mercoledì, 30 aprile 2008 - 22:08
Grazie a YouTube ho finalmente recuperato un cortometraggio d’animazione che avevo già visto un bel po’ di tempo fa... e che non ero piú riuscito a dimenticare, ma nemmeno a ritrovare.
C’è gente che si segue intere serie televisive tramite YouTube, pratica che personalmente ho sempre trovato oltremodo barbara. Non è tanto una questione di copyright, ma di qualità visiva, che su YouTube va dall’appena sufficiente allo scarso sino all’assolutamente inguardabile.
Purtroppo a volte YouTube rimane l’unica/ultima risorsa...


Quest. Animazione con pupazzi. Regia e fotografia di Tyron Montgomery, prodotto e animato da Thomas Stellmach. Premio Oscar 1996 per l’animazione in cortometraggio, e un’altra quarantina di riconoscimenti in giro per il Mondo.
Un omino di sabbia giace in un desert... anzi, no, non mi metto a raccontare la storia. Lascio direttamente due link a YouTube (appunto), due versioni, con rispettivi pregi e difetti. Quest va innanzitutto guardato. Piú sotto, dopo averlo visto, i miei commenti, per quel che valgono.
- Prima versione. La definizione dell’immagine è piú buona della seconda, ma i colori sono sfalsati e piú opachi rispetto all’originale (per come me lo ricordo), e il finale è troncato di qualche decimo di secondo. Si vede tutto, ma lo stacco finale è quasi brutale: niente titoli di coda e la musica interrotta.
- Seconda versione. Qualità dell’immagine di sopravvivenza, parecchio spixellata. I colori però sono piú vicini all’originale. Inoltre, questa volta il filmato è integro, titoli di coda compresi.

I miei commenti... In teoria non ci sarebbe bisogno proprio di alcun commento. Questo è uno di quei casi in cui le immagini e il movimento bastano a se stessi, parlano da soli, non chiedono ulteriori aggiunte, chiose, postille. A maggior ragione perché Quest è muto.
Il rischio maggiore, poi, è che il tentativo degeneri in tristissimi balbettî pseudofilosofici tanto piú vaghi e banali quanto piú generici e “universaliâ€. Non molto distanti dai commentini a piè di pagina delle antologie scolastiche, dove tutti i poeti novecenteschi, nessuno escluso, “danno voce alla condizione dell’uomo moderno†e blablabla. Dire tutto senza dire niente, riusciendo nel frattempo a impoverire clamorosamente le poesie stesse.
Quest, poi si presta facilmente al giochetto dell’interpretazione “filosofica†da manuale: già il titolo (la Ricerca) rimanda a idee gravate da secoli di tradizione letteraria e non. Il resto rincara la dose: l’essenzialità quasi astratta dell’ambientazione, la scansione ordinata delle sequenze, un finale che già è presagito nel percorso, la struttura ciclica...
Ed ecco che mentre spiego perché forse sarebbe il caso di non scrivere nulla su Quest, già ne sto scrivendo...
Ma forse queste righe sono solo qualcosa a metà tra un caveat e una captatio benevolentiæ, per sottolineare ben ben che quanto segue (ma anche quanto già precede) non vuole assolutamente essere una spiegazione di Quest. Per carità! Forse nemmeno opinioni personali. Ma: solo un tentativo di cogliere ed esporre le pulsioni personali che mi portano a guardarlo e riguardarlo e poi ricominciare.
Che poi, alla fine, effettivamente non c’è molto da dire, da notare. Solo alcune cose.

L’omino è di sabbia e possiamo immaginare appartenga al mondo deserto: cerca l’acqua, disperatamente. Che la ricerca sia disperata, lo si capisce presto: è nato cercandola, ed è in questa ricerca (inconclusa) che troverà la morte.
Sabbia e acqua. Le possibilità sono due. Prima: la sabbia desertica ha un bisogno disperato di acqua perché tende ad assorbirla e consumarla all’istante; quand’anche l’omino trovasse un po’ d’acqua, non gli basterebbe mai. Seconda: i due elementi sono in antitesi; la sabbia assorbe l’acqua, ma l’acqua può dissolvere la forma delle sabbie; dunque l’incontro è impossibile. Le due possibilità non si escludono a vicenda. E in entrambi i casi, la ricerca è minacciata sin dall’inizio da un finale tragico.
I mondi che l’omino attraversa sono mondi assoluti, dominati da un unico elemento: il mondo di sabbia, di carta, di roccia, di metallo... e l’acqua, sul fondo, sostegno abissale. Escludendo il mondo di sabbia, cui l’omino sembra appartenere (ma in cui manca ciò che piú cerca, l’acqua, appunto), gli altri sono tutti mondi alieni, ostili, regolati da logiche proprie e incomprensibili. Quand’anche l’omino non fosse spinto alla sua ricerca, difficilmente potrebbe trovare un luogo dove fermarsi.
La fine dell’omino. Mi sono fatto una domanda. Mi sono chiesto se qui gli autori abbiano valutato due possibilità, scartandone una, o la seconda non gli sia nemmeno venuta in mente. È una domanda importante, perché la possibilità scartata (o forse nemmeno considerata) avrebbe avuto un valore simbolico molto forte all’interno di tutto il filmato. L’omino di Quest non riesce a raggiungere l’acqua. Non integralmente. Prima che possa aprire una breccia sul pavimento per raggiungerla, viene stritolato da uno dei tanti macchinarî che agiscono (vivono?) nel mondo di metallo. È cosí che la sua ricerca rimane incompleta. Non sappiamo cosa mai sarebbe successo se l’omino fosse riuscito ancora vivo a raggiungere l’agognato liquido. O forse questo è un modo per suggerirci che la sua ricerca era condannata sin dall’inizio. Condannata sin dall’inizio? Non proprio: l’omino viene distrutto da un fatto contingente, dal macchinario; forse poteva semplicemente fare piú attenzione, avrebbe potuto anche evitarlo... Mi sono accorto che sarebbe stato possibile organizzare un altro finale. Sarebbe stato ben diverso, molto diverso permettere all’omino di sabbia di raggiungere l’acqua indenne; poi, però, nel momento in cui la tocca o addirittura vi si immerge gioioso, ecco che si disfa nel liquido, magari con un’espressione sul volto di stupore atterrito o sconsolato. In quest’ultimo caso, sí, il cerchio si sarebbe chiuso, ben piú stretto e angoscioso.
Il cerchio si chiude comunque. Polvere alla polvere, sabbia alla sabbia. E senza l’intervento di divinità dispensatrici di vita e provvedenziali, l’omino si rialza, sente ancora, immemore, il richiamo della goccia, e ricomincia la sua ricerca inesausta, inconclusa, inconcludente. Questo mi preme farlo notare: in Quest non c’è una mistica della ricerca. La mistica della ricerca: quell’idea per cui ciò che conta non è la meta ma il percorso, e nel percorso si può trovare la realizzazione (un esemplare animato radicalmente diverso da Quest che incarna in modo esplicito quest’idea può essere ad esempio Millennium Actress, di Kon Satoshi). Quest impedisce quest’interpretazione proprio per la sua struttura ciclica: la ripetizione, presumibilmente infinita, fa diventare la ricerca insensata. Sia nel suo scopo che nel suo percorso. Che poi la ricerca si svolga in mondi ostili, desolati, monotoni e in totale solitudine rafforza ulteriormente l’insensatezza.


