lunedì, 25 agosto 2008 - 00:07
Asparagus è un cortometraggio d'animazione (soprattutto disegni animati, con un po' di stop-motion) del 1978, di Suzan Pitt, autrice che mi dicono essere assai rinomata.
L'ho visto, ed era dai tempi della Villa dei pirati (film di tale Ruiz) che non assistevo a un cotale delirio. In questi casi non si sa mai se si tratti di somma arte o di somma schifezza, intellettualisticamente improntata per di più. Penso più la seconda che la prima, però...
Buona visione... (occhio, che dura ben sedici minuti!)


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Abbiamo parlato di: animazione, cortometraggi, animazione amatoriale
domenica, 17 agosto 2008 - 23:11
Sedici mesi di lavoro per animare delle figurine degli anni Cinquanta, per dar vita, con un uso del digitale assai intelligente, un mondo tridimensionale di figure piatte, dove ogni oggetto è accompagnato dal proprio nome, che gli fluttua intorno ad indicarlo. Ogni oggetto, a parte i due bimbi protagonisti, perché sono loro a dover imparare e apprendere quei nomi che permettano loro di dominare e manipolare il Mondo delle cose.
Un Mondo strano e distorto dove i due fanciulli tranciano in due il tenero coniglio e trovano tra le sue viscere un idolo vivente e giallognolo, in grado di mutare gli oggetti gli uni negli altri, senza una logica apparente. E i due bimbi, astuti, pensano di trarre grandi vantaggi dai poteri del mostriciattolo. Peccato che chi troppo vuole...
Piccolo apologo surreale sugli esiti nefasti dell’avidità o efficace decostruzione del didascalismo d’antan? O semplice gioco fine a se stesso, libero accostamento di elementi discordanti? Sia quel che sia Run Wrake ottiene confezione un risultato senza dubbio da vedere, affascinante e disturbante al contempo.
Il cortometraggio è del 2005.

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martedì, 25 settembre 2007 - 10:37


Per tutti gli estimatori, è disponibile il nuovo, ottavo episodio di Salad Fingers.
Chi non sa di cosa si tratti, è invitato a guardarsi tutta la serie a partire dal primo episodio
Personalmente il mio episodio preferito rimane il sesto, anche se il finale di questo ottavo è davvero notevole.




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mercoledì, 26 luglio 2006 - 20:00
Piccoli animatori crescono. Nemmeno poi tanto piccoli. Hoshizora kiseki (星空キセキ: "I miracoli del cielo stellato") è, assieme ad altri titoli usciti di recente in Giappone, animazione fatta "in casa", con personale e finanziamenti ridotti, al di fuori dei grandi studios, ma in grado di competere (più o meno) pienamente coi prodotti più commerciali. Il primo esempio della schiera, e forse il più noto, è Hoshi no koe ("La voce delle stelle"). Il miglior risultato, secondo me, è stato finora Pale Cocoon.
Hoshizora kiseki, almeno tecnicamente, si pone a un livello inferiore rispetto sia a Pale Cocoon che a Hoshi no koe, anche se di quest'ultimo recupera diverse cose: ragazze in divisa scolastica, incontri al di là del tempo, lo sguardo alzato verso lo spazio cosmico, fondali fatti di cieli stellati che trascolorano in tramonti arancioni. Anche se meno curato e ambizioso rispetto a Hoshi no koe, Hoshizora kiseki è, per alcuni versi, più apprezzabile del suo predecessore, se non altro perché non tenta di raggiungere chissà quali picchi di disperazione struggente, e preferisce stemperare il suo romanticismo con alcuni spruzzi d'ironia leggera, e di realismo, che in questo caso non guastano; aggiungiamo poi alcune scene visionarie dotate di una certa forza. Alla fine, in ogni caso, Hoshizora kiseki rimane un titolo modesto, e che fatica a contenere nei suoi trenta minuti diverse idee che rimangono per lo più confuse e accennate. Più che altro, il suo più grosso limite, che condivide con Hoshi no koe, è la poca originalità delle idee: che senso ha realizzare "in proprio" dell'animazione, se poi, nei contenuti, non si discosta molto dai prodotti mainstream?
Piccoli animatori, ma nemmeno poi tanto. I due registi sono Matsubara Toshikazu (æ¾åŽŸä¿Šå’Œ), noto come illustratore, e poi Watanabe Akio (渡辺明夫); quest'ultimo ha già una lunga esperienza alle spalle, e tra i suoi lavori c'è la regia di The Soul Taker (The Soul Taker~魂狩~) e la collaborazione a un certo numero di videogiochi.
Sito ufficiale di Hoshizora kiseki: http://www.cwfilms.jp/hoshizora.


