tale Giuseppe Genna (ammetto nella mia sconfinata ignoranza di non averlo mai sentito nomàre prima di stamattina...). Merita una letta.
Prendendo spunto dalla celeberrima scena fantozziana della corazzata Potëmkin/Kotiomkin, Genna mette a confronto Goldrake e Ken il Guerriero (penso in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del recente lungometraggio su quest’ultimo): e dal confronto il primo ne esce a pezzi, mentre il guerriero di Hokuto è portato in trionfo.

Il giudizio di Genna si muove sostanzialmente su due binari: tralasciando l’aspetto tecnico/filmico, si concentra innanzi tutto su quelli contenutistico/narrativi e soprattutto “ideologicoâ€/culturali; poi, afferma che alla fine di Goldrake si parla soprattutto per celebrazione nostalgica di chi al tempo se l’è visto, sorbito e assorbito a fondo; ma visto con gli occhî di oggi e fuori del suo contesto, il robot di Nagai varrebbe davvero poco. Per molti versi mi trovo d’accordo col ragionamento. A questo punto però la domanda è: ma non è che poi la stessa identica vituperata operazione-nostalgia la rifacciamo, pari pari, anche con Ken? Per certi versi, secondo me, è cosí, o perlomeno il rischio c'è. Tuttavia Genna propone un ragionamento che non è affatto stupido: facciamo vedere Goldrake a un pubblico odierno che non l’ha vissuto nella propria infanzia, e te lo schiferà, o comunque gliene fregherà ben poco; Ken, invece, viene oggigiorno trasmesso & ritrasmesso, e non ha affatto perso pubblico, anzi. Effettivamente credo proprio sia cosí, per quanto male si possa pensare di Ken.
Torniamo al primo punto: la critica contenutistico-narrativa-ideologica-culturale-ecc. Segnalo alcune magagne, o perlomeno tali secondo me. La piú grossa, forse, è un errore di metodo, ovvero: Genna va a spendere e spandere tante parole per sezionare e demolire le sigle italiane di quelli che in fondo restano prodotti giapponesi, in teoria del tutto innocenti dei voli di fantasia dei parolieri nostrani; ma è anche vero che quelle sigle italiane Genna le sfrutta piú che altro come segnali e sintomi di quel che va ad esprimere l’anime sotto giudizio.
Ma per me la vera nota dolente è che in tutto il discorso di Genna si avvertono forti echi delle teorie francofortesi, Adorno-Horkheimer e successivi discen(den)ti, di chi non è riuscito a venire a patti con l’industria culturale e la (sub)cultura di massa, e allora la spregia come forma di incantamento allucinatorio astutamente propinato dalle élites per tenere buono il popolo che altrimenti farebbe la rivoluzione.
Ipersemplifico quello che sto cercando di dire. Non mi è ben chiaro quale sia l’opinione di Genna tra le seguenti due:
1) Goldrake, tra le altre cose, ci mostra che il Male è alieno, esterno all’umanità, che viene cosí deresponsabilizzata (scaricabarile, insomma); in Ken, invece, il conflitto è tutto interno all’umanità. Per questo Goldrake a me non piace, mentre Ken sí.
2) Goldrake, tra le altre cose, ci mostra che il Male è alieno, esterno all’umanità, che viene cosí deresponsabilizzata (scaricabarile, insomma); in Ken, invece, il conflitto è tutto interno all’umanità. Per questo Goldrake ha avuto un influsso negativo sui suoi telespettatori, e sul pubblico italiano in generale, contribuendo all’imbarbarimento del paese, mentre Ken invece veicola dei contenuti positivi! W Ken!
Ecco, nel secondo caso farebbero capolino intenti pedagogico e atteggiamenti paternalisti che, personalmente, abborro un pochettino. Anche perché non si sarebbe tanto distanti dalle celebri(?) parole che, nel 1979, scriveva Silverio Corvisieri su La Repubblica. Parole che valgono sempre la pena ricordare:

  • Si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l'orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del "diverso". [...] In quale modo un genitore può fronteggiare con i poveri mezzi delle sue parole la furia di Goldrake?

    Poi, al tempo, ci fu anche un’interrogazione parlamentare contro Goldrake, per fermarlo. Per proibirlo. Perché era cattivo. Traviava i giovani. Come a dire: le idee (che a noi sembrano) fasciste non devono avere possibilità d’espressione. Peccato che vietare le idee (di qualunque tipo siano) sia già una pratica un po’ fascista...

    Poi c’è anche un punto in cui Genna cade un po’ nell’orientalismo/occidentalismo, quando dice che Ken sarebbe “livelli di percezione sottile di forze corporee che la fisiologia contemporanea occidentale non coglie e quindi negaâ€. Ah, l’â€Occidente†che odia se stesso! Ma ai non specialisti queste cose sono perdonabili, no?