E intanto l’omino di sabbia continua a scavare, quasi meccanico, alla ricerca di quell’acqua che non potrà mai ottenere...
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Abbiamo parlato di: animazione, abisso, cortometraggi
lunedì, 31 dicembre 2007 - 22:26

Per me l’anno finisce cosí.
Che poi, cos’è che finisce, cos’è che comincia? Un giorno comune e anonimo, come tanti altri, estratto dagli incidenti della storia e delle burocrazie, e caricato del ruolo ingrato di passaggio, tamite e porta tra un vecchio e un nuovo diversi solo nelle etichette. Sarebbe potuto essere anche ieri, o domani, quest’ultimo giorno, o dopodomani.
Povero 31 dicembre, neanche hai l'onore della corona mitica d’una qualche congiunzione d'astri, di cui si fregiano invece i solstizî e gli equinozî; neanche il corredo posticcio delle tradizioni secolarmente riscritte, incessantemente reinventate, come quella della nascita di Mithra... pardon, volevo dire, del Cristo!
Un giorno come tanti altri.
Per me l’anno finisce cosí.

Prima di questo giorno, e di tanti altri come questo.
C’era una volta...
C’era una volta un’idea. Un desiderio, un’ambizione. Forse solo una speranza. Scrivere una grande storia. Tradurla in lettere. Una storia immensa. Decine, centinaia di personaggi. No, di piú. Oltre ogni confine del tempo e dello spazio. Estesa lungo i mondi, lungo tutti gli universi. No di piú. Al di sotto e al di sopra, dalle sfere delle tenebre sino a quelle della luce. Una mappa del mondo che superasse lo stesso mondo. Che includesse la realtà attuale, e tutte le infinite realtà possibili. Magari anche quelle impossibili. Tutte le interminabili combinazioni dell'alfabeto.
E l’idea rimase. Rimase, ma rimase tale: niente piú che un’idea. E al di fuori dell’idea, cessati i suoi indescrivibili (e invisibili) uragani, emersero superstiti pochi frammenti sparsi. Dell’immensa storia, videro la luce solo brani, lacerti, tronchi e mozzi. Disordinati, confusi. Abbozzi spesso inconcludenti. Senza un inizio, senza una fine. Forse quasi senza uno scopo.

C’era una volta una storia... O meglio, c’erano i suoi frammenti. I suoi personaggi, i loro strani nomi: il Polipo dai Sette Tentacoli, il Pipistrello dalle Ali Azzurre, i topi di To-Pratt, Klakti, Skrat-Kyaa, Gambadilegno... i loro viaggi, le loro ricerche inconcludenti. Senza un inizio, senza una fine. Forse quasi senza uno scopo.
C’è anche chi ha avuto modo di leggerli, quei frammenti. C'è chi li ha persino apprezzati. E addirittura chi (oh!) arrivò a farci dei disegni.

Avevo già pensato qualche settimana fa di selezionarne uno, e pubblicarlo qui. Ci avevo pensato, a questo frammento in particolare, per un'associazione casuale di idee che non vale la pena ricordare.
Tra una cosa e l'altra, poi, ho rimandato la pubblicazione. Ne approfitto per farlo ora. Tutto questo per dire che non lo pubblico oggi proprio perché è il 31 dicembre. Anche se, a suo modo, finisce per adattarsi molto bene, alla contingenza del momento. Nei contenuti, nella forma.
La forma. Be'... si tratta di qualcosa che scrissi... diciamo, diverso tempo fa. Non quantifichiamo i mesi, o gli anni. Studiavo alle scuole superiori. Quando ancora vivevo il mito dello scritto di getto, forma inalterabile, genuina (qualunque cosa significasse il termine "genuino"). Oggi senz'altro lo scriverei in maniera del tutto diversa. Meno ingenua. Meno grezza. Soprattutto, ci lavorerei per bene, dopo una prima stesura. Ovviamente pubblico qui l'originale, senza modifica alcuna. Per certi versi si difende bene, specie in alcuni passaggi. E spero che le sue goffaggini possano sapere anche di freschezza.
In parte dei contenuti, poi, non mi ci riconosco più molto. Ma l'atmosfera generale, be'... questo è un altro discorso.
Per me l’anno finisce cosí.