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sabato, 04 marzo 2006 - 19:40
Un mare sopra il mare, il mare delle stelle. Un vecchio astronomo e suo nipote e una nuova stella misteriosa, che brilla a fianco dell'Orsa Minore. A causa della stella l'Orsa Minore muta in una sorta di pesce mostruoso, che divora gli altri astri del firmamento. È proprio il nipote del vecchio astronomo, Yūrī, l'unico in grado di scagliare un luminoso arpione per liberare l'Orsa Minore dall'oscurità che la possiede, per farla tornare a splendere in un cielo nuovamente limpido.
Ho già scritto di Tamura Shigeru, a proposito del suo singolare cortometraggio, Kujira no chÅyaku, del 1998. Cinque anni prima aveva già realizzato Ginga no uo (銀河ã®é­š: "I pesci della Via Lattea"; noto anche come URSA minor BLUE): sempre tratto da un suo libro illustrato, sono ancora una ventina di minuti realizzati, presumo (non ho verificato), con la stessa tecnica certosina di Kujira no chÅyaku. Oltre al disegno, semplice e stilizzato, si mantengono anche le atmosfere: sognanti, distese e garbatamente surreali, un sense of wonder semplice ma fantasioso. Soprattutto, ritorna l'idea di mondi nascosti tra i mondi. In Kujira no chÅyaku più che un mondo è un tempo, un tempo nascosto tra le pieghe del nostro tempo, e invisibile a noi. In Ginga no uo è invece il mare delle stelle, è il firmamento che si fa superficie liquida e navigabile, dove il vecchio astronomo e il nipote si spostano pazienti a bordo di una piccola barca a remi. Qui gli astri si confondono coi loro riflessi nell'acqua, le stelle cadenti precipitano rompendone la superficie e poi cadendo più giù, verso il mondo sottostante (il nostro mondo, fatto di case, strade e treni, una realtà distante, vista solo dall'alto), e le galassie a spirale sono dei grandi maelström, dei vortici che bucano l'orizzonte.
Il mare delle stelle di Ginga no uo, come quello di Kujira no chÅyaku, è un mare pieno di strane meraviglie, creature e oggetti enigmatici, da contemplare più che da spiegare. Tamura qui, più ancora che in Kujira no chÅyaku, si concede diverse libertà surrealiste, gioca con le ambiguità delle superfici, quella del cielo e quella del mare, regalandosi (regalandoci) anche una piccola sorpresa finale. Forse tutto troppo semplice? Forse sì, e si può avere anche diversi dubbî sull'impegnativa tecnica manual-digitale adottata.: anche se per il suo tempo (più di dieci anni fa) poteva essere un esperimento interessante. Ginga no uo resta comunque a suo modo una visione piacevole: non ha pretese di dare troppo allo spettatore, né con roboanti effetti speciali né con intellettualismi vertiginosi e contorti. Una volta tanto non è male.


