domenica, 09 settembre 2007 - 21:42
L’animazione è quello che è (con parecchie sequenze ripetute, per risparmiare), e anche la regia non presenta molti guizzi. Ma dopotutto il film è del 1978, e la primavera del lungometraggio giapponese d’animazione, quella degli anni Ottanta, ancora non era all’orizzonte...
Eppure la Sanrio ci provava, e a cavallo del decennio portò nelle sale una manciata di film: molto costosi, dai risultati esteticamente dubbî e commercialmente disastrosi. L’esperimento fu abbandonato, i film completamente dimenticati e oggi la casa giapponese è nota praticamente solo per i suoi personaggini kawaii e per la sua produzione d’oggettistica varia.
Il secondo film della Sanrio fu Chirin no suzu (チリンの鈴: «La campanella di Chirin»; Chirin è il nome del protagonista, ma chirin è anche il tintinnío dei campanellini: dling dling dling...). Noto anche come Ringing Bell, è tratto da un racconto di Yanase Takashi (やなせたかし), e pare lo segua molto fedelmente. Lupi & agnelli, dunque: e si pensa subito al ben piú recente Arashi no yoru ni. Ma la differenza è notevole, anzi, enorme. Quest’ultimo può contare su mezzi tecnici molto piú potenti (sono passati quasi trent’anni), e sulla mano di Sugii Gisaburō alla regia; Chirin no suzu, l’ho già scritto, visivamente è ben piú modesto, a volte quasi goffo. Ma le atmosfere sono del tutto singolari, alquanto inaspettate per un prodotto destinato all’infanzia: il design semplice, morbido e tondeggiante si accompagna sin da subito a un vago sentore di profonda tristezza e desolazione (aiutato dal commento musicale, cupo e dolente), ma è comunque difficile essere preparati agli sviluppi successivi, insospettabilmente tragici, anzi, quasi di disperazione radicale. In confronto Arashi no yoru ni, che pur si prende il coraggio di proporre conclusioni non convenzionali e un po’ provocatorie, è di gran lunga piú solare, ordinato e rassicurante. Chirin no suzu, invece, va progressivamente infrangendo e calpestando ogni speranza, senza lasciar nulla di positivo o cui aggrapparsi. Ma proprio nulla.
Sono costretto a scriverne parlando nei dettagli della storia, conclusione compresa.
Una storia alquanto semplice, alla fine. È la storia dell’agnello Chirin, e del suo desiderio ostinato di diventare come un lupo, dopo che uno di questi ha ucciso sua madre; e per farlo chiede e ottiene, dopo un’insistenza indomabile, che sia proprio l’assassino di sua madre a insegnargli la via del predatore... Non sarò mai chiaro fino a che punto Chirin lo desideri per poi, una volta divenuto forte, rivoltarsi contro il maestro e vendicare la madre; oppure semplicemente per ottenere quella forza che gli permetta di sfuggire alla Morte, o perlomeno alla paura della distruzione fisica.
Il film è pervaso dall’idea della Morte, una presenza che si fa sempre piú opprimente man mano che la storia procede. A un certo punto, quando ancora Chirin deve riuscire a convincere il Lupo di accettarlo come «discepolo», abbiamo una scena emblematica. Un serpe attacca un nido d’uccello, uccidendo la madre e poi passando a minacciare le uova; Chirin, che sta casualmente assistendo, memore dell’assassinio della propria madre, interviene istintivamente e riesce a scacciare il serpente... ma nella lotta inavvertitamente rompe tutte le uova; e si ritrova cosí a piangere disperatamente di fronte ai gusci infranti, chiedendosi perché, perché i deboli debbano morire. Poco distante il Lupo, dall’ombra, risponde con voce cavernosa, e sentenzia: «Perché alcuni possano vivere, altri devono morire. Questa è la legge della natura. Dal momento in cui si nasce la vita è una lotta senza fine e solo il piú forte può sopravvivere». Sembra quasi di sentire degli echi tezukiani in questa scena brevissima, apparentemente banale, che a ben vedere nasconde risvolti per nulla scontati. La presenza costante della Morte si intreccia, si mescola, indissolubile (quasi indistinguibile) con la volontà di vivere, ma questa non è una volontà positiva, scelta dagli individui; assume piuttosto le tinte angoscianti di una brama quasi subíta dai viventi; e Vita e Morte, due facce della stessa medaglia, agiscono nel mondo senza rispondere ad alcuna logica, ad alcuna ragione, ad alcuna moralità: accadono e basta, e gli individui vengono trascinati dalla loro corrente irresistibile, volenti o nolenti, colpevoli o innocenti. Le uova, fragili e indifese, vengono rotte accidentalmente proprio da chi voleva difenderle dal serpente, e (colmo dell’ironia tragica) proprio perché ha tentato di difenderle. Echi tezukiani: la scena è analoga a quella presente nel V volume del Budda di Tezuka (pp. 103-110), quando il grande asceta Naradatta mostra a Devadatta (il futuro acerrimo nemico del Buddha, il «Giuda Iscariota» del buddhismo) la terribile crudeltà della legge della natura: «I forti vincono e i deboli sono distrutti».
Chirin riuscirà nel suo intento. Diverrà forte, diverrà un lupo; o, meglio: diverrà una creatura ibrida, un ariete potente come un lupo, o un lupo dalla forma di ariete; ma senza riuscire ad appartenere ad alcuno dei due regni. Forse per questo fallirà nella prova suprema: uccidere i proprî (ex-)simili, le pecore dal cui recinto era fuggito in cerca della vendetta prima e della forza poi; ma qui ritroverà la sua vendetta... rivoltandosi contro il suo maestro, il Lupo, e uccidendolo. Ma in questo modo non potrà che perdere tutto: perderà il suo gregge d’origine, che non lo accetterà piú, terrorizzato dal suo aspetto alieno e sanguinario e incomprensibile (né pecora né lupo); perderà il Lupo che gli ha insegnato a diventare forte, che era diventato, se non un amico, perlomeno un compagno di tutta una vita. Chirin si allontanerà dal recinto delle pecore, ormai condannato alla solitudine e alla disperazione. Vincitore nella sua ricerca della forza, ma ormai privato di qualunque scopo, di lui non rimarrà nulla, se non il suono della campanella nelle notti di tempesta: dling dling dling...
Si può vedere il film come un monito «conservatore», semplice e severo: non abbandonare il gregge, non infrangere i confini, non superare i proprî limiti, non tradire i ruoli assegnati dalla Natura, perché chi osa sarà condannato a perdere tutto, e a perdersi. Forse è cosí, forse l’intenzione dell’autore del racconto è questa. Eppure è impossibile non cogliere il senso di catastrofe esistenziale, di pessimismo cosmico che sostiene tutto il film, e che ci accompagna disvelandosi un po’ alla volta. Gli unici, rari e ingannevoli momenti di gioia, o forse solo di semplice serenità, sono i pochi istanti dell’infanzia di Chirin. Per il resto, la scelta è tra la vita del debole, delle pecore, rinchiuse nel recinto, perennemente minacciate e terrorizzate dagli attacchi notturni dei predatori; o la vita di chi è forte, la vita del lupo, una vita di sangue e uccisioni, una vita di totale solitudine nelle gole piú tenebrose di montagne spoglie e avare, una vita che, come dice lo stesso Lupo, «è un inferno, dove la Morte è sempre al suo fianco». Dling dling dling...







Vanamente pensato da Yupa1989 - Permalink - commenti (16) (popup)
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