G1P

G1P

PRIMA DEL 500° SEGNO DI TO-PRATT

 

Sì, così era, questa era la reale disposizione degli eventi, così si svolgeva nella realtà il tessuto dello Tempo sugli infiniti piani dello Spazio, queste erano le concatenazioni che si sviluppavano nel loro infinito procedere verso la meta, ignota ed oscura a tutte le creature dell'Universo! Altro non era che parvenza, parvenza illusoria il mondo di To-pratt, inconsistente affioramento della vera realtà, della zona più vasta e profonda dell'intero Universo, la zona il cui nome per antonomasia era una tautologia: la Zona. Entro essa, entro essa sì non valevano le leggi che governavano i mondi, essa era diversa, essa era l'inutile accumulo del cosmo che tutto da sé derivava. Perché nel suo ambito, che poi era lo stesso dell'intero Universo, al suo interno c'erano le possibilità, possibilità che non esigevano alcuna necessità d'ordinata disposizione: le parole erano senza senso non in quanto prive di significato, ma proprio perché tutti li avevano: ogni parola, ogni suono, ogni minima frazione di suono aveva, era tutti i significati, tutti, anche quello del vuoto, anche quello dell'insignificanza, anche quello del fatto d'avere un unico significato, e così via: tutto aveva significato, tutto il significato; non c'era possibilità di scelta, tutte le scelte erano possibili, tutte avevano lo stesso identico peso sulla grande bilancia del mondo, ma tali erano che nemmeno una bilancia poteva, alla fine, esserci, per misurarlo, il loro gravare sui fatti. Tautologia e contraddizione erano i pilastri inesistenti del mondo della Zona, la Zona dell'universo: il mondo dell'Universo. Sul marmo del frontone che qualcuno immaginava sorreggessero le due colonne, immagine comunque sbagliata, ma anche giusta (questa la legge della Zona), c'era chi diceva ciò fosse scritto: 00 01 10 11. Ma, si sbagliava. Ed era nel giusto. Ecco, nella Zona c'era la giustificazione di tutto, le giustificazioni per tutto, e tutto poteva essere in essa adoperato per giustificarla, di nuovo ritornavano, la tautologia e la contraddizione, si annullavano a vicenda, a vicenda si sorreggevano, esistevano per lottare, esistevano per sostenere, unici pilastri, solidissimi pilastri, inconcepibile la loro materia, per sostenere, essi soli, ma sostenuti da tutto il reale, la Zona. La Zona che tutto assorbiva, che tutto era, il nulla supremo, la contraddizione sublime, misticismo, l'inarrivabile tautologia, razionalismo... Perché tutto nella Zona era e non era: inutile scrivere A prima di B, perché nella zona era anche B prima di A, e poi C prima di B, B prima di C, e, ovviamente, tutti e tre contemporaneamente. Fra l'altro, nella Zona tutte le variabili erano comprese. Ma, se allora, così si svolgeva la Zona, ce l'aveva o non ce l'aveva un significato? No, non ce l'aveva, perché li aveva tutti. E, dunque, per cercarcene uno, solo uno degli infiniti doveva essere preso. Ma ciò era parziale. Ma ciò era ingiusto. Verso tutti gli altri. Il particolarismo. L'unilateralismo. La faziosità estrema, irrinunciabile: perché, stare contro tutte le fazione, anche ciò è stare entro una di esse... così c'era chi aveva tentato di descrivere il mondo di To-pratt privo di leggi, e ne aveva riempito di fogli, con le sue vicende, ed ecco che poi era risultato che il mondo di To-pratt ne aveva di significato. Sì, perché aggiungere dati ai dati era dare significato, e dare significato era essere faziosi, ed essere faziosi era essere ingiusti. Verso tutto il resto. Inutile era dire che il mondo di To-pratt era senza significato, perché anche ciò era dare un significato: il significato di essere senza significato. Perché l'unica sarebbe stata quella di lasciarli in bianco, i fogli. Ma, allora, chi avrebbe potuto capirlo? Ma... in fondo, già il fatto di capire il privo di significato era un segno che di significato ce ne era. Particolarismo. Altro rispetto al resto, questo il particolarismo, questo il significato. Ma la Zona, che era tutti i significati, era nessun significato. Ma chi la conosceva. Illusione descrivere il mondo di To-pratt, i topi di To‑pratt. E allora, come, come avrebbero potuto reagire le creature del cosmo di fronte a questa orrenda visione, come se non con l'implorare l'assurda e inverificabile vìolazione del principio, del dannatissimamente stramaledetto principio di conservazione della massa-energia? Mai, mai lo si sarebbe ottenuto, sempre sarebbero venuti gli altri con le loro particolaristicissime spiegazioni, tutte fallimentari, tutte trovavano la loro smentita nella Zona. E la Zona era il nulla.