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martedì, 31 gennaio 2006 - 09:30
Quanti secoli sono trascorsi da quando gli uomini si sono sepolti nelle geometriche profondità di un mondo metallico e artificiale? Tanti, perché ormai quasi nessuno sa più cosa siano la luce del Sole, il verde dei prati, le altre specie animali... E quasi nessuno ricorda più la catastrofe ambientale che ha reso invivibile la superficie del pianeta Terra. Le uniche vestigia rimaste sono strati su strati di dati informatici: corrotti, distorti, oscuri. Frammenti da scavare, rinvenire, ricomporre, nel tentativo di dare un senso alla storia dimenticata. Ura (ウラ) è un archeologo dell'informazione. Recupera le masse informi degli antichi dati, e con infinita pazienza analizza, ripulisce e riannoda le file brute di 0 e 1: ne estrae immagini e testi; più raramente, suoni e filmati. Ura è uno dei pochi che ancora crede nella realtà del passato.
La miniera delle immagini
Riko, una sua collega ha perso da molto fiducia nell'impresa. Ma davvero Ura sta cercando di restituire al presente una realtà perduta? Non è forse il contrario, non sta usando i ricordi di un passato ormai morto come fuga personale da una realtà presente che non riesce ad accettare? E anche Riko, che trascorre il suo tempo distesa su una piattaforma isolata, lungo una scala infinita, non sta scappando da sé stessa? E soprattutto, questa realtà presente, questa città sotterranea, fatta di corridoî e luci sintetici, fino a che punto è quella che si pensa che sia?
La miniera delle immagini
Lo dico subito: Pale Cocoon (ペイル・コクーン) è da vedere. Poco più di venti minuti. Animazione tradizionale per i personaggi, animazione digitale 3D per i fondali. Soprattutto, Pale Cocoon è un'autoproduzione, un cortometraggio "fatto in proprio". In Giappone è stato venduto in DVD una diecina di giorni fa, il 18 gennajo 2006. Porta il nome dello Studio Rikka, ma l'autore, che ha fatto gran parte del lavoro da solo, si chiama Yoshiura Yasuhiro (剿µ¦åº·è£•), non nuovo a imprese di questo genere. Venti minuti che hanno richiesto un anno e più di lavoro. Ma il risultato paga: Pale Cocoon dimostra ancora una volta come in Giappone, con una certa dose di impegno e fatica, sia possibile fare autoproduzioni che reggano senza problemi il confronto con l'animazione "ufficiale". Si va subito a pensare a La voce delle stelle, con cui Shinkai Makoto, qualche anno fa, aveva portato a termine un'impresa simile a quella di Yoshiura Pale Cocoon. Ma quest'ultimo fa parecchî passi più in là rispetto al suo predecessore. La voce delle stelle, al di là dell'alto livello tecnico, si baloccava ancora un po' troppo con robottoni, divise scolastiche e commozioni facili. Pale Cocoon certamente non nasconde i suoi limiti: l'animazione dei personaggi denuncia un basso budget, e quella digitale dei fondali non riesce a scrollarsi di dosso movimenti di camera a volte troppo matematici. Ma sono limiti fisiologici. Poi, a voler essere pignoli, la superficie visiva a volte può sembrare un po' patinata. Ad altri, invece, Pale Cocoon potrebbe dar fastidio per il ritmo un po' lento, fatto di dialoghi, e di particolari cui fare attenzione, che esigono visioni ripetute.
La miniera delle immagini
Vederlo due o tre volte credo ne valga la pena. Pale Cocoon porta avanti i suoi discorsi senza troppe ingenuità. Sceglie un tema abusato, il binomio realtà/finzione, i mondi virtuali, la fragilità della realtà e la forza dell'illusione... è quasi banale pensare agli antecedenti: Matrix, Serial Experiment Lain... soprattutto, il cinema di Oshii: Ghost in the Shell, Avalon, Innocence. Da Oshii e il suo Avalon Yoshiura riprende la sequenza centrale, uno scorrere rapido e ripetitivo dei giorni del protagonista, commentato unicamente dalla musica. Innocence è un ottimo termine di confronto, invece, per vedere quanto Pale Cocoon riesca a fare con budget e mezzi di gran lunga inferiori. Ma superando i predecessori Pale Cocoon dice e mostra qualcosa di suo. Soprattutto, gioca con abilità e con un tocco di amara ironia nel proporre un rovesciamento totale del nostro presente: oggi, a inizio XX secolo, c'è chi fugge, non conosce, nemmeno considera la realtà concreta, i cieli azzurri, gli odori e la solidità della terra e degli altri viventi, fugge la realtà e (così si dice) si rifugia nei mondi virtuali dei computer e delle reti (o dell'animazione...); nel presente di Pale Cocoon è questa nostra realtà ad essere diventata qualcosa di virtuale, irrecuperabile, un miraggio composto di dati sterili e inerti, ed è in questo miraggio che si rifugia Ura, fuggendo dalla sua realtà, quella della città sotterranea, tecnologica e digitale.
Giunti al finale, poi, Pale Cocoon arriva anche a sorprendere. Non tanto per la rivelazione sulla vera(?) natura del suo mondo: già a metà filmato si intuiva che il colpo di scena era in agguato, e poco più oltre diventava facile indovinare quale. Non solo, poi, per il notevole montaggio con cui è costruita l'ultima sequenza. Sorprende soprattutto perché, nei suoi ultimissimi minuti, ecco che all'improvviso si libera dai consueti dilemmi virtuali della fantascienza attuale, spicca il volo sopra le macerie del cyberpunk e apre un panorama solenne che riporta indietro, alla fantascienza classica.
E se qualcuno rimarrà deluso che la musica tanto lungamente cercata da Ura nei ricordi del mondo si sia rivelata una canzonetta un po' banale, be'... un buon contraccambio è l'evidente riferimento a La biblioteca di Babele, quel racconto di Borges secondo cui tutto l'universo era visto come una ricombinazione incessante di lettere, infinita e periodica.
- Sito dello Studio Rikka, dove è stato realizzato Pale Cocoon (in giapponese): http://www.studio-rikka.com/.
- Parte del sito dedicata a Pale Cocoon (sempre in giapponese): http://www.studio-rikka.com/page/pale/pale_top.htm.
- Indirizzo da cui poter scaricare un breve trailer del filmato: http://www.studio-rikka.com/page/pale/pale.mpeg.