    Per il resto, però.
    Per il resto, però il pezzo di Genna è godibilissimo e soprattutto la sua analisi di Goldrake, sfrondata delle derive e del gergo cultural-critico, è (mea opinio) una delle piú ficcanti che abbia mai letto. Sicuramente molto meglio di tante altre (spesso tedianti) apologie pubblicate anche in formato cartaceo, figlie in gran parte del nostalgismo di cui sopra.
    Tra l’altro, a leggere tra le righe, ci si rende anche conto che Genna ha scritto quel che ha scritto anche per divertisi e con intento semiserio, non certo per fare il professore in cattedra; e questo va sicuramente a suo merito.
    Che poi, scrive anche in un ottimo italiano, a differenza del sottoscritto, ahimé.

    Comunque, da ultimo, aggiungo due note:
    1) A Genna consiglio, per concedere una possibilità d’appello a Goldrake, di darsi una letta ad almeno due opere nagaiane, sí da apprezzare la complessità e il valore di un autore che, quando ha potuto esprimersi con sufficiente libertà, ha saputo dare tanto: ovviamente parlo di Devilman e MaŠDante.
    2) Cosa ne penso io di Ken il Guerriero? Be’, non l’ho mai trovato questo gran capolavoro, forse neanche da un punto di vista pop. Ne riconosco il valore storico nella storia degli anime: che però, lo si sappia, è tale piú in Italia che non in Giappone...
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    domenica, 06 luglio 2008 - 23:09
    Uff... come fare a scrivere due righe d’autopromozione riuscendo a essere nel contempo efficace e non eccessivamente autocelebrativo, ma nemmeno facendo la figura del finto umile, dell’autoironico forzato, di chi si sminuisce preventivamente con la palese speranza meschina di pacche sulle spalle e inevitabili complimenti compensatorî?
    Risposte che resteranno sempre senza domanda.


    Sia quel che sia, la storia è quella che segue.
    In parte ne avevo già scritto diversi mesi addietro.
    Molti già la conoscono (fino alla nausea, direi).
    Molti molti anni fa... avevo tentato di scrivere una Grande Opera. Senza riuscirci, manco a dirlo. Ne erano rimasti solo frammenti sparsi. Poi, un po' alla volta, forse per giustificare a me stesso l’incapacità di darle un senso compiuto, cominciai a dirmi che proprio quei frammenti, con la loro inconcludenza e incoerenza, erano l’opera stessa: nel suo naufragio rivelava il suo destino. Fu cosí che quei frammenti divennero i Frammenti. Chissà se a torto o a ragione. Ne stampai delle copie: una semplice stampante, un mazzo di A4 uniti da una spirale e rivestiti da una “copertina†in plastica trasparente. Prodotto artigianale, con cui omaggiare i conoscenti: dopotutto, allora, le stampe all’Università non si pagavano e non erano limitate nel numero.
    Negli anni seguenti, provai e riprovai a piú riprese a scrivere qualcosa di meglio. Qualcosa di maggiormente compiuto. Che non significa per forza lineare, compatto o coerente. Ma che almeno per me contenesse tutto quel che avrei voluto. Non ci sono riuscito; perlomeno non ancora...
    Ed è dunque con un po’ di tristezza che, a distanza di diverso tempo, ancora sono quasi costretto a ripiegare sui frammenti. Anzi: a ripiegare sui Frammenti. Tanto che li guardo e mi chiedo se ne valga la pena, di presentarli “al pubblicoâ€. Ma c’è chi mi ha detto di sí. Di mio posso aggiungere che tra le persone a cui li avevo distribuiti in forma privata, non molti sono arrivati fino all’ultima pagina, ma quei pochi, però, se ne sono dichiarati soddisfatti: pochi ma buoni?
    In ogni caso, i Frammenti ora sono disponibili, in vendita. Tramite la rete, che è vasta e infinita, e utile per chi vuole autopubblicarsi con spese minime ma una confezione quantomeno decente. Mi sono già fatto arrivare una copia personale, e devo dire che la qualità di stampa, rilegatura etcetera è apprezzabile.
    Il prezzo: ho cercato di tenerlo il piú basso possibile. 11 euro: Non siamo distanti dai prezzi di un comune libro da centocinquanta pagine quale si può trovare in libreria.
    Due parole sulla copertina. Che ho gentilmente ottenuto dall’artista noto come Tristam Strauss: illustrazione e progetto grafico (compresa anche la quarta di copertina, e il frontespizio) sono tutti suoi, previa qualche minima indicazione da parte mia. Per chi non lo sapesse già, Tristam Strauss appartiene al collettivo nachtblummer, e agisce principalmente sul sito Noêin, dov’è possibile ammirare altre sue opere...
    Mi sembra non ci sia altro.
    Il contenuto? Chi lo vuole scoprire, non ha che da leggere...

    Ah, già. dimenticavo... I Frammenti sono reperibili qui!
    Vanamente pensato da Yupa1989 - Permalink - commenti (4) (popup)
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    giovedì, 03 luglio 2008 - 12:27
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