Questo, questo pensava, era questo che s'agitava nella mente confusa del capo dei Topi, i topi di To‑pratt, ciò che gli torturava la mente... quando egli si trovava nella sala centrale del castello reale di Tywedr, dopo che ormai era finita la grande riunione dei topi, dopo che avevano tutti abbandonato le centinaia di stanze che offrivano le rovine inconsunte del grande castello. Egli si trovava solo, ora, solo nella sala buia, dopo che s'erano spente le ultime luci, le debole fiamme delle poche candele rimaste, dopo che si erano ormai spenti da lungo i fuochi che avevano agitato le folli notti dei topi, che s'erano lì radunati, tutti. Solo si trovava in quella sala spoglia, grigie le sue mura, i suoi pavimenti, il suo soffitto che a stento poteva essere scorto nelle tenebre incombenti, il Sole ormai al termine del Suo cammino. Belli sarebbero dovuti essere i giochi di luci e colori creati dalle enormi vetrate che, nel suo antico passato, avevano ricoperto le orbite ormai vuote delle finestre, da cui ora solo il cielo scuro del crepuscolo poteva essere visto. Il capo dei Topi, il capo dei Topi si trovava seduto sul trono, unico oggetto d'arredamento di tutta la sala, lì stava, più che seduto sdraiato, e alla Zona pensava, alla loro esistenza, dei topi, egli, che ora poteva capire la loro miseria, la loro inconsistente esistenza... vedeva come tutto fosse stato inutile, come... e non ricordava più nemmeno il come... il seguito del come. Ricordava invece quando dal nulla sul loro mondo era emersa la grande città, radice di ogni città, la Città Cosmica, e di come egli, dopo aver salito tutti i gradini del Palazzo centrale, dopo averne percorso a perdifiato tutti i bui e polverosi corridoi, dopo essere salito di stanza in stanza fino ai piani più alti, spalancate le porte che ormai vecchie e marcescenti a stento riuscivano ad aggrapparsi ai cardini, ecco era uscito alla luce del Sole sul terrazzo più alto, e lì, dal balcone di marmo rosato, di fronte a tutte le creature del cosmo, che lì s'erano radunate per poterlo ascoltare, per poter anch'esse esser rese partecipi della saggezza che dalle sue parole sarebbe stata profusa, ecco, si ricordava come egli, dopo tutto ciò, di fronte a tutto ciò, con tutto il fiato che possedeva nel suo misero corpo, avesse gridato: "Sistema primario, secondario, terziario, quaternario!!!", con la voce più forte che aveva, con la massima rapidità consentitagli dal suo apparato vocale. Sì, tutte le creature lì radunate, avevano allora esultato di fronte al Verbo della sua mente, tutte avevano capito ed appreso e compreso ed accolto il vero e reale significato sotteso alle sue tremende parole... questo era successo nel passato, nel mondo di To-pratt. Questo nel passato: perché ora erano passati, ormai, i 500 segni di To-pratt. Uno era quello: non c'era più il ricordo di quale fosse il suo numero. Ed ora ne erano passati 499. Ed ora s'erano lì radunati i topi di To-pratt, lì, per sapere, per vedere per decidere, sebbene alla fine nessuno di essi avesse mai agito dietro motivazione. Tranne il topo che aveva compiuto il primo segno di To-pratt. Ma quello era pazzo, tutti lo avevano riconosciuto. Quello era pazzo. Il castello di Tywedr, verdi le sue mura, verdi per il muschio e l'umidità che da anni ormai l'assalivano.

Il capo dei topi alzò lo sguardo: vide che sopra la porta che dava l'ingresso e l'uscita per quella sala una parola era inscritta: "ormai". Pensò allora che forse avrebbe fatto meglio a dare l'ordine ai suoi seguaci di abbatterlo quel castello, di farlo sparire, di distruggerlo, e di cancellarne, ovviamente, le fondamenta. Ma poi si ricordò di come già questo l'avesse fatto, avesse tentato di farlo, nei tempi passati: ma poi, magia delle magie, il castello s'era ricostruito, notte tempo si era di nuovo formato, uguale e identico a sé stesso, sul luogo stesso in cui era stato abbattuto. Per questo i topi avevano pianto, ma anche il castello aveva pianto, tutto il mondo di To-pratt aveva pianto quel giorno, senza motivo, con il motivo, che importava, comunque tutti avevano pianto, e questo era stato il fatto. Sì, perché c'era chi aveva deciso di piangere e basta, di passare tutto il suo tempo nel versare le lacrime, nel mostrare alla vista del mondo il fiume copioso che sboccava dai suoi occhi dannati, dopo essere risalito dai più profondi ed oscuri recessi della sua anima, dagli aspri canali che percorrevano siccome ferite l'animo suo. Ogni secondo che il liquido amaro passava attraverso questi canali, il terribile attrito con le nude pareti, con la carne viva a cui da tempo era stata raschiata via la sua protezione, tutto ciò gli portava una strazio continuo, lacerazione in eterno. Ma intanto piangeva.

Il capo dei topi era seduto sul trono ormai vecchio e consunto della sala centrale del castello reale di Tywedr nel mondo di To-pratt. Gli doleva la vita. Già: ma chi lo diceva che il castello reale non era del re, ma era vero? E che i dolori che lo affliggevano non erano, no, la visione della Zona, lo schifo del mondo, ma il dolore fisico, fisicissimo, della vita: la parte fisica del suo corpo? E che il suo corpo non era quello del capo dei Topi, bensì, chessò, della Zona, del mondo? E che questo capo dei topi, questo, seduto sul trono nella sala centrale del castello reale di Tywedr nel mondo di To-pratt fosse lo stesso di prima? Magari era ben lo stesso, ma il mondo, sebbene avesse lo stesso nome, era un altro, oppure il castello era un altro con lo stesso nome, ma diverso il mondo, oppure tutto uguale, ma diversi da quelli di prima i topi su cui egli aveva il dominio? E chi lo dice, chi, che tutto ciò non sia tutto falso, tutto, privo di una sua esistenza reale, frutto soltanto d'una fantasia puramente malata? Chi può essere assicurato sulla reale esistenza del mondo di To-pratt? E dei suoi topi?