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Abbiamo parlato di: animazione, anime, animazione amatoriale, ova
giovedì, 26 gennaio 2006 - 20:03
Un uomo, il viso triste e sognante, viaggia in groppa a un gigantesco majale dalle lunghe gambe. Viaggia per terre spoglie, senza meta apparente. Non vive grandi avventure, ma brevi visioni surreali: la città dove sperava di riposare lo abbandona, se ne va assieme all'enorme rana su cui posa le fondamenta; ordina un caffè, ma dalla tazzina ecco che guizza fuori un pesce; e così via.
L'uomo si chiama Tortov Roddle (トートフ・ロドル), viandate del paese di Tortalia (トルタリア). L'autore si chiama KatÅ Kunio (加藤久ä»ç”Ÿ), animatore che ha al suo attivo alcuni spot, e alcuni cortometraggi realizzati in proprio. Tra cui questo: Aru tabibito no nikki (æˆ–ã‚‹æ—…äººã®æ—¥è¨˜: "Il diario di un viandante"), meglio noto col sottotitolo inglese di The Diary of Tortov Roddle. Poco più di sedici minuti per racchiudere sei quadri, in parte indipendenti, in parte legati tra loro. Sedici minuti su un viandante solitario dovuti a un autore solitario: le animazione non lo nascondono, semplici quando non scarne. Nonostante ciò, e nonostante una certa freddezza nell'esito finale, il corto si fa comunque apprezzare per il suo segno elegante e la malinconia sottile e minimale delle sue atmosfere. Almeno un'occhiata, direi che la merita.
- Tre immagini e due righe (in inglese): http://www.thejollyroger.org/forum/read.php?5,162.
- Qui è visualizzabile l'intero cortometraggio, direttamente sul proprio browser: http://jp.shockwave.com/animations/drama/tabibito/.
- Sito ufficiale dell'autore (poco inglese e molto giapponese): http://kiteretsu.robot.co.jp/kunio/.





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