Il capo dei topi s'alzò, fece qualche passo nella sala, barcollando raggiunse il suo centro, e allora, allora vomitò, rovesciò sul pavimento tutto quello che aveva in corpo, tutto, dalle viscere all'anima, dai rifiuti più bassi del corpo ai più raffinati organi interni di cui l'aveva dotato l'evoluzione della sua razza. Vomitò. E ora non sapeva più che fare. Se la prese con me, io stavo scrivendo 'sta roba, io ero l'artefice di tutta la storia, mia era la colpa di tutta la sua situazione: perché non potevo scrivere qualcosa di meglio, un minimo di pace avrei potuto consentirgli d'avere! O almeno che non scrivessi nulla, più nulla. Ma io non potevo fermarmi, no, non potevo, perché in un altro luogo del cosmo, ecco, in un altro luogo del cosmo, c'era chi stava scrivendo di me, ed egli scriveva che io scrivevo, io che scrivevo sul capo dei Topi. La colpa era sua. [Risalendo tutta la catene di chi immagina l'altro che esiste, fra l'altro, era tutto ad anello: ogni creatura del cosmo incolpava il suo anello precedente di immaginarlo (e di farlo, così, esistere) e di ciò ne era incolpato dall'anello che lui reggeva: ognuno incolpava l'Universo della sua esistenza, poiché era immaginato dall'Universo, ma nel contempo era schiacciato dalle accuse di tutto l'Universo che lui, alla fine, faceva esistere, con la sua immaginazione]. Ci mettemmo a piangere assieme, io e il capo dei Topi. Anche se ciò, comunque, lo stavamo facendo da tempo. Si tornava nella zona. (Adios!)























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Abbiamo parlato di: abisso, fine del mondo
giovedì, 27 dicembre 2007 - 18:49
Per me China Miéville è e rimane uno dei maggiori scrittori di letteratura fantastica. Tra quelli che ho letto finora.

Il suo ultimo parto è del 2007 e si chiama, in originale, Un Lun Dun. Idealmente indirizzato a un pubblico giovane, pare narri di una Londra parallela e fantastica, il cui nome dà il titolo all’opera.
Qui sotto ci sono due copertine del libro.
Sí, si tratta dello stesso libro.
Sulla sinistra c’è la copertina dell’edizione inglese. Mentre quella sulla destra non è il diario scolastico delle Winx, ma l’edizione italiana, ad opera di Fanucci.
Un Lun Dun diventa Il libro magico, ma questo è il meno. La (pochezza) grafica, i soggetti, i colori, le atmosfere, persino il font del titolo: una delle due copertine (devo dire quale?) è un preclaro esempio della decadenza culturale di un’editoria (e di un paese) che si ostina a considerare il pubblico dei suoi gggiovani lettori solo come una massa di idioti privi di (qualunque) senso estetico e di interesse per qualcosa che non sia una ridicola rimasticatura di modelli paratelevisivi (con tutto il rispetto per i modelli paratelevisivi).

Ringrazio comunque Fanucci per avermi fatto risparmiare 17,50€: un’edizione del genere non la voglio toccare neanche con una pertica lunga cinque metri. E neanche a prestito lo voglio provare.
Ringrazio altresí e nuovamente Fanucci per avermi fatto considerare una volta di piú la possibilità di cominciare una buona volta a leggere direttamente in inglese anche la letteratura e non solo la saggistica.








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Abbiamo parlato di: libri, culture, abisso
giovedì, 13 dicembre 2007 - 22:23
Confuso. Caotico. Sconclusionato. Grottesco. Delirante. Visionario. Sognante. Poetico. Surreale. Iperreale. Reale?


I campi dell’ultima estate, e non si vede altro, fino a ogni orizzonte; i campi rendono ancor piú grande il cielo, già altissimo, bianco di nubi o ingombro della minaccia di un temporale che non riesce a sfogarsi.
I campi dell’estate sono gialli, giallo stinto, giallo smorto. Tutti i colori sono spenti, sbavati, slavati. I colori dei campi, e di tutti gli oggetti, dell’autobus capovolto e rugginito in mezzo all’incolto, delle rotaie su cui corre (come uno squalo) il treno, della vecchia casa di legno, dei suoi bauli, i suoi mobili, e la soffitta, e le sue vesti e cianfrusaglie lasciate all’abbandono. I colori dei sogni, degli incubi e delle visioni. Anche i corpi sono intinti nel marroncino sporco dominante, i corpi dei vivi e i corpi dei morti. Marroncino sporco dominante, come la pelle dei cadaveri imbalsamati, rubati alla putrefazione, in attesa di chissà quale rinascita.
I campi dell’estate sono gialli, giallo stinto, giallo smorto. Tutti i colori sono spenti, sbavati, slavati. Anche quelli delle teste di bambole, reliquie di barbie che Jeliza-Rose (sette anni? otto?) porta con sé, conficcate in punta di dito, compagne dei suoi viaggi tra le erbe dei campi, e nel buio segreto della soffitta, e nel ventre dell’autobus capovolto, e ai piedi dell’albero storto; teste di bambola con cui la bimba parla, e le teste rispondono, dentro la sua immaginazione, o ormai anche già fuori nel mondo (perché il confine tra sogno e realtà è prossimo a sciogliersi a ogni singolo istante, o forse già è caduto, mai è esistito).
I genitori di Jeliza-Rose muiono presto. La madre, un mostro sfatto e intristito, ci lascia per prima, a quanto pare per una dose sbagliata di droga. Il padre, stralunato, fugge portandosi dietro la figlia, fugge sino alla casa della nonna, un fatiscente ammasso d’assi polverose in mezzo a quei campi gialli dell’ultima estate. Con quanta cura, quanta premura, e serenità, Jeliza-Rose aiutava suo padre a spremersi in vena l’eroina, aiutava suo padre a immergersi in quelle sue «lunghe vacanze» chimiche (daddy’s long vacation). Forse troppo lunghe: appena giunti nella casa fatiscente tra i campi, in fuga dal cadavere materno, anche il padre non si risveglia piú; Jeliza-Rose, distratta, lo crede perso in un sonno piú denso del solito, si limita a lamentare ogni tanto la puzza, la puzza del corpo paterno, sempre piú rigido, pallido, tumefatto, nella deriva della scomposizione.
Ma Jeliza-Rose non rimane da sola. Oltre alle teste di bambole, ai suoi sogni grotteschi, fantasie nutrite sulle pagine di Alice in Wonderland, emergono nuove ombre, altri abitanti sparuti di quei campi desolati, altri abitanti sul confine della follia. Ombre inquiete che osservano la bambina con interesse, curiosità, o indecifrabile ostilità...


Tideland, film del 2005. Regia di Terry Gilliam. In patria ha dovuto attendere quasi un anno prima di poter permettersi il grande schermo. In Italia non ha potuto ambire nemmeno a tanto. È appena arrivato, ma solo in DVD. Di nascosto. Gli è anche stato appiccicato un inutile, piatto e banale sottotitolo (adesso va di moda cosí): «Il mondo capovolto».


Tideland, dunque.
Film su qualcosa? Su cosa?
Film sulla follia senza tempo? Film sugli incubi d’oggi? Sull’emarginazione, l’alienazione e la fuga? Film sul labile (inesistente?) confine tra sogno e delirio nella mente infantile?
Forse nulla di tutto questo.
Tideland non si lascia afferrare facilmente sul piano narrativo, e sguscia beffardo anche su quello metaforico, simbolico. Gli eventi accadono e basta, cadono quasi, rotolano, si susseguono l’una l’altro, si affastellano, vanno e vengono senza ragioni precise; i personaggi, con le loro ossessioni, le loro miserie e le loro prepotenti visioni, si incontrano, scontrano, cozzano l’un contro l’altro; allacciano precari istanti di una comunicazione sempre pronta a rovesciarsi in una parodia di se stessa, dialoghi evanescenti che mostrano, sotto una pelle sottile, il loro cuore osceno (o libero?) di grotteschi monologhi.
Tideland forse non vuole essere nemmeno un film «su qualcosa», non vuole parlare di nulla, non desidera comporre un qualche discorso coerente. Forse vuole solo calarsi (calarci), un passo alla volta, in quel pozzo profondo (profondo come un fondale marino), terrificante ma a tratti meraviglioso, che è la mente dei suoi personaggi (sottraendoli alle categorie in cui potremmo imprigionarli), mostrarci coi loro occhî vivi quel mondo distorto in cui può avere senso anche piazzare la dinamite sui binarî, per uccidere il treno; perché in realtà il treno è uno squalo mostruoso (the monster-shark).


Eppure, volente o nolente, nella geografia devastata del suo paesaggio, qualche cartello indicatore sembra emergere, indicazioni semileggibili, forse illusorie, che indicano comunque un percorso, per quanto accidentato (accidentale?) e contorto, delirante.
Innanzi tutto. Citazioni, riprese, rielaborazioni esplicite e palesi dall’Alice di Carroll. Testo ormai usato e abusato, strapazzato, moneta un po’ svalutata nel mercato dell’immaginario collettivo. Ma Tideland, che è forse una delle riscritture piú libere della sua fonte ispiratrice, è al contempo estremamente vicina a essa, vicina a quella commistione disturbante che coniuga ansia di rigore logico e disciplina al sovvertimento assurdo e irrazionale, commistione paradossale che (tra il resto) informa l’opera di Lewis Carroll. In Tideland (nella sua protagonista, Jeliza-Rose) rinasce Alice (Alice), nuovamente libera dall’addomesticamento subíto lungo i decenni nei recinti dell’idealismo adulto, quello che vuol vedere (ridurre) l’infanzia come un sogno pacifico, dolce e innocuo, tacendone (cancellandone) il lato incubico, tormentoso, allucinato(rio).
Poi. Tideland gioca coi corpi. Corpi che la follia a logorato, scavato, portato al disfacimento; corpi dimenticati nella putrefazione e nell’abbandono; corpi umani a confronto con quelli impossibili delle bambole, plastica immobile, muta, smontabile e rimontabile; corpi vivi a confronto coi corpi imbalsamati, involucri al cui interno può riversare le sue fragilità chi ha voluto donar loro questa pallida eternità. E ancora. Corpi infantili audacemente (s)velati come corpi di desiderio, corpi da truccare, da dipingere, con cui giocare (appunto), con cui precipitare (gioiosamente?) negli abissi di un impossibile fondale marino scovato nel sottosuolo...


E dunque. Sequenza di immagini e scene sconclusionate, senza direzione precisa, scrittura automatica su pellicola? Assortimento provocatorio, magari persino forzato (forzoso), di situazioni estreme, quelle giuste da servire in pasto, preconfezionate, allo spettatore smanioso di due ore di forti emozioni? O libera prova d’artista priva di freni, ansiosa di scavare nei fondi piú oscuri del mondo attuale, capace di disturbare, o semplicemente di scrollarsi di dosso ogni possibile legame coi grandi temi della società d’oggi, rompendone gli schemi, con gioia folle e (ovviamente) infantile?
È tutto qui. Volente o nolente Tideland si trova costantemente a correre su un crinale insidioso. Di qua è ancora una collezione di immagini e sensazioni: surreale e grottesca, libera, di potente suggestività, altamente destabilizzante, coraggiosa; di là rischia a ogni passo di cascare nella replica di facili schemi e stereotipi, mode già viste, provocazioni già archiviate nell’immaginario comune o nelle teorie compiaciute dei critici e delle accademie.


Il grande stereotipo (uno dei tanti) della contemporaneità: l’amicizia spontanea tra il bambino e il folle, il diverso, l’emarginato, quasi il mostro. Replica anestetizzata del grande mito dell’incontro (proibito? sicuramente pericoloso) tra l’infante o la giovane fanciulla e la creatura altra, e il mostro: dalla leggenda della vergine che, unica, può ammansire l’unicorno selvaggio, sino alle gesta di King Kong, o (ovviamente) al cinema di Miyazaki (da Nausicaä di fronte agli Ōmu sino a Chihiro di fronte a Kaonashi). Incontro tra due mondi, tra Cultura & Natura, tra i vivi e i morti, eccetera. Antropologi, psicologi e affini ne hanno già scritto pagine in abbondanza.
Tideland, un nuovo capitolo di questo mito. Ma non di facile lettura. Il legame tra Jeliza-Rose e Dickens: una salvezza per la bambina dal degrado, dalle ossessioni vacue degli adulti che la circondano? Rifugio e àncora di salvezza? O una delle tante facce, ambiguamente benevola, della follia dilagante? Benevola, ma pur sempre folle, folle ma pur sempre benevola? Il viluppo, forse, non può essere districato; nemmeno lo vuole.
Dickens. Il cranio mostra un’impudica cicatrice, traccia dell’operazione al cervello, i chirurghi vi hanno frugato, tagliato, riannodato, per impedire gli attacchi epilettici. Dickens si muove a scatti, piegato, la sua bocca storta farfuglia, Dickens fatica paziente a raccogliere le parole, legarle insieme, sputarle fuori in frasi sensate, dar vita al suo mondo fantastico, mostrarlo a Jeliza-Rose. Dickens si muove tra le erbe dei campi spalancando le braccia, nuotando in quello che per lui è un gran mare, con indosso la maschera del sub e al piede una pinna. Una vecchia tela azzurra, slavata dal Sole, ricopre quello che è il suo «sottomarino», ingombro di rottami. Nel sottomarino Dickens conserva le «esche», quelle che servono per tentare di uccidere lo squalo mostruoso, the shark-monster. E lo squalo è il treno, il treno che come un proiettile schizza inafferrabile, lucido, dai finestrini neri impenetrabili, sulle rotaie che tagliano in due il giallo dei campi.
Con pazienza metodica Dickens pone sui binari sassi, rami, vecchie biciclette, monete, pur di fermare lo squalo-treno, di prenderlo all’amo, di ucciderlo. Jeliza-Rose lo segue, lo osserva, lo guarda, complice e incuriosita...


Coda.
Durante la visione di Tideland, già nei suoi primi minuti, non sono riuscito a non pensare a Salad Fingers: la casa in mezzo al nulla, la protagonista che parla con le teste di bambola, il gusto per il delirio, l’assurdo. Coincidenze? Poi scopro che il libro da cui Tideland è tratto ha effettivamente ispirato David Firth, il padre di Salad Fingers.
Poi scopro, appunto, che il film di Tideland è preceduto da un libro. L’ho già posto sul comodino, è pronto per essere letto. Quando cala la notte lo vedo emanare (illusione?) una luce inquietante, una luce invitante.





































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Abbiamo parlato di: cinema, infanzia, abisso, kawaii, fine del mondo, lungometraggi
venerdì, 09 novembre 2007 - 11:58
Il trailer qui sotto è un esempio ottimo per vedere come non dovrebbe essere un film d'animazione.
Difficile capire se siano piú brutte le parti in computer grafica o animate tradizionalmente: ma l’insieme è sicuramente orrendo.
E casomai qualcuno, vedendolo, avesse dei dubbî: no, non è una roba fatta dieci o piú anni fa, ma adesso, e la pubblicazione è prevista per il gennaio 2008.
D’accordo, è un film pensato unicamente per lo home video... ma come (infima) qualità siamo davvero vicini a certi orrori italiani, che pensavo/speravo fosse insuperabili...). E in Italia si aveva persino il coraggio di proporli sul grande schermo...



notizia ottenuta via Comicsblog





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Abbiamo parlato di: animazione, abisso, lungometraggi
martedì, 25 settembre 2007 - 10:37


Per tutti gli estimatori, è disponibile il nuovo, ottavo episodio di Salad Fingers.
Chi non sa di cosa si tratti, è invitato a guardarsi tutta la serie a partire dal primo episodio
Personalmente il mio episodio preferito rimane il sesto, anche se il finale di questo ottavo è davvero notevole.




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Abbiamo parlato di: animazione, abisso, cortometraggi, animazione amatoriale, animazione digitale
domenica, 09 settembre 2007 - 21:42
L’animazione è quello che è (con parecchie sequenze ripetute, per risparmiare), e anche la regia non presenta molti guizzi. Ma dopotutto il film è del 1978, e la primavera del lungometraggio giapponese d’animazione, quella degli anni Ottanta, ancora non era all’orizzonte...
Eppure la Sanrio ci provava, e a cavallo del decennio portò nelle sale una manciata di film: molto costosi, dai risultati esteticamente dubbî e commercialmente disastrosi. L’esperimento fu abbandonato, i film completamente dimenticati e oggi la casa giapponese è nota praticamente solo per i suoi personaggini kawaii e per la sua produzione d’oggettistica varia.
Il secondo film della Sanrio fu Chirin no suzu (ãƒãƒªãƒ³ã®éˆ´: «La campanella di Chirin»; Chirin è il nome del protagonista, ma chirin è anche il tintinnío dei campanellini: dling dling dling...). Noto anche come Ringing Bell, è tratto da un racconto di Yanase Takashi (ã‚„ãªã›ãŸã‹ã—), e pare lo segua molto fedelmente. Lupi & agnelli, dunque: e si pensa subito al ben piú recente Arashi no yoru ni. Ma la differenza è notevole, anzi, enorme. Quest’ultimo può contare su mezzi tecnici molto piú potenti (sono passati quasi trent’anni), e sulla mano di Sugii GisaburÅ alla regia; Chirin no suzu, l’ho già scritto, visivamente è ben piú modesto, a volte quasi goffo. Ma le atmosfere sono del tutto singolari, alquanto inaspettate per un prodotto destinato all’infanzia: il design semplice, morbido e tondeggiante si accompagna sin da subito a un vago sentore di profonda tristezza e desolazione (aiutato dal commento musicale, cupo e dolente), ma è comunque difficile essere preparati agli sviluppi successivi, insospettabilmente tragici, anzi, quasi di disperazione radicale. In confronto Arashi no yoru ni, che pur si prende il coraggio di proporre conclusioni non convenzionali e un po’ provocatorie, è di gran lunga piú solare, ordinato e rassicurante. Chirin no suzu, invece, va progressivamente infrangendo e calpestando ogni speranza, senza lasciar nulla di positivo o cui aggrapparsi. Ma proprio nulla.
Sono costretto a scriverne parlando nei dettagli della storia, conclusione compresa.
Una storia alquanto semplice, alla fine. È la storia dell’agnello Chirin, e del suo desiderio ostinato di diventare come un lupo, dopo che uno di questi ha ucciso sua madre; e per farlo chiede e ottiene, dopo un’insistenza indomabile, che sia proprio l’assassino di sua madre a insegnargli la via del predatore... Non sarò mai chiaro fino a che punto Chirin lo desideri per poi, una volta divenuto forte, rivoltarsi contro il maestro e vendicare la madre; oppure semplicemente per ottenere quella forza che gli permetta di sfuggire alla Morte, o perlomeno alla paura della distruzione fisica.
Il film è pervaso dall’idea della Morte, una presenza che si fa sempre piú opprimente man mano che la storia procede. A un certo punto, quando ancora Chirin deve riuscire a convincere il Lupo di accettarlo come «discepolo», abbiamo una scena emblematica. Un serpe attacca un nido d’uccello, uccidendo la madre e poi passando a minacciare le uova; Chirin, che sta casualmente assistendo, memore dell’assassinio della propria madre, interviene istintivamente e riesce a scacciare il serpente... ma nella lotta inavvertitamente rompe tutte le uova; e si ritrova cosí a piangere disperatamente di fronte ai gusci infranti, chiedendosi perché, perché i deboli debbano morire. Poco distante il Lupo, dall’ombra, risponde con voce cavernosa, e sentenzia: «Perché alcuni possano vivere, altri devono morire. Questa è la legge della natura. Dal momento in cui si nasce la vita è una lotta senza fine e solo il piú forte può sopravvivere». Sembra quasi di sentire degli echi tezukiani in questa scena brevissima, apparentemente banale, che a ben vedere nasconde risvolti per nulla scontati. La presenza costante della Morte si intreccia, si mescola, indissolubile (quasi indistinguibile) con la volontà di vivere, ma questa non è una volontà positiva, scelta dagli individui; assume piuttosto le tinte angoscianti di una brama quasi subíta dai viventi; e Vita e Morte, due facce della stessa medaglia, agiscono nel mondo senza rispondere ad alcuna logica, ad alcuna ragione, ad alcuna moralità: accadono e basta, e gli individui vengono trascinati dalla loro corrente irresistibile, volenti o nolenti, colpevoli o innocenti. Le uova, fragili e indifese, vengono rotte accidentalmente proprio da chi voleva difenderle dal serpente, e (colmo dell’ironia tragica) proprio perché ha tentato di difenderle. Echi tezukiani: la scena è analoga a quella presente nel V volume del Budda di Tezuka (pp. 103-110), quando il grande asceta Naradatta mostra a Devadatta (il futuro acerrimo nemico del Buddha, il «Giuda Iscariota» del buddhismo) la terribile crudeltà della legge della natura: «I forti vincono e i deboli sono distrutti».
Chirin riuscirà nel suo intento. Diverrà forte, diverrà un lupo; o, meglio: diverrà una creatura ibrida, un ariete potente come un lupo, o un lupo dalla forma di ariete; ma senza riuscire ad appartenere ad alcuno dei due regni. Forse per questo fallirà nella prova suprema: uccidere i proprî (ex-)simili, le pecore dal cui recinto era fuggito in cerca della vendetta prima e della forza poi; ma qui ritroverà la sua vendetta... rivoltandosi contro il suo maestro, il Lupo, e uccidendolo. Ma in questo modo non potrà che perdere tutto: perderà il suo gregge d’origine, che non lo accetterà piú, terrorizzato dal suo aspetto alieno e sanguinario e incomprensibile (né pecora né lupo); perderà il Lupo che gli ha insegnato a diventare forte, che era diventato, se non un amico, perlomeno un compagno di tutta una vita. Chirin si allontanerà dal recinto delle pecore, ormai condannato alla solitudine e alla disperazione. Vincitore nella sua ricerca della forza, ma ormai privato di qualunque scopo, di lui non rimarrà nulla, se non il suono della campanella nelle notti di tempesta: dling dling dling...
Si può vedere il film come un monito «conservatore», semplice e severo: non abbandonare il gregge, non infrangere i confini, non superare i proprî limiti, non tradire i ruoli assegnati dalla Natura, perché chi osa sarà condannato a perdere tutto, e a perdersi. Forse è cosí, forse l’intenzione dell’autore del racconto è questa. Eppure è impossibile non cogliere il senso di catastrofe esistenziale, di pessimismo cosmico che sostiene tutto il film, e che ci accompagna disvelandosi un po’ alla volta. Gli unici, rari e ingannevoli momenti di gioia, o forse solo di semplice serenità, sono i pochi istanti dell’infanzia di Chirin. Per il resto, la scelta è tra la vita del debole, delle pecore, rinchiuse nel recinto, perennemente minacciate e terrorizzate dagli attacchi notturni dei predatori; o la vita di chi è forte, la vita del lupo, una vita di sangue e uccisioni, una vita di totale solitudine nelle gole piú tenebrose di montagne spoglie e avare, una vita che, come dice lo stesso Lupo, «è un inferno, dove la Morte è sempre al suo fianco». Dling dling dling